Intervento al Parlamento europeo dell’on. Giulietto Chiesa sulle relazioni tra Unione europea e Russ

Cari colleghi sento il bisogno di spiegare organicamente la mia posizione in merito al Report del Committee on Foreign Affairs sulle relazioni Eu-Russia. Queste brevi note hanno lo scopo di illustrare gli emendamenti che intendo presentare al Gruppo e alla seduta plenaria del parlamento in occasione della discussione.
Ringrazio la collega Cecilia Malstrom per il lavoro svolto, in condizioni certamente difficili e su una materia così complicata, dove – come abbiamo visto in questi giorni di celebrazione dell’anniversario della sconfitta del Terzo Reich , a Mosca e altrove – si accumulano ricordi, sofferenze, polemiche tutt’ora vivissime.
So bene che questo rapporto ha già ottenuto il voto unanime di quella Commissione, ma non posso esimermi – per considerazioni politiche e morali, che coincidono con la salvaguardia della pace, e degl’interessi strategici della democrazia e della funzione dell’Unione Europea – dal suggerire diverse e sostanziali correzioni di quel rapporto.
Sono convinto, in primo luogo, che l’Europa debba mantenere un atteggiamento rispettoso della storia di tutti i suoi interlocutori e partners. Noi europei non abbiamo nemici, né nelle nostre vicinanze, né più lontano. Ma i nostri amici, partners e interlocutori hanno ciascuno la propria storia, esperienza e sensibilità. Noi non possiamo partire dall’assunto che la nostra storia, esperienza e sensibilità sono migliori, superiori a quelle altrui.
Per la Russia vale esattamente lo stesso criterio. La prima osservazione critica che muovo allo spirito e, in molti punti, alla lettera del Report è esattamente questa. La tendenza a fare la lezione, a muovere critiche – spesso anche legittime e motivate – senza tenere conto delle radici dei problemi.
A nessuno piace sentirsi impartire lezioni, e noi sappiamo che la Russia (ancora una volta per spiegabilissime ragioni storiche) è oltremodo sensibile a questi aspetti. La Russia , in quanto continuatrice ed erede, per molti aspetti, dell’Unione Sovietica, è un grande paese che emerge a fatica da una sconfitta storica, quella della Guerra fredda.
Noi europei non abbiamo alcun interesse a insistere sul tasto della Russia come uguale all’Unione Sovietica. Come molti osservatori obiettivi hanno già ripetutamente osservato, quel paese si trova ancora in uno stato di choc, di stupore, di incertezza, che coinvolge decine di milioni di persone. Quando muoviamo critiche alla sua leadership attuale noi non possiamo permetterci di dimenticare che essa è espressione di un vasto sentimento popolare.
Le stesse, identiche considerazioni riguardano la Bielorussia. Ritenere che con la Bielorussia e con Lukashenko sarà possibile ripetere la stessa esperienza dell’Ucraina è un gravissimo errore, storico e di fatto. Il sostegno alla democrazia è questione delicata, che può prestarsi a gravi distorsioni quanto la democrazia viene presa a pretesto per interventi dall’esterno che si configurino come ingerenza negli affari interni di un paese sovrano. Il riferimento alla Carta dell’Onu deve restare immutato e inflessibile per la nostra azione politica e diplomatica e in nessuna parte della carta dell’Onu è contenuto il concetto della sovranità limitata. Infatti essa è inammissibile e non può essere invocata per nessun motivo.
Sono nel giusto, gli attuali reggitori del Cremino, nel respingere duramente gli addebiti che muoviamo loro, specialmente nel campo dei diritti umani, in quello che concerne la tremenda tragedia cecena, in quello che riguarda l’attuazione dello stato di diritto?
Io credo che essi siano in torto. E tuttavia noi non possiamo impartire loro lezioni perché, prima di tutto, noi occidentali, noi europei, dovremmo riconoscere che la loro presente situazione, la loro crisi, è anche (non soltanto) l’effetto del nostro comportamento e dei nostri errori.
Se oggi milioni di russi diffidano della democrazia e hanno sentimenti ambivalenti verso l’occidente è anche (non soltanto) perché il comportamento nostro è stato ambiguo al riguardo. E’ anche perché, per esempio, l’intero occidente applaudì, invece che condannare, il bombardamento del legittimo Soviet Supremo di Russia da parte del presidente Boris Eltsin, nell’ottobre 1993.
Dobbiamo ancora spiegare loro perché ci comportammo in quel modo. Siamo noi a dover dare spiegazioni, in questo caso.
Quando la prima guerra cecena cominciò, nel novembre 1994 – ecco un secondo esempio – essa fu una decisione del Cremino. Noi deplorammo ma ci fermammo a quella modesta deplorazione. Perché? Perchè il leader russo era Boris Eltsin, e l’occidente aveva deciso che egli era l’uomo giusto per noi. Ricordo perfettamente una copertina dell’Economist che titolava esattamente così: “The Right Man”. Così noi decidemmo di non disturbarlo troppo mentre stava massacrando decine di migliaia di cittadini della Repubblica Russa, mentre bombardava Grozny, la capitale di una delle repubbliche della Federazione Russa. Molti russi si chiedono, ancora oggi, il perché del comportamento dell’occidente.
Faccio un altro esempio. Noi abbiamo chiuso gli occhi di fronte all’evidenza che la guerriglia cecena era finanziata, armata, aiutata in varia forma, sia da una parte degli oligarchi russi, sia dall’esterno. Non è un segreto per nessuno che assai presto, fin dalla prima guerra cecena, la guerriglia indipendentista venne aiutata da influenti circoli turchi e arabo sauditi. Non è un segreto che i combattenti ceceni andavano a curare le loro ferite in ben custoditi ospedali turchi. Dovremmo ricordarci che all’inizio nella guerra cecena non vi erano venature islamiche fondamentaliste e che esse sono venute emergendo con il tempo e con i finanziamenti che provenivano da quegli stessi circoli sauditi e turchi, con la connivenza, assai spesso, di diversi servizi segreti occidentali.
A questo proposito sarebbe assai utile se noi chiedessimo ai nostri amici turchi, nel corso dei prossimi negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, di porre fine a questo tipo di ingerenze negli affari interni russi e ceceni, che contribuisce seriamente alla prosecuzione della tragedia cecena.
Anche per questo, impartire lezioni ai russi in tema di diritti umani non funzionerà, fino a che queste questioni non saranno state chiarite lealmente con la Russia. Noi dobbiamo offrire anche aiuto, solidarietà, soprattutto lealtà. Quella lealtà che, per parlare con franchezza e senza infingimenti, è spesso mancata anche da parte occidentale.
Anche per quanto concerne lo stato di diritto abbiamo molte questioni da chiarire. E’ stato l’occidente, in particolare gli Stati Uniti d’America, a suggerire, spesso a imporre, alla Russia di Eltsin, il modello economico da adottare per uscire dal socialismo reale. Ed è stata la complicità, esplicita e clamorosa, dell’occidente a permettere la creazione di un regime oligarchico e di capitalismo criminale in Russia. Faccio solo un esempio, che è possibile documentare oltre ogni dubbio: la famosa tranche del prestito di 4,3 miliardi di dollari che il Fondo Monetario Internazionale erogò al Governo Russo nell’agosto 1998 e che sparì, letteralmente, nello spazio di tre giorni, con la complicità delle più importanti banche americane incaricate di effettuare la transazione. La Corte dei Conti Russa ha ricostruito una parte importante dei percorsi di quel denaro. Che è finito nelle tasche di un pugno di oligarchi russi. Tutto è noto, ma nessun procedimento penale è stato portato avanti, non solo in Russia, ma anche a New York, da dove quel denaro ha preso le mosse e da dove non è mai arrivato a Mosca.
E’ per queste ragioni (che qui ho sommariamente esposto alla vostra attenzione) che sono convinto della necessità di un nuovo approccio europeo al problema del rapporto con la Russia. Sono perfettamente consapevole che si tratta di una scelta difficile e densa di implicazioni internazionali (essa richiede infatti una franca discussione anche con i nostri amici e alleati americani), ma per questo nuovo approccio europeo è necessario costruire una nuova fiducia reciproca con la Russia. La fiducia reciproca è infatti, a mio avviso, la via maestra per ottenere risultati che si riflettano positivamente sulla vita dei cittadini russi e di quelli ceceni in particolare. Ed è questo – il benessere, la democrazia, la civiltà e la libertà della gente – ciò che deve stare in cima ai nostri pensieri.
E credo che noi abbiamo bisogno di una serie messa a punto della politica dell’Unione Europea verso la Russia in particolare dopo l’inizio della crisi ucraina. Sottolineo la parola “inizio della crisi”, perché è una imperdonabile illusione ritenere che la crisi ucraina sia già un dato del passato, risolto e da archiviare. La crisi ucraina è in corso e non siamo ancora in condizione di misurarne tutti gli effetti, molti dei quali sono densi di pericoli, per il popolo ucraino nel suo complesso e per la stessa sicurezza dell’Europa.
Dopo la cosiddetta “rivoluzione democratica” in Ucraina, infatti, vedo un’attiva preparazione – da parte nostra, anche europea – della prossima tappa, che è quella di un ingresso rapido della Ucraina e della Georgia nella Nato. Pongo una questione: perché? Qual è il significato di questa mossa? E’ necessario un ulteriore allargamento della Nato? Serve all’Europa, alla sua funzione nell’area, un’estensione dei confini e delle prerogative della Nato?
E ancora: ci rendiamo conto di quale tipo di reazioni ciò produrrà a Mosca? Siamo consapevoli che l’Ucraina nella Nato significherà che la Flotta russa del Mar Nero (attualmente basata nel porto, storicamente russo da secoli, di Sebastopoli) sarà costretta a migrare nel porto di Novorossijsk, ultimo avamposto russo nel mediterraneo? Siamo consapevoli che questo comporta un drastico ridimensionamento della Russia, come stato, che la riporta indietro di due secoli?
Mi auguro che queste brevi note siano sufficienti a chiarire il mio punto di vista. Mi auguro che esso sia attentamente soppesato. La questione dei diritti umani è questione assai vasta, la cui soluzione (o semplicemente il cui miglioramento) dipenderà da un approccio equilibrato che coinvolga tutti gli aspetti dei nostri rapporti con la Russia , quelli di più breve momento e quelli derivanti da una riflessione strategica sul ruolo dell’Europa nel mondo. Tra essi, per esempio vi è la condizione dei cittadini russi rimasti nei paesi baltici come conseguenza delle vicende note della storia del XX secolo e che non portano la responsabilità della tragedia che li ha coinvolti.
La democrazia non può essere esportata con le armi, ma neppure con il denaro. Essa è frutto della storia di ogni singolo popolo e spetta a ogni popolo costruirsela. La democrazia è il rispetto di tutti, non solo delle maggioranze. Una democrazia che non rispetti il pluralismo, l’esistenza delle minoranze, la loro piena legittimità, è una dittatura della maggioranza. E l’Europa, nel suo complesso, non può e non deve rimanere ostaggio di antiche e recenti rese dei conti di chi ha subito ingiustizie. Questo atteggiamento – che alberga anche in seno a parti rilevanti del Parlamento Europeo – è in piena contraddizione con lo spirito dell’Europa.