Intervento di Luca Servodio

Sul “Grido del Popolo” 1916 Gramsci, scriveva:“la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è prese di possesso della propria personalità, è conquista di conoscenza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”. E aggiungeva: “ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti della propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si selezione e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose. L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura”.

In poche frasi si fa valere, un insieme di temi cruciali. Organizzazione e disciplina contro l’evoluzione spontanea; concezione storica dell’uomo contro qualsiasi fraintendimento naturalistico.

Per Gramsci la cultura è “capacità rivoluzionaria”

Credo, che i giovani comunisti, devono partire da questi temi per rilanciare la nostra organizzazione: Costruire la propria “capacità rivoluzionaria”.

Il contesto sociale ed economico, i territori interni e i militanti delle periferie “dell’impero”, chiedono di una svolta profonda dell’agire politico.

Vi è l’esigenza di unire le forze comuniste e di sinistra anticapitaliste nella lotta comune. Compito Elemento essenziale della Federazione di sinistra è di ricostruire un’opposizione sociale, non un nuovo partito di sinistra. La crisi profonda del movimento comunista italiano, può essere risolta solo rilanciando il progetto di un partito comunista autonomo sul piano culturale, politico e organizzativo; un partito comunista che nasca sia da un processo di unità dei comunisti, che da una ridefinizione di un profilo politico e teorico antimperialista e anticapitalista all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe.

Il punto di partenza per noi è la dialettica reale. La dialettica reale è data dalla lotta delle classi, e la lotta di classe si attua sul terreno delle contraddizioni strutturali dell’economia e dei rapporti sociali, ma la sua fase risolutiva ha luogo sul piano delle sovrastrutture, cioè un complesso di attività che in ultima analisi mirano ad operare sulla coscienza degli uomini. L’egemonia è tale,in quanto, si traduce in una riforma intellettuale e morale. L’accento deve essere posto con forza sulle funzioni del partito e dell’organizzazione. L’elemento caratteristico e fondamentale deve essere costituito dall’affermazione della centralità del contatto diretto e costante con le masse.

La priorità di tutti e del nuovo organismo dirigente deve essere quella che il partito deve formare una nuova classe dirigente che sappia eliminare da subiti la distinzione tra dirigenti e diretti per costruire un elemento collettivo; per intenderci “’azione del capo deve essere quella volta a creare elementi che possono sostituirlo nella funzione di capo”. Parafrasando Gramsci “passaggio molecolare dei gruppi diretti al gruppo dirigente”.

In questo quadro di crisi economica e sociale, la questione giovanile non è una semplice questione generazionale. Essere giovani oggi in Italia significa trovarsi in una condizione di particolare esposizione all’attacco delle politiche neoliberiste che producono incertezza, precarietà, mercificazione di tutti gli aspetti della vita dei giovani. È il caso degli studenti e soprattutto dei lavoratori. Per questo occorre muoversi su due terreni, strettamente connessi tra loro. Da un lato è necessario restituire centralità ai conflitti del lavoro: l’obiettivo deve essere quello di unire le vecchie e nuove forme di sfruttamento in una battaglia contro i licenziamenti, la precarietà e il lavoro nero e per l’occupazione giovanile, stabile e qualificata, urgente soprattutto nel Mezzogiorno. Dall’altro la mobilitazione per il diritto allo studio che è critica della precarietà e pone, contemporaneamente, le basi per un impegno sul terreno della formazione e dei saperi.

Qualunque confronto programmatico e culturale sul futuro dell’Italia non può prescindere dalla questione Meridionale, intesa come questione nazionale. La questione meridionale è stata cancellata negli ultimi anni dall’agenda politica a causa dei cedimenti delle forze democratiche e dall’aggressività del blocco conservatore che, seppur differenziato al suo interno sul piano degli interessi sociali e territoriali, tende a ricompattarsi sotto la spinta antimeridionale della Lega. Tale rimozione coincide con il continuo inasprirsi di quel divario economico e sociale tra il nord e il sud che, costituisce un carattere originario dello sviluppo capitalistico italiano. Al sud, viene affidato il ruolo di un’area di “modernità squilibrata”, di flessibilità, di precarietà, di alti tassi di disoccupazione e di illegalità diffusa. Si è pensato e si pensa al sud come un territorio in cui applicare la politica speculativa. Contro i gruppi politici dominanti occorre sviluppare una battaglia nazionale, poiché nelle regioni meridionali la sconfitta delle mafie è essenziale per disarticolare il blocco di potere e per affermare la democrazia e lo sviluppo. Occorre valorizzare le risorse esistenti il turismo, la cultura, l’ambiente e i giovani.

Non possiamo commettere più errori – come ha fatto qualcuno – dimenticando la “diversità” del nostro partito rispetto altri. Oltre i requisiti morali, che altri stanno perdendo, noi comunisti non dobbiamo rinunciare a lottare e a combattere per un cambiamento della classe dirigente e per un radicale trasformazione degli attuali rapporti tra classi e tra uomini, nelle direzioni indicate da due antiche e sempre vere espressioni di Marx: non dobbiamo rinunciare a costruire una società di liberi e uguali, a guidare la lotta degli uomini e delle donne per migliorare condizioni di vita. L’obiezione che ci viene fatta è che questo nostro finalismo sarebbe il modo di voler imporre alla storia una destinazione. No! Questo è il modo con cui noi stiamo nella storia, è la tensione e la passione con cui noi agiamo in essa, è la speranza che ci anima come in quanto rivoluzionari (Enrico Berlinguer). Consapevoli che, invece di avere uno sviluppo dell’umanità, si possa andare verso una nuova barbarie. Noi ci battiamo affinché questo esito catastrofico sia evitato all’umanità, chiamandola a combattere per conseguire un fine di felicità, di serenità, di giustizia, di libertà.