Intervento di Sergio Dalmasso

La sconfitta della socialdemocrazia, gia annunciata da Dahrendorf, a metà anni ’80, a causa della scomparsa del modello welfarista, è emersa pienamente nel voto del 7 giugno.
La socialdemocrazia non ha retto all’urto con il capitalismo globalizzato, ha tentato di inserirsi in esso, considerandolo vincente, ha aderito “plasticamente” ai suoi caratteri, abbandonando il progetto di trasformarlo. Dagli anni ’70 sono venuti meno tutti i fattori della sua ascesa: partito, sindacato, identità, sistema misto privato/pubblico, insediamenti collettivi, welfare. Ancor più gravi, davanti a questo tracollo, la nostra incapacità di proporre una alternativa e il nostro scacco elettorale.
Le elezioni sono arrivate troppo presto: dopo un congresso difficile, una scissione paralizzante e mai terminata (il bisogno di unità attribuisce la responsabilità delle scissioni anche a chi le subisce); abbiamo ritrovato impegno, entusiasmo, militanza, ma siamo stati cancellati da leggi elettorali autoritarie, dalla censura informativa, dalla nostra pochezza organizzativa.
Non siamo riusciti ad evitare la riduzione e lo snaturamento della rappresentanza, la cancellazione del valore della pluralità delle culture politiche. E’ fondamentale impegnarci al massimo contro il nuovo referendum Segni (ancora una volta il PD collabora a un disegno illiberale.
La sconfitta a nord deriva dal crescere di un senso comune di destra su ordine e sicurezza, federalismo, riproposta delle gabbie salariali, presenza capillare leghista nei quartieri popolari.
Non sottovalutiamo la presa dell’estrema destra (casa Pound) su settori giovanili, studenteschi ed emarginati.
Dobbiamo valorizzare le forze che hanno sottoscritto l’appello di Ingrao, riorganizzare l’ intellettualità comunista, oggi dispersa e una presenza sindacale. Fondamentale il coordinamento della lista come base per un rapporto con tutte le culture critiche e anticapitaliste