Intervento di Gianluigi Pegolo

Intervento di Gianluigi Pegolo al VI Congresso, 5 marzo 2005

Ho ascoltato con attenzione la relazione del segretario. Mi aspettavo, pur nella riconferma delle posizioni una capacità di ascolto nei confronti delle ragioni di chi si è espresso criticamente verso quell’impostazione. E questo ma per la rilevanza delle obiezioni che erano state sollevate. Non ho trovato invece alcuna risposta. Il che ha rafforzato in me la convinzione che la scelta delle mozioni contrapposte, ben più che ad un’esigenza di chiarezza, rispondesse alla volontà, da parte della maggioranza, di acquisire un peso che ne garantisse l’autosufficienza, assai utile nel momento in cui si deve gestire un accordo di governo.

Oggi la mozione 1 esce da questo congresso con il 59,2% dei consensi. Molti giornali hanno enfatizzato questo dato. Personalmente, prendo atto del risultato,ma dubito che si giustifichi tanto entusiasmo.

· Perché quel 59,2 % è il peggior risultato ottenuto fino ad ora in Rifondazione da una maggioranza, a cui si contrappone un’opposizione di più del 40%

· Perché esso è in larga misura il risultato di una abnorme crescita del tesseramento (come dimostrano i dati statistici contenuti nei materiali congressuali) che ha enormemente avvantaggiato la mozione di maggioranza .

· E, infine, perché giunge al termine di un percorso in cui non è stata fatta la benché minima chiarezza su una proposta politica che resta contraddittoria e reticente, in quanto elude i nodi essenziali del dibattito politico attuale.

Si parla di “alternativa di società” e si mette in sordina il problema fondamentale, e cioè quello della scelta di far parte di uno schieramento di centro-sinistra e di condividerne, in caso di vittoria, la responsabilità di governo. Sulla necessità di un accordo per battere Berlusconi siamo tutti concordi. Il punto è sulla assunzione di una corresponsabilità di governo.A tale riguardo, mi chiedo: ha senso parlare di “alternativa di società” senza porsi seriamente la questione dell’impatto che un governo di centro-sinistra potrebbe avere su questa prospettiva? E ancora, che senso ha appellarsi alla spinta dei movimenti per influire su un futuro governo se già noi non esplicitiamo con chiarezza i contenuti che riteniamo irrinunciabili.

E qui veniamo al dunque, perché la maggioranza per giustificare l’entrata al governo rimuove ogni difficoltà, giungendo con disinvoltura ad individuare significative modifiche negli orientamenti delle forze del centrosinistra.

Non sto a ripetere il lungo elenco delle dichiarazioni deludenti (se non sconcertanti) di alcuni esponenti del centrosinistra. Mi limiterò solo ad alcune questioni.

La prima.

Chi ci garantisce che una volta al governo il centrosinistra non appoggi nuove iniziative belliche “umanitarie?” Allo stato attuale: nessuno.

Ma dirò di più. Che si fa dei soldati italiani mandati in Iraq una volta giunti al governo? Li si ritira subito o si apre la prospettiva di una “programmazione del ritiro” che suona, di fatto, come la continuazione delle attuali politiche di governo?

E ancora. Occorre recuperare risorse ( ma gli esponenti del centrosinistra ci hanno risposto che non vogliono sentir parlare di patrimoniale).

E sulla legge 30: la riformiamo (magari eliminando il job and call come propone Treu) o la abroghiamo? E come garantiamo i salari se non ripristinando una nuova scala mobile?

E che ne è della riforma pensionistica? Non se ne sente più parlare.

Potrei continuare ma il punto è che su questi temi il confronto con il centrosinistra non c’è o almeno nessuno ne sa niente, ne tanto meno la società civile e i movimenti.

Se ho posto queste domande non è solo per marcare le critiche ad una impostazione che salta piè pari le difficoltà del presente, imbarcandosi in una operazione di governo che rischia di determinare la crisi di questo Partito, ma anche perché percepisco nel nostro Partito uno iato profondo tra il dire e il fare. Il fare, in questo caso pesa ormai come un macigno. Mi riferisco:

· alla scelta di aderire (senza se e senza ma) alla GAD;

· alla disponibilità data di partecipare al governo come si è fatto peraltro incomprensibilmente per tutte le 14 regioni chiamate al voto, ledendo così ogni autonomia di scelta delle istanze locali;

· E ella scelta (per me sciagurata) del ricorso alle primarie.

Certo siamo contenti che il compagno Niki Vendola sia stato designato a candidato presidente della Puglia e siamo tutti impegnati a farlo vincere.

Ma il punto è che le primarie sono ormai state assunte nel Partito come “modello di democrazia” dimenticando che esse rappresentano il trionfo della personalizzazione della politica nella sua versione presidenzialista, e, cioè, il fondamento del maggioritario e del sistema bipolare.

Ci siamo, insomma, integrati nel centrosinistra; abbiamo fatto nostra una impostazione istituzionale sbagliata e manteniamo una posizione indefinita sui contenuti.

In poche parole ci stiamo GIOCANDO L’AUTONOMIA E LE PROSPETTIVE DEL NOSTRO PARTITO.

Vorrei chiudere questo mio intervento con alcune riflessioni sulla questione del Partito. Vi sarebbero moltissime cose da dire. Per esempio su alcune nuove concettualizzazioni come la “non violenza” o il “rifiuto del potere”.

Di per se mi pare un non senso parlare di “estraneità al potere”.

E’ acquisito che il potere è in se una caratteristica ineliminabile delle relazioni umane. A maggior ragione se si parla dei rapporti di produzione su cui poggia il sistema capitalistico che sono, per loro natura, “rapporti di potere”.

E allora occorre essere chiari. Se per “lotta al potere” si intende il superamento di una concezione della rivoluzione come presa del Palazzo di inverno possiamo essere d’accordo (ma in questo caso, francamente, mi pare che la risposta sia già contenuta in larga misura negli scritti di Gramsci). Se si intende, invece, una sorta di palingenesi della società civile che autorganizzandosi ricostruisce un nuovo assetto, libero da rapporti di potere, allora proprio non ci siamo.

Questa idea che è presente in alcuni orientamenti del nuovo municipalismo, che si sposano con una critica (spesso qualunquistica) alle forme della politica a me pare eluda totalmente la questione del superamento del capitalismo che resta lo si voglia o no, “lotta di classe per il potere”. Una lotta dura, non necessariamente e sempre “non violenta”. Ciò allude chiaramente alla nostra identità, al senso dell’essere oggi COMUNISTI, e – sottolineo – non antagonisti, non disubbidienti, non alternativi- ma… COMUNISTI.

Non so se la pensiamo allo stesso modo.

Quando noi, quelli della mozione due, pensiamo ad un Partito Comunista, ci viene in mente, una comunità di donne e di uomini che si battono per il superamento del capitalismo, facendo leva sul conflitto sociale, senza disdegnare la lotta a livello istituzionale. Ma pensiamo in modo particolare ad una comunità in cui l’EUGUAGLIANZA non sia un valore puramente declamato, ma un obiettivo perseguito quotidianamente alfine di superare le differenze di genere, ridurre la distanza fra dirigenti e militanti e consentire ad ognuno di partecipare effettivamente alla elaborazione della linea, nel rispetto delle minoranze, considerate, non come PIOMBO NELLE ALI da parte di presuntuosi portatori di verità, ma come espressioni di punti di vista diversi e per questo preziosi.

In questo senso, le scelte operate ieri sera sullo Statuto da parte della maggioranza non solo sono state molto gravi ma hanno rese esplicite grandi differenze. Fra di noi. Voi considerate gli organismi dirigenti come strutture modellabili sulle esigenze della maggioranza. Parlate di “non violenza” e di democrazia e assegnate alle minoranze un ruolo nei gruppi dirigenti puramente simbolico, facendo piazza pulita di ogni vera dialettica democratica. Riproponete il vincolo dei due mandati per i parlamentari, ma vi riservate come maggioranza di decidere le “eccezioni eccellenti”. Ritornate ossessivamente sullo stalinismo, ma dimenticate di garantire il pluralismo nel vostro Partito e soprattutto praticate fino all’inverosimile il culto della personalità.

Parlate spesso di movimenti, certo, ma non disdegnate di accantonarli, quando emergono esigenze politiche, avanzate proposte, anche condivisibili, ma con altrettanta leggerezza le lasciate cadere e quando le cose non vanno tanto bene invocate l’innovazione dell’organizzazione e rimproverate alle nostre strutture di base la loro obsolescenza, mentre neppure vi interrogate sulle responsabilità e sulle carenze del gruppo dirigente.

In sostanza, non solo nelle proposte o nella concezione del Partito che esprimete siamo diversi ma anche nel “fare” e cioè nell’idea che abbiamo di come ci si rapporta l’un l’altro, del valore che attribuiamo alle opinioni altrui. Quest’ultimo aspetto che attiene ad un piano non solo politico ma anche semplicemente relazionale è forse più rivelatore di altri. Anche in questo, ma non solo, si manifesta la differenza, la distanza, profonda, con noi sul significato che attribuiamo alla parola “Comunismo”.