Intervento di Claudio Grassi in Direzione Nazionale

Ci lasciamo alle spalle una campagna elettorale estremamente intensa, durante la quale migliaia di compagne e di compagni si sono impegnati con incredibile generosità.
Ritengo condivisibili alcune considerazioni svolte da Bertinotti nella sua relazione rispetto al ruolo e all’importanza del partito. Considerazioni che dovranno, a mio avviso, essere approfondite subito dopo il comitato politico nazionale, con l’obiettivo di superare una situazione di conflitto interno, ereditata dal Congresso, che non aiuta a dispiegare tutte le potenzialità del partito.
Per quanto concerne il risultato elettorale il dato più rilevante è il margine risicatissimo con cui si è affermata l’Unione. È un risultato deludente, largamente inferiore alle aspettative che ciascuno di noi – non solo in Rifondazione Comunista ma in tutto lo schieramento di centro-sinistra – aveva espresso alla vigilia del voto.
Anche noi avevamo pronosticato una vittoria significativa, sostanziosa dell’Unione, in primo luogo perché ci pareva fosse a tutti palese il disastro prodotto, ad ogni livello, dai cinque anni di governo Berlusconi.
Invece oggi facciamo i conti con ventisettemila voti in più alla Camera e quasi cinquecentomila in meno al Senato e con una maggioranza di soli due senatori ottenuta grazie ad alcuni meccanismi introdotti dal nuovo sistema elettorale e non, invece, in ragione di un consenso realmente maggioritario conseguito nel Paese.
Di fronte a questi dati è essenziale tentare di capirne le ragioni. Penso che, in primo luogo, abbia pesato la forte offensiva di Berlusconi in campagna elettorale e l’incapacità dell’Unione di rispondervi adeguatamente. Mi pare che il centrosinistra abbia tenuto conto più degli orientamenti e delle sensibilità delle élites politiche e dei poteri forti (a partire da coloro i quali hanno assicurato nell’ultimo periodo il proprio sostegno all’Unione, come il Corriere della Sera e la Confindustria) e meno del sentire diffuso dei ceti popolari. Ciò ha prodotto una situazione paradossale per la quale mentre Berlusconi proponeva di abolire l’ICI sulla prima casa e la tassa sui rifiuti, l’Unione rispondeva, per esempio, affermando che l’applicazione della tassa di successione avrebbe riguardato soltanto una fascia ristrettissima – sempre più ristretta – della popolazione, rendendo quindi sostanzialmente inefficaci le proprie stesse proposte.
In questo quadro colloco un secondo elemento politicamente significativo, che conferma le valutazioni che da tempo avanza Rifondazione Comunista: è fallita la rincorsa al centro di una parte dell’Unione e con essa l’idea secondo cui si vince solo moderando la propria opzione politica. Al contrario, il centrodestra – segnatamente Forza Italia – ha recuperato consensi nella parte conclusiva della campagna elettorale radicalizzando ed estremizzando le proprie posizioni. Viceversa coloro i quali nell’Unione hanno impostato la campagna elettorale sul tentativo di recuperare voti al centro si confermano insufficienti nella capacità di intercettare il consenso dell’elettorato popolare. Questo è vero per la Margherita ma anche per i Ds, il cui risultato non risponde obiettivamente alle aspettative.
Ma più in profondità, penso che il buon risultato del centrodestra rifletta la robusta penetrazione del berlusconismo, mix di neo-liberismo e populismo, nella società italiana. Una penetrazione che abbiamo sottovalutato ed oggi non è ancora sconfitta: ritengo infatti che la vittoria contro il berlusconismo non stia alle nostre spalle ma sia ancora davanti a noi, ancora tutta da cogliere. Il che è vero su scala nazionale ma soprattutto in alcuni territori del nord Italia molto importanti ed avanzati dal punto di vista produttivo in cui il centro-destra è ancora largamente prevalente e a cui l’Unione non è riuscita a rivolgersi.
Un ulteriore elemento da tenere in considerazione è quello della precarietà: un problema cruciale che non riguarda solo la fascia giovanile della popolazione ma intere famiglie, intere comunità ed è oggi un dato sociale rilevante e decisivo. Ma è un dato che va colto nella sua ambivalenza, come ogni elemento di crisi sociale, perché può spingere – e in questo caso ha spinto – anche a destra, e cioè verso atteggiamenti di solitudine, egoismo, intolleranza, paura del diverso (soprattutto del migrante) e volontà disperata di affidarsi alle misure forti e all’autoritarismo. Quando infatti i precari, come soggetto sociale, faticano ad affrontare collettivamente la propria condizione e quindi a dare sbocco ad essa attraverso la mobilitazione e le lotte, come invece è accaduto vittoriosamente in Francia, c’è il rischio concreto che la stessa condizione di precarietà produca una reazione individualistica, chiusa, fondata sulla paura e su di una individuazione di responsabilità totalmente errata. Non paiono più dunque le scelte liberiste le cause della precarietà ma i migranti, i diversi, altri lavoratori nella stessa medesima condizione: tutto ciò, alla cui base sta la disperazione di migliaia di persone, porta a votare a destra. Così è stato in queste elezioni politiche. L’Unione non può perdere ulteriore terreno e deve dare una risposta immediata, chiara e netta sul versante sociale: per farlo è innanzitutto necessario che si giunga alla cancellazione della legge 30, una delle cause determinanti di questa precarietà strutturale.
A fronte di un risultato complessivo dell’Unione sotto le aspettative, sottolineiamo il positivo risultato di Rifondazione Comunista e, più complessivamente, della sinistra d’alternativa. Un risultato per Rifondazione Comunista eccellente al Senato e di tenuta alla Camera.
Penso che siano state premiate contemporaneamente la scelta unitaria ed una nostra forte caratterizzazione sui temi più sentiti da larga parte del popolo della sinistra, come la lotta alla precarietà, la tutela dei salari, la richiesta di ritiro immediato dei militari dall’Iraq.
Il popolo della sinistra ci ha premiati perché, come nel 1996, ha visto in noi una forza in grado di affermare l’unità e di praticare la radicalità, accendendo la speranza di un concreto miglioramento delle condizioni materiali della nostra gente.
Dentro questo quadro positivo si colloca la forbice tra il nostro risultato alla Camera e quello al Senato: il dato andrà valutato con calma nei prossimi giorni analizzando con precisione i flussi. Già ora possiamo però avanzare una serie di valutazioni.
In primo luogo segnalo che un punto percentuale è già stato riscontrato nelle altre occasioni in cui si è votato con il proporzionale. È dunque per Rifondazione Comunista un dato storico.
In questo caso parliamo però di un punto e sei decimi. Indubbiamente ha pesato, e molto, la presenza della lista dell’Ulivo alla Camera, che ha dimostrato l’indubbia capacità attrattiva della soluzione unitaria. Si è, nei fatti, individuato in Prodi e nella lista unitaria l’aggregazione più importante e più forte per battere Berlusconi.
Ed io penso che questa operazione sia stata attrattiva anche e soprattutto per i giovani, i quali hanno percepito il voto alla lista unitaria precisamente come il mezzo più utile per sconfiggere Berlusconi: era del resto già accaduto alle primarie dell’Unione, quando un numero consistente di giovani (anche tra i simpatizzanti della sinistra d’alternativa) votò per Romano Prodi.
In ultimo è difficilmente contestabile che al Senato abbia pesato, al contrario che alla Camera, il fatto che quella di Rifondazione fosse l’unica lista comunista ben visibile nel suo simbolo. Ed il fatto che quel simbolo abbia catalizzato anche voti diversi da quelli di Rifondazione Comunista indica come la falce e il martello mantengano una capacità attrattiva molto forte.
Vorrei svolgere ora una serie di considerazioni sulle prospettive e sugli scenari che si apriranno nelle prossime settimane. Certamente siamo chiamati a moltiplicare gli sforzi per rendere incisiva la nostra iniziativa politica nell’ambito dell’Unione. A questo proposito mi sento però meno ottimista di Bertinotti.
Il quadro è così incerto che è davvero difficile pronosticare quanto possa reggere il futuro governo dell’Unione e se sarà in grado, come tutti noi auspichiamo, di completare l’intera legislatura.
È evidente che il Paese ha un bisogno estremo di un governo in grado di condurre per cinque anni una politica profondamente riformatrice: ho però molte perplessità, tenuto conto delle enormi pressioni, anche interne, a cui questo governo andrà incontro e che tenteranno in ogni modo di bloccare qualsiasi istanza di vero cambiamento. Questo risultato elettorale non fa che rendere ancora più difficile il quadro complessivo, già segnato da alcuni fattori che conviene tenere sempre in considerazione: la condizione di emergenza economica (già sentiamo le pressioni delle istituzioni europee che ci intimano di rientrare immediatamente nei conti e di varare provvedimenti finanziari restrittivi) ed il contesto internazionale sempre più preoccupante. A questo si aggiunge un vero e proprio ingorgo istituzionale, una costellazione estremamente impegnativa di appuntamenti e di scelte, che aggiunge fibrillazione all’incertezza. Non dimentichiamo che tra questi appuntamenti vi sarà, prima dell’estate, il referendum per bocciare la riforma costituzionale del centro-destra: un appuntamento decisivo ai fini della tenuta della nostra democrazia, formale e materiale.
Che fare, dunque?
Innanzitutto è da respingere con intransigenza qualsiasi tentazione di Grande Coalizione. È chiaro che una ipotesi del genere, se realizzata, determinerebbe automaticamente la rottura della coalizione dell’Unione e condurrebbe a nuove elezioni o alla collocazione all’opposizione di Rifondazione Comunista.
Così come sono da respingere proposte di assegnare a rappresentanti della coalizione di centrodestra la Presidenza della Camera o del Senato; al contrario è giusto che uno di questi ruoli sia assegnato a Rifondazione Comunista per il peso elettorale che ha conseguito in queste elezioni.
In secondo luogo dobbiamo pretendere che l’Unione dimostri di voler cambiare nettamente la direzione di marcia del Paese, in particolare sulle questioni economiche e sociali, attenendosi, su questo, a ciò che è scritto nel programma: rifiuto della politica dei due tempi ed assunzione di alcune misure importanti che diano subito il segno del cambiamento, come la restituzione del fiscal drag e l’abbattimento del cuneo fiscale per aumentare lo stipendio netto dei lavoratori. Questo in un contesto di forte lotta alla precarietà e quindi, come dicevo prima, in un contesto in cui si pone con nettezza la priorità della abrogazione della legge 30. Sul piano della politica estera, il primo passo dovrà essere il ritiro immediato dei militari italiani dall’Iraq.
Ritengo che questi obiettivi, se realizzati, costituirebbero l’antidoto più efficace alle tentazioni di Grande Coalizione e darebbero indicazioni positive per il proseguo dell’azione del governo.