Intervento al Congresso nazionale Prc

Ho già scritto sul nostro dibattito interno nella “Tribuna congressuale” di Liberazione. Non mi ripeterò. Sentiamo tutti, indipendentemente dalla collocazione in quel dibattito, l’esigenza di un aggiornamento dei documenti congressuali – varati l’anno scorso – ; e di una loro maggiore aderenza ad una realtà nazionale e internazionale in rapida evoluzione. E non per costruire fittizi unanimismi o pure mediazioni verbali, ma perché tutti – se vogliamo evitare una cristallizzazione astratta della nostra riflessione – dobbiamo sottoporre le nostre tesi alla verifica continua e impietosa dei fatti.

All’indomani dell’intervento militare anglo-americano in Afghanistan, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld, scrisse apertamente in un intervento diffuso in tutto il mondo, che “stiamo entrando in un nuovo periodo, molto pericoloso, della storia americana, un’epoca nella quale l’invulnerabilità storica degli Stati Uniti è stata rimpiazzata dalla vulnerabilità, …in cui un numero sempre maggiore di nemici è in possesso di armi ..capaci di portare la guerra direttamente nella nostra patria americana. Per cui ci troviamo a fronteggiare due sfide importanti. La prima è vincere la guerra distruggendo le reti del terrorismo. La seconda è quella di prepararci per la prossima guerra, che potrebbe rivelarsi molto dissimile da tutte le guerre del secolo scorso. …Nei prossimi decenni dovremo affrontare minacce che oggi ci sembrano inconcepibili”.

Per dirla con le parole di un uomo che certamente non è un estremista, come il cardinal Martini di Milano, si prefigura qui “uno scenario da terza guerra mondiale”.

I gruppi dominanti della maggiore potenza imperialistica del pianeta (a proposito di imperialismo…) vedono profilarsi all’orizzonte del 21° secolo l’emergere di un mondo sempre più multipolare; sentono la spinta di popoli e continenti che vogliono emanciparsi da una condizione di subalternità e di iniquità nell’accesso alle risorse del pianeta; e avvertono il rischio di un declino del loro dominio unipolare sul mondo, che essi credevano e credono possibile dopo il crollo disastroso dell’Unione Sovietica e del campo socialista in Europa.

Rispetto ai primi anni cinquanta, quando gli Stati Uniti incidevano per il 50% dell’economia mondiale, oggi essi vedono dimezzata la proporzione, mentre l’Unione europea è cresciuta a un livello equivalente agli Usa (25%) e il Giappone all’11%.
Sono gli stessi centri studi del capitale a segnalare che, con gli attuali o prevedibili tassi di sviluppo dell’economia mondiale, nell’arco di un ventennio gli Stati Uniti vedrebbero ulteriormente dimezzata la loro incidenza, mentre nuove potenze regionali, prima di tutto la Cina, ma anche India, Russia, Brasile, Indonesia, mondo arabo…raggiungerebbero una incidenza complessiva pari a circa il 30% dell’economia mondiale : pari all’incirca a Usa, Ue e Giappone messe assieme.

Ebbene: se anche solo una parte di tali proiezioni dovesse realizzarsi, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria rivoluzione degli equilibri mondiali, dalle conseguenze inimmaginabili. Ed è purtroppo sempre più evidente che i settori più aggressivi e militaristi dell’imperialismo americano, che danno il tono all’amministrazione Bush, si propongono di contrastare tale scenario multipolare con il ricorso ad una superiorità militare assoluta sul resto del mondo e, se necessario, con la guerra. Per vincere con la forza militare, non solo con la competizione economica e politica, la sfida per l’egemonia mondiale nel 21° secolo.

Non per caso Henry Kissinger ha voluto rimarcare nei giorni scorsi che “non esistono precedenti storici di un predominio militare quale quello che gli Stati Uniti hanno raggiunto sul resto del mondo”. Dovessimo risalire anche al tempo dei faraoni o dell’impero romano.

Il progetto di scudo spaziale e di collocazione di missili nucleari nel cosmo;
l’incredibile programma di riarmo già varato da Bush per i prossimi anni (quando già gli Usa spendono annualmente il 40% delle spese militari mondiali);
la nuova dottrina militare che prevede il ricorso “normale” alle armi nucleari anche in conflitti convenzionali : sono fatti e segnali inequivocabili di questa linea, che solo un cieco potrebbe non vedere.

(Come vedete stiamo ragionando sul presente e sul futuro : la nostalgia non abita qui…).

Questa linea viene perseguita in nome della “lotta al terrorismo internazionale” e a un nuovo “asse del male” (costituito da Iran, Iraq e Corea del Nord); sta offrendo piena copertura al “terrorismo di Stato” e all’ “apartheid” che il governo di Israele attua nei confronti del popolo palestinese – cui va la nostra solidarietà incondizionata – ; ed è assolutamente inquietante il documento del Pentagono, reso noto nei giorni scorsi, in cui si afferma che bersagli potenziali delle armi nucleari americane sono, oltre ai paesi “del male”, anche Russia, Cina, Siria e Libia.
Lasciatemi dire : è davvero una strana “coalizione internazionale”, uno strano “asse strategico” o “direttorio mondiale” quello che – secondo alcune tesi – si sarebbe costituito tra Stati Uniti, Russia e Cina, quando uno dei partners punta addirittura le armi nucleari contro gli altri due !

Non credo sia esagerato affermare che, se il nazi-fascismo fu, nel secolo scorso, il più grande pericolo che minacciò la civiltà umana, nel 21° secolo la minaccia più grave – per usare le parole di Fidel Castro – è rappresentata dal rischio di una “dittatura militare planetaria” della più grande potenza imperialista, fuori da ogni diritto internazionale. Ovvero : dal volto nuovo di una globalizzazione imperialista, nella sua variante peggiore e più brutale.

Nasce da qui l’imperativo – che si presenta oggi, oggettivamente, come il più rivoluzionario – della ricostruzione di un nuovo movimento mondiale per la pace, contro la guerra e il riarmo: con convergenze “a geometria variabile”, su obbiettivi anche parziali, tra movimenti, forze politiche e sociali, sindacali, religiose, popoli e governi di ogni continente, pur divisi o distanti su altre questioni (così come diverse furono le forze che nel secolo scorso seppero convergere nella sconfitta del nazifascismo).

Un movimento che sappia connettere le aspirazioni dei “popoli di Porto Alegre” con quelle dei “popoli di Durban” e sappia incontrarsi con i movimenti operai dei rispettivi paesi, senza i quali nessuna autentica alternativa è possibile.

Un movimento che, ad esempio, proponga oggi a tutti i popoli, in ogni paese, un appello, una petizione, sottoscritta dalle maggiori personalità democratiche del mondo, capace di raccogliere – con una campagna volta a durare nel tempo – “un miliardo di firme” per la messa al bando e la distruzione di tutte le armi di sterminio, e sia strumento di sensibilizzazione e di lotta.

Pensate quale passo avanti faremmo nel nostro paese, quale contagio benefico per tutta l’Europa, ove si riuscisse a collocare sul terreno della lotta per la pace (legando pace e giustizia sociale) quel grande “movimento dei movimenti”, imperniato sul movimento operaio, che si è espresso nella manifestazione promossa il 23 marzo dalla Cgil. Dove certamente era presente e unita la parte più combattiva di quel 50% di italiani che (almeno nei sondaggi) si sono espressi contro la guerra in Afghanistan e contro la partecipazione dell’Italia e che certamente non approvano la pericolosa subalternità del governo Berlusconi alla politica di guerra degli Stati Uniti.

Su questo terreno vi sono ritardi, incertezze nello sviluppo di una mobilitazione adeguata, limiti di analisi e di orientamento sulle priorità necessarie, anche nel nostro partito. Non è un caso che nessuno degli oltre 150 interventi nella “Tribuna congressuale” abbia messo al centro questo tema. Ed anche la relazione del Segretario mi è parsa inadeguata per quanto attiene, ad esempio, l’analisi della politica estera degli Stati Uniti, le cause del pericolo di guerra e l’indicazione delle priorità nella nostra iniziativa su questo terreno.

Credo che nella risoluzione politica conclusiva del Congresso dovremmo prima di tutto lanciare un messaggio forte al Paese e al nostro popolo, con una proposta di mobilitazione permanente e duratura sul tema della guerra (a partire dalla vicina crisi in Medio Oriente), per una iniziativa di massa contro la presenza di basi militari straniere (Usa e Nato) sul territorio italiano, contro il coinvolgimento dell’Italia nelle politiche di guerra, in cui già fummo trascinati dai governi di centro-sinistra, e in cui oggi – ancor più pericolosamente – ci sta trascinando il governo Berlusconi.