Intervento di Francesco Maringiò

Care compagne e cari compagni,
ho trovato la relazione del segretario ricca di spunti analitici interessanti e per me condivisibili, ma anche ricca di provocazioni, che certo non aiutano a fare un passo in avanti. Vado per punti.

1) Liberazione.
Come membro di un organismo dirigente del partito, non mi sottrarrò dalla necessità di una sottoscrizione per il giornale di partito, questo non è in discussione. Ma con sincerità e chiarezza devo dire che respingo categoricamente la logica craxiana della “politica dei due tempi” in base alla quale prima si propone il risanamento economico e poi una discussione sul miglioramento del giornale. Così non funziona. Faccio parte del Dipartimento Esteri del partito e devo dirvi che è davvero difficile lavorare nelle reti di solidarietà sulla Palestina se poi il giornale continua a pubblicare le ripetute e non più accettabili provocazioni di Caldiron contro il movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Come pure è difficile sentire come mio il giornale, se alle tante volte in cui ho proposto di scrivere articoli sulle assemblee e gli incontri internazionali ai quali partecipavo a nome del partito, non ho mai ricevuto neppure una risposta. E poi è difficile sentire proprio il giornale quando quotidianamente lì si legge una linea politica a favore del progetto Vendola, come in questi giorni, dove a leggere il resoconto degli Stati Generali delle Fabbriche di Nichi, viene da chiedersi cosa ci stiamo a fare in Rifondazione.
Per questo, la politica “dei due tempi” è sbagliata, ciò di cui c’è bisogno, invece, è di un progetto complessivo: economico, redazionale e di linea politico/editoriale; solo così si può salvare veramente Liberazione e dotarsi di uno strumento utile di comunicazione e di battaglia politica.

2) Analisi di fase e questione comunista.
Concordo, e non ci ritorno, su molti punti toccati dal segretario: dall’analisi della crisi al giudizio su Sinistra Ecologia e Libertà. Ma se questa è l’analisi (ossia di un lungo e freddo inverno politico e sociale) allora trovo carente la proposta di come ci attrezziamo alla lotta ed alla resistenza del prossimo periodo. E trovo incredibile l’assenza nella relazione del segretario della questione comunista e del ruolo che il partito comunista può svolgere in questa fase. Non per tigna, ma per la necessità di una proposta politica, avverto l’esigenza di mettere al centro della nostra analisi la questione comunista e l’esigenza di costruzione di un più forte ed unitario partito comunista in questo paese.
Proprio perché oggi è importante porre una alternativa “alta ed altra” a questo modello di produzione capitalistico. Tanto più vista la “crisi nella crisi” che vive il nostro paese. Ossia la crisi di debolezza strutturale del nano-capitalismo italiano, l’irrisolta transizione del quadro politico a partire dalla distruzione del quadro istituzionale, una profonda crisi morale che mette in evidenza la putrescenza delle classi dirigenti e della borghesia italiana, dentro il quadro complessivo e più generale della crisi economica del capitalismo.

Così come pure è importante porsi il problema della difesa dei diritti e dell’organizzazione del contrattacco sul terreno del conflitto sociale, visto che le classi dirigenti italiane, incapaci di fornire una via d’uscita alla crisi e senza un progetto per il futuro, puntando tutto sulla compressione salariale e sulle ristrutturazioni selvagge e le delocalizzazioni.

Il 36% dei No nella consultazione operaia di Pomigliano ci parla del fatto che nel paese c’è un’importante sacca di resistenza, senza la quale la nostra società sarebbe assolutamente pacificata. Ma quell’elemento di resistenza e di lotta deve essere per noi il punto di ripartenza e di lavoro, rappresentando il blocco storico e sociale di riferimento di un moderno, combattivo ed unificato partito comunista. Perché spetta proprio ai comunisti la capacità di mettere quella resistenza che c’è nel paese su un piano più complessivo di critica sistemica. Un processo dove quindi al sindacato spetta il compito rivendicativo della difesa del lavoro e dei diritti (e qui la nostra vicinanza al lavoro ed alla resistenza della Fiom e di pezzi del sindacalismo di classe è decisivo) ed ai comunisti la crescita di consapevolezza per una critica sistemica che faccia di quell’indisponibilità al ricatto l’elemento attorno al quale lavorare per la costruzione di un blocco storico. Quel che manca a quella resistenza ed a questa lotta è proprio una sponda politica che, storicamente, è quella del partito comunista.

Questo è il punto debole e dolente della relazione del segretario che, di fronte ad una analisi pur condivisibile sulla fase, fornisce come risposta la costruzione di un soggetto antagonista e ribelle, piuttosto che comunista e rivoluzionario. Ed è, come è del tutto evidente, non una differenza nominalistica, ma sostanziale e di progetto politico per il futuro.

Infine mi colpisce il silenzio, a partire dalla relazione, sull’assemblea lanciata da alcuni dirigenti del nostro partito a settembre in nome dell’unità della sinistra. Come mai tutto questo silenzio?

3) Superamento delle aree e nuova maggioranza politica nel partito.
Come ho già detto, la relazione del segretario è stata ricca anche di provocazioni e su questo passaggio ne ho trovati molti. Anzi, la stessa parola d’ordine di superamento delle aree e di unità interna, per come è stata proposta, rischia di essere solo uno specchietto per le allodole per spostare l’attenzione su altro e non sui nodi politici che spaccano verticalmente la segretaria nazionale come il tema dell’assemblea d’autunno di cui parlavo prima.
Un proposta seria di superamento del meccanismo correntizio su cui si attorciglia il Prc sarebbe quella di costruzione di un gruppo di consultazione (un gruppo dirigente di fatto) che in maniera transitoria riunisca i 20/30 quadri fondamentali e rappresentativi di questo partito, come ossatura per la ripartenza ed il lavoro politico. Senza questa proposta tutti gli appelli all’unanimismo mi paiono davvero fuori luogo e legati ad un soggettivismo ed un volontarismo che poco hanno a che fare con l’esigenza di un salto qualitativo in avanti.

Il problema vero è che le maggioranze politiche si fanno al congresso su proposte politiche. Ed al congresso di Chianciano una maggioranza politica era venuta fuori su un programma avanzato. Senza quella maggioranza la segreteria Ferrero sarebbe rimasta nel campo delle ipotesi e mai e poi mai si sarebbe trasformata in realtà. Eppure, subito dopo quella scelta, si è preferito virare in tutt’altra direzione superando “Chianciano”, operando pesanti esclusioni nella composizione della segreteria nazionale e poi ancora allargandola e cambiandone lo spirito con cui era nata e si era formata. E poi dopo abbiamo assistito ad una gestione iper maggioritaria del partito, all’esclusione nei ruoli dirigenti e dell’apparato centrale di coloro i quali non facevano parte (e non per scelta loro) della segreteria nazionale. Ed ancora in queste ore si assiste al fatto che il documento che presumibilmente prenderà il maggior numero di voti e che si vorrebbe rappresentasse uno spirito unitario e di superamento delle correnti vede il fatto che ad oggi, a poche ore dal voto, questo documento circola solo tra alcuni e non viene sottoposto all’attenzione dei compagni che dalla segreteria sono stati esclusi. Trattando così i compagni come vallette, buoni solo ad alzare la mano e dare il proprio assenso, senza poter contribuire a scrivere alcunché.

E poi c’è un punto, che vorrei mi venisse chiarito. Come pensa questa futura maggioranza di rimanere compatta e lavorare assieme se su un punto così centrale, come è quello nel rapporto con Vendola, la si pensa in maniera divaricante? Anche perché la divergenza reale non è tanto tra coloro che vogliono aprire le contraddizioni in quel campo e chi invece trascura questo aspetto. Ma tra chi si sceglie una ipotesi che non mette in discussione l’attuale sistema politico maggioritario e bipolare e chi questo schema lo rifiuta. E così i primi si appoggiano sulla leadership di Vendola che, forte dei finanziamenti di De Benedetti e della Confindustria pugliese, ha le carte per giocare la partita, mentre gli altri dichiarano che dobbiamo rifiutare questo schema per sottrarci dalla morsa bipolare. Non mi pare, questa, una differenza di poco conto. Dov’è allora l’unità e la grande maggioranza in grado di gestire il partito in una fase così difficile? Forse, un po’ più di attitudine unitaria e meno proclami, non guasterebbe.