Intervento di Celeste Costantino al Congresso

VI congresso PRC
Intervento di Celeste Costantino, coordinatrice Giovani Comunisti Reggio Calabria
Mozione Essere Comunisti

Compagni e compagne,
è con estrema difficoltà e disagio che decido di intervenire a questo dibattito congressuale.

Ritengo che a tutti fosse chiara la fase che stiamo attraversando e la direzione che la maggioranza di questo partito ha deciso di intraprendere, pur tuttavia dubito che vi fosse una preparazione possibile per affrontare una situazione come quella che ci è stata proposta ieri sulla discussione dello statuto.
Eppure la mia provenienza mi avrebbe dovuto consentire una maggiore consapevolezza delle dinamiche in atto nel corpo del partito ma ingenuamente ho voluto continuare a credere che l’esperienza vissuta all’interno della mia regione non fosse attribuibile ad un progetto esteso a livello nazionale – oggi purtroppo sono costretta a ricredermi e a giungere a conclusioni diverse – prendo atto che quello che speravo fosse un unicum della pratica politica di questa maggioranza è in realtà un nmodus operandi diffuso che ha trovato la sua consacrazione all’interno di questo VI Congresso nazionale del partito.
Le premesse, cioè il giungere a questo importante appuntamento con cinque mozioni contrapposte, avevano già delineato in parte la chiusura che questa maggioranza voleva attuare nei confronti di una parte consistente della militanza di questo partito, ma nonostante tutto è stato corretto non sottrarsi da questa discussione – quando si sente così forte la necessità di affermare delle idee significa che il partito è vivo, getta via la sua entità immateriale e astratta e si impregna di un forte valore umano.
Proprio in virtù di questo, meno apprezzabili risultano i metodi con cui si è cercato di affermare delle posizioni quando ci si è resi conto di non avere un largo consenso ma di avere l’appoggio di poco più della metà dell’organizzazione.
Poco si è fatto per comprendere l’aderenza che una determinata linea politica poteva avere nei vari territori, là dove un intero partito si è espresso a favore di un documento congressuale diverso da quello della maggioranza invece di andare ad indagare i perché non si sceglieva il percorso sicuramente più facile, si è insinuata una logica della punizione, non si è ritenuto opportuno verificare il tipo di lavoro che i compagni hanno portato avanti – le etichette ricollegabili ai documenti hanno decretato sin da subito le operazioni da mettere in atto. E in questo contesto risulta abbastanza evidente comprendere il perchè di un commissariamento in Calabria ad esempio, o l’impossibilità di esprimere un segretario a Reggio.
Ora senza soffermarsi troppo su tutto quello che questo tipo di metodologia ha comportato sulla scelta dei compagni, almeno un punto lo vorrei sottolineare.
La conseguenza di questo modo di agire che voglio esemplificare eufemisticamente come ingiusto, ha creato esattamente l’effetto contrario, compagni che fino a qual momento si erano mantenuti ai margini della discussione interna hanno spontaneamente deciso di entrarci prepotentemente a volte con l’unico scopo di difendere l’equilibrio vero che si era determinato in questi anni, se poi a questo si aggiunge una logica di abbandono a cui spesso sono stati abituati dagli organismi dirigenti nazionali, vediamo che tutto è andato a vantaggio di chi ci è sempre stato e ha lavorato duramente non per l’affermazione di un documento o di un posto in esecutivo nazionale ma per l’affermazione di alcuni diritti fondamentali che fanno parte del patrimonio di tutti ma che al Sud a volte non se ne conosce nemmeno l’esistenza, come per esempio il diritto di avere una casa, l’acqua, una occupazione, il diritto ad avere un’istruzione gratuita e a potersi curare, il diritto a non dover scendere a compromessi con la ‘ndragheta per poter sopravvivere e il diritto a non vedersi usurpati dell’ambiente unica nostra fonte di ricchezza.
Questo bisognerebbe tenere presente quando si conduco operazioni congressuali di questo tipo, ricordarsi sempre che ci sono visi e corpi con i quali confrontarsi; e non solo parole scritte che determinano la vittoria o meno di una linea politica.
Nessuno è cieco innanzi allo scempio che questo Governo Berlusconi ha creato e continua a creare e nessuno ha mai messo in discussione (anzi !) la necessità di allearsi per fare in modo di liberare dal baratro in cui sono state costrette a rimanere le fasce più deboli del Paese.
Ma qui, oggi non si mette in discussione la cacciata del Governo Berlusconi, qui si avanzano delle perplessità nel caso di vittoria sul dopo Berlusconi, sull’alternativa che noi andiamo a costruire insieme al centro sinistra e che proponiamo non solo alla nostra gente ma a tutta la popolazione.

È possibile che anche parlare di programma prima di prendere degli impegni seri, costruttivi e importanti come quello del Governo per il futuro di questo paese risulti vetero comunista?
Ma è nostalgico e demodè chiedere garanzia del fatto che non ci macchieremo mai di una guerra anche se ci fosse l’avallo dell’Onu?
È poco innovativo per il partito chiedere garanzia che un giovane precario possa conoscere la tranquillità di un posto a tempo indeterminato? – e ancora – risultiamo fuori dal tempo se chiediamo garanzia per un’istruzione e una sanità pubblica gratuita?
Io non solo penso che non sia un atteggiamento vecchio Prc, ma anzi, più sento le dichiarazioni di alcuni leader di centrosinistra e più mi convinco della necessità e dell’attualità di questo processo.

Per molto tempo il nostro partito è stato additato come il partito del no, il no alla guerra, il no al precariato, il no alla riforma Moratti, il no alla buona sanità solo per i ricchi

Anch’io sento l’esigenza oggi di dire sì, ma lo voglio dire per mantenere tutti questi NO.

Purtroppo allo stato attuale la tendenza di alcuni dei nostri partners politici non corrisponde ad un offerta completamente alternativa a questo governo.

La flessibilità e la mobilità non sono del tutto sbagliate ma vanno solo regolamentate meglio;
la guerra è ingiusta ma con l’avallo dell’Onu si può ipotizzare;
privatizzare la scuola è sbagliato ma dare un contributo pubblico alle famiglie che ci vogliono mandare i figli no;
la ricerca e il diritto alla salute è prioritario ma il referendum sulla procreazione assistita non lo appoggiano.
Non so se queste sono oggettivamente delle incoerenze, ma so che lo sono per il partito in cui ho sempre militato, un partito che senz’altro dovrà fare dei compromessi per mantenersi in vita, ma che sancisce la sua morte nel momento in cui dimentica la sua nascita, il perché esiste e chi ha deciso di tutelare.
Si può chiaramente non essere d’accordo, come è emerso in questo congresso, ma non si può non comprendere il pericolo, il rischio e le difficoltà a cui sono sottoposti i compagni che vivono nei propri territori queste contraddizioni, e su questo mi sarei aspettata coinvolgimento, dialogo.
Realtà come la Calabria dove il trasformismo fa da padrone, che tipo di prospettiva si deve aspettare?
Che tipo di impegno si sta prendendo nei confronti delle popolazioni del Sud?
Certo il caso della Puglia ci riempie di gioia e ci auguriamo davvero che il compagno Nichi Vendola esca vittorioso da questa battaglia elettorale ma non tutti hanno la fortuna di essere così bene rappresentati.
Un argomento che a noi pare così scontato come il “no” alla costruzione del Ponte sullo Stretto è stato oggetto di discussione; Rutelli sempre nell’ottica del pensiero neoliberista soft è stato tra quelli che sostenevano che il Ponte non è in assoluto un’idea sbagliata, ma che prima di pensare a questa grande opera fosse necessario potenziare le altre vie di comunicazione una volta potenziate allora il ponte poteva essere preso in considerazione.
Tutti noi siamo convinti della necessità di avere un’autostrada, perché la Salerno – Reggio Calabria non è un’autostrada ma è un tentativo di suicidio, come siamo convinti della necessità di potenziare le ferrovie ma se mai un giorno tutto questo dovesse avverarsi, noi continueremo a dire no al Ponte. Né ora e né mai, a costo di dover bloccare con i nostri corpi i cantieri che vogliono aprire, continueremo a dire no perché nella nostra vita abbiamo fatto la scelta di dire no alla mafia e alla ‘ndragheta, no alla distruzione del nostro patrimonio ambientale e no alle cattedrali del deserto che propongono sviluppo e occupazione e che in realtà mortificano e gettano nella disperazione migliaia di giovani siciliani e calabresi.
Su questo punto compagni io concludo, lanciando a tutti voi, l’invito alla grande manifestazione del 12 marzo organizzata a Villa S. Giovanni contro il Ponte, un appuntamento unico che permette di dimostrare anche come questa ottava meraviglia del mondo non è altro che un mostro che non riguarda solo i territori a cui lo vorrebbero imporre ma che è un problema di tutti, ecco perché chiedo un sostegno forte non solo in termini di solidarietà ma di partecipazione attiva al percorso intrapreso su questo argomento, lo chiedo per l’ennesima volta ai Giovani comunisti, e a tutto l’apparato del partito e alla massima espressione di Rifondazione cioè al Segretario nazionale.
Grazie.