Intervento al VI Congresso del PRC

Congresso Prc 2005

Superati i 70 anni è difficile che una persona non abbia fatto qualcosa di buono che gli altri ricordano.
Di me i compagni sanno l’essere stata fra i 7 cosiddetti fondatori di questo partito, un episodio che mi è tornato in mente ieri sera, dopo la brutta seduta sullo Statuto. State tranquilli non farò un discorso nostalgico, non sono propensa alle nostalgie e alle tristezze, forse perché mi incazzo prima.
Dunque Rimini 1991, congresso di scioglimento del Pci: molti piangevano, io ero felice, avevo vissuto molto male gli ultimi anni ed ero impaziente di rifondare un Partito Comunista vero, che recuperasse le sue più profonde radici, tornasse ad essere intellettuale collettivo, avanguardia trascinante del proletariato, libero da quegli elementi di personalismo, opportunismo, leaderismo e da quell’appannamento delle scelte di classe che avevano caratterizzato la segreteria Occhetto.
Mi sembrava molto positivo che confluissero nel nuovo partito comunisti con diverse storie e provenienze: ero stata abbastanza nel Pci per non credere alla leggenda del partito monolitico, militarizzato, avvezzo all’obbedienza, conoscevo molti dibattiti appassionati, lunghissimi, a volte aspri fino a sfiorare la rissa, nelle sezioni e negli organismi dirigenti ma credevo in un centralismo democratico correttamente inteso, in un gruppo dirigente capace di sintesi.
Ho poi accettato un partito organizzato in componenti – o correnti, come preferite – ma non ho mai considerato nemici compagne e compagni del mio stesso partito, non ho mai dimenticato una massima insegnatami dai vecchi compagni: il compagno che stimo di meno mi è più vicino del non comunista che stimo di più.
Quello che vorrei oggi, qui è la chiarezza e la coerenza da parte di tutti. Il centralismo democratico e l’organizzazione in correnti hanno proprie regole che vanno rispettate anche nei momenti di più aspra contrapposizione fra linee politiche diverse in nome di un ideale che unisce tutti i comunisti.
Il riferimento alla classe operaia, l’analisi marxista come strumento per capire la società nella quale viviamo e individuare i motivi per cambiarla, la lotta di classe per la conquista del potere che non è mai vacante, ma sta sempre nelle mani di una classe: la borghesia o il proletariato.
E ancora l’antifascismo, la conquista e la salvaguardia dei diritti di quelli che sono oggi subalterni e sfruttati. Gli strumenti per costruire quel mondo nuovo verso il quale vogliamo andare – un mondo senza sfruttati e senza sfruttatori – sono diversi e la loro scelta è sempre tattica, legate ai tempi e ai luoghi, non può essere una strategia o peggio un principio fondante per un partito comunista né la non-violenza né la lotta armata.
Così come il pacifismo inteso come ripudio della guerra, senza se e senza ma non può essere allargata a ogni tipo di violenza fisica/armata mettendo sullo stesso piano chi reagisce al sopruso o all’oppressione e chi di quel sopruso e di quell’oppressione si fa strumento.
Questo è aprire la strada al peggiore revisionismo e porta ad oscurare il coraggio e il sacrificio di coloro che – con le armi, certo – hanno dato al nostro paese la libertà, la Costituzione e una qualche forma di democrazia.
Ma io non capisco bene anche altre cose: perché una maggioranza che ha fermamente e tenacemente voluto un congresso per documenti contrapposti, in nome della chiarezza, rifiuti il contributo di chi quei documenti ha votato, modificando all’uopo lo Statuto?
In me, forse per limiti intellettuali, l’ottimismo della volontà prevale sul pessimismo della ragione, anche in questo congresso.
Credo infatti che le maggioranze possono cambiare e comincio a credere – dopo molte perplessità – che le differenze siano, o possano essere, una ricchezza per il partito se mettiamo tutti al primo posto gli ideali comunisti e la lotta comune.
Non rinuncio quindi a portare avanti una linea politica che veda al primo posto il conflitto di classe, che persegua l’unità delle forze di sinistra basata su programmi comuni, che si opponga al ritorno indietro ai tempi bui del clericalismo, del razzismo, della schiavitù verso i quali ci spinge la destra fascista, leghista e padronale con l’acquiescenza di gran parte del centro-sinistra, che rivisiti la nostra storia, anche criticamente, con un dibattito collettivo e non con le intuizioni – pur rispettabili – di un compagno solo o di un gruppo omogeneo.
E non rinuncio a lavorare per fare del mio partito una forza politica con salde radici e ampie aperture al mondo, un partito del quale l’innovazione si misuri sulla capacità di incidere nella realtà di oggi non sul numero delle discontinuità e sul livello di autocritica, un partito radicato nel territorio e nei luoghi di lavoro, nel quale ogni compagno si ponga il problema di far crescere chi verrà dopo di lui, un partito di massa che curi e formi i suoi iscritti per farne militanti consapevoli, dirigenti, quadri, in possesso della cultura marxista e della politica che sole possono fornire i mezzi per partecipare all’elaborazione della proposta politica e alla costruzione dell’iniziativa di massa.
Un partito che non abbia bisogno del verbo di un capo carismatico ma sia un corpo vivo di militanti, un collettivo nel quale nessun compagno o compagna sia considerato o si consideri un esecutore di direttive da cercare e leggere, ogni mattina su qualche giornale.

Bianca Bracci Torsi