Intervento di Alberto Burgio alla Direzione naz.le del PRC del 12 aprile 2006

Care compagne e cari compagni,

stiamo riflettendo sul risultato elettorale e tutti conveniamo che il fatto più rilevante – importantissimo – è che l’Italia si è liberata dall’incubo del governo delle destre. La priorità era questa, non da oggi, ma soprattutto dopo che, nel corso della campagna elettorale, Berlusconi aveva gettato la maschera e si era rivelato senza remore in tutta la sua determinazione eversiva.
Ma constatare questo risultato non ci esime dal considerare come esso sia maturato. E che cosa ci dica in realtà del Paese. Il dato ineludibile a questo proposito è lo scarto molto esiguo in virtù del quale l’Unione ha vinto. Anzi: il paradosso per cui la vittoria consegue a due clamorosi autogol della destra: la legge elettorale (che ha trasformato in una vittoria al Senato un saldo negativo in termini assoluti) e la legge Tremaglia (che ha procurato al centrosinistra gli ultimi voti decisivi).
Questo è il quadro: una vittoria importantissima e figlia di uno scarto irrisorio. Sarebbe sbagliato trascurare questa sproporzione, che dobbiamo invece indagare a fondo.
Dopo cinque di malgoverno, segnati da ogni sorta di infamia (la guerra, le leggi ad personam, la rapina spudorata a danno delle classi lavoratrici, l’insulto alle istituzioni repubblicane e alla Costituzione), solo metà del Paese vota contro Berlusconi, mentre l’altra metà vota ancora e nonostante tutto a suo favore. La domanda è: perché?
Prendere sul serio questa questione ci costringe a guardare alla pancia del Paese, che Berlusconi ha dimostrato di conoscere e di sapere ancora intercettare. E siccome questo terreno chiama in causa fattori profondi – non solo interessi, ma anche culture e identità – si pone di fronte a noi un lavoro di lungo periodo: si tratta di fare i conti con ciò che questo Paese è diventato, giorno dopo giorno, nel corso del tempo (e soprattutto in questi ultimi cinque anni). Si tratta di ricostruire un sentimento del pubblico, un senso della responsabilità, del diritto, della giustizia: in una parola, la percezione dell’appartenenza a corpi collettivi.
È un lavoro lungo che deve cominciare subito. Per spiegarmi, vorrei usare una formula provocatoria: dobbiamo dimenticarci di avere vinto e trovare la forza di guardare avanti. Dobbiamo sapere che prima o poi arriveranno le prossime elezioni, e allora dobbiamo prepararci sin d’ora per vincerle senza confidare in quella buona sorte che ci ha assistiti in queste.
Dicevo «lungo periodo». È questa la chiave del ragionamento, una chiave che spesso la politica maneggia con difficoltà e con fastidio. La carta geografica e sociale del voto ci dice con chiarezza che la Cdl tiene le posizioni in tutti i suoi insediamenti storici: al nord, in alcune regioni del sud, nelle isole. In questa parte del Paese la destra resta maggioranza. Non enumero dati noti e comunque disponibili a tutti noi. Ma un elemento vorrei sottolinearlo: Forza Italia ha guadagnato 3 punti rispetto alle europee e ben 5 punti rispetto alle regionali. Sarebbe sensato trascurare questo fatto e limitarsi a considerare che non è bastato – per fortuna – a impedire la sconfitta delle destre?
A me pare proprio di no. Mi sembra di poter dire che la destra resta egemone su metà del Paese e sento l’urgenza di capirne le ragioni.
Molto schematicamente, penso che le basi dell’egemonia della destra (e in particolare di Berlusconi) siano al nord il fatto che essa offre moneta sonante: il patto fiscale, l’impunità per comportamenti illegali, condizioni favorevoli al lavoro autonomo, alla piccola e media impresa, al capitale speculativo e a un affarismo a dir poco spregiudicato. Al sud (dove vince) e soprattutto in Sicilia il risultato della destra è frutto del voto di scambio: dice di clientele ancora ben salde e della perdurante collusione tra politica e centri di potere mafioso.
Questo blocco di potere rimane forte. Io non so se – come alcuni compagni ci assicurano – il «berlusconismo» sia morto. Capisco l’euforia del dopo-voto e anche la volontà di alimentare la fiducia sull’onda di un risultato non proprio esaltante. Ma suggerirei maggiore cautela nel fare diagnosi che potrebbero indurre scelte frettolose.
E poi che cosa intendiamo per «berlusconismo»? Il Segretario ci ha spiegato che il berlusconismo è una miscela ben precisa di neoliberismo e populismo. Questa miscela avrebbe ormai esaurito la propria potenza. Ripeto: non mi sento di pronunciarmi sin d’ora con analoga certezza. Quel che so è che almeno uno dei due ingredienti – l’orientamento neoliberista – è tutt’altro che scomparso. Al contrario, la pretesa che la politica continui nel segno della privatizzazione delle risorse, dei beni comuni, delle istituzioni è ancora assai diffusa e rimane fondamentale nel determinare giudizi e scelte. E rimane il collante principale di un blocco sociale che, come dimostrano i risultati del voto, resta ampio e forte.
Se questo è vero, la domanda è: come è possibile destrutturare questo blocco di forze sociali?
Credo che a questo riguardo siamo tutti d’accordo tra noi. Se intendo bene, la risposta concerne quella che Bertinotti usa chiamare «grande riforma». La quale coinvolge sia il campo degli interessi materiali, sia il terreno delle opzioni ideologiche e morali (per questo poc’anzi ho insistito sulla complessità del problema e sulla lunga durata del lavoro politico che esso chiama in causa).
Grande riforma. È facile indicarne qui i due snodi principali: la centralità del lavoro (cioè la battaglia per i suoi diritti e contro la precarietà) e la giustizia sociale (cioè la lotta contro la disuguaglianza). Questo implica una politica che ponga fine al sistematico trasferimento di ricchezze dal lavoro al capitale; che metta in primo piano il pubblico; che ricostruisca elementi di società, sostituendo solidarietà e sicurezza alla gravosa esperienza di paura e di solitudine che tanta parte della nostra gente compie giorno per giorno in conseguenza del trionfo del mercato e dell’interesse privato.
Credo che il buon risultato ottenuto da Rifondazione comunista nasca proprio dal fatto che abbiamo sempre parlato questa lingua, evocando interventi concreti su questi terreni, assumendo posizioni nette contro l’attacco sferrato dal capitale alle condizioni di vita di lavoratori, donne, disoccupati, giovani, pensionati, migranti.
Ma proprio rispetto a questo tema così urgente della grande riforma dobbiamo essere assai preoccupati.
Questo tema non sembra affatto al centro dell’attenzione delle altre forze dell’Unione. Non si vedono segni della consapevolezza dell’urgenza di queste battaglie. Al contrario: prevale la tentazione di celebrare la vittoria elettorale per evitare analisi serie che inevitabilmente coinciderebbero in larga misura con riflessioni autocritiche per quanto concerne le politiche praticate dal centrosinistra nel corso degli anni Novanta. E per quanto concerne la torsione “modernizzante” (cioè privatistica e mercantile) del sedicente riformismo italiano.
Per questo mi allarmano le letture rassicuranti del risultato elettorale. Se si dice soltanto «abbiamo vinto» e si chiudono gli occhi sul paesaggio sociale, sulla reale configurazione dei soggetti, sui loro modi di pensare, difficilmente si lavorerà per contrastare l’egemonia della destra, che rimarrà sospesa come una spada di Damocle sul Paese.
Mi fermerei qui, poiché penso che un accadimento della portata di queste elezioni richiederebbe una pausa di riflessione. Ma purtroppo la politica brucia i tempi, impone decisioni immediate. Allora aggiungo una breve considerazione sul terreno operativo. Che cosa dobbiamo fare qui e ora per muovere i primi passi in modo coerente con queste riflessioni?
La prima cosa da fare è – credo – pretendere dalle altre forze dell’Unione (e in particolare dai partiti dell’Ulivo) il riconoscimento del successo conseguito dal nostro partito (e anche del buon risultato ottenuto da altre forze della sinistra di alternativa). Dobbiamo fare pesare che il voto ha spostato a sinistra l’asse politico complessivo della coalizione. Questo è un dato di fatto di grande rilievo, che deve incidere nel prossimo sviluppo politico.
Abbiamo sempre saputo che il rapporto con le altre forze dell’Unione è conflittuale. Non possiamo permetterci di dimenticarcelo oggi. Festeggiamo dunque pure la liberazione del Paese dalla destra, ma mettiamo subito in atto un’offensiva volta ad esigere in primo luogo l’applicazione rigorosa dei punti più avanzati del programma dell’Unione sul terreno delle politiche sociali ed economiche (la fine della precarizzazione, una politica salariale che restituisca il mal tolto al lavoro, il rilancio della spesa) e sul terreno di una precisa opzione di pace.