Intervento al Congresso nazionale P.R.C.

Care compagne, cari compagni,
giungiamo alle conclusioni di un congresso impegnativo che ha visto una contrapposizione interna alla maggioranza fra i sostenitori delle tesi nella versione integrale e i presentatori di alcuni emendamenti.
Rappresentare questo confronto come uno scontro fra conservatori ed innovatori è fuorviante.
So bene che spesso nella storia dei partiti i confronti interni (specie se difficili) sono stati rappresentati utilizzando queste categorie, ma so anche che raramente ciò ha permesso di cogliere l’essenza delle differenze.
E vi confesso che dopo l’esperienza dello scioglimento del PCI, a conclusione di un dibattito tutto segnato dalla volontà di rappresentare quanti si battevano contro la “svolta” come degli inguaribili conservatori, provo un certo fastidio a risentire, in questo congresso, l’utilizzo di queste etichette.
La verità è che il confronto che si è sviluppato fra noi ha riguardato in larga misura l’analisi della fase e l’individuazione dei compiti del partito.
Su questo ci siamo confrontati, esprimendo su alcuni punti valutazioni diverse.
Tornare oggi a riproporre gli argomenti che abbiamo usato nella fase congressuale senza tener conto delle novità intervenute nelle ultime settimane sarebbe sterile.
Conviene, invece, partire proprio da qui, dagli eventi recenti, per rileggere criticamente le stesse proposte di tesi.

Gli avvenimenti a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo sono stati decisivi:
· sul piano sociale si è prodotta una fortissima conflittualità con la scesa in campo del mondo del lavoro per iniziativa della CGIL;
· sul piano politico, l’abbinarsi di questo scontro con un retroterra alimentato dal movimento contro la globalizzazione e da un movimento spontaneo per la difesa della democrazia hanno aperto contraddizioni nelle stesse forze del centro sinistra, riaprendo la questione dell’efficacia dell’opposizione al governo Berlusconi.
In questo quadro, le proposte avanzate di recente dal compagno Bertinotti sono condivisibili.
Ciò vale per la scelta di una nostra collocazione a fianco del movimento dei lavoratori per la costruzione di una opposizione di massa; per la scelta di impegnarsi nella qualificazione di una piattaforma programmatica in grado, non solo di contrastare efficacemente la destra, ma anche di permettere la fuoriuscita da un orizzonte concertativo e di liberismo temperato; per la scelta, infine, di aprire un confronto con le forze democratiche per dare una sponda politica e istituzionale alla battaglia di opposizione.
Su queste proposte vi è oggi una convergenza vera nel partito e da qui può ridefinirsi un percorso unitario.
Alcuni commentatori esterni hanno speculato su questa scelta. Personalmente credo fosse l’unica cosa da fare.
Poteva Rifondazione Comunista rimanere estranea a una mobilitazione di massa che si è concretizzata in una manifestazione straordinaria?
Poteva non sentire il richiamo ad una battaglia unitaria contro la lesione di essenziali diritti sociali? No, non poteva farlo.

E tuttavia, inevitabilmente, queste scelte recenti hanno implicazioni più generali che rimandano anche al nostro dibattito congressuale.
E vengo al punto.
Molti compagni che hanno sostenuto la versione integrale delle tesi si sono sforzati di dimostrare che esiste una piena sintonia fra il documento di tesi e gli sviluppi recenti della situazione sociale e politica.
A me pare, invece, che le vicende che si sono prodotte rendano obsolete e oggettivamente superate alcune impostazioni contenute nel documento di maggioranza.
Per esigenza di brevità mi soffermerò solo su due questioni.

La prima riguarda i soggetti sociali della trasformazione.
Ciò cui abbiamo assistito in queste ultime settimane è la riconquista nel Paese di un ruolo centrale del movimento dei lavoratori.
Su questo le tesi hanno dimostrato una scarsa capacità predittiva.
Esse hanno considerato essenziale (a ragione) il ruolo del movimento contro la globalizzazione ma, a mio avviso, hanno di fatto derubricato (a torto) la centralità del conflitto capitale-lavoro.
Nella realtà questo conflitto riesplode in modo acuto e trascina gli altri soggetti sociali.
Né mi pare si possa ragionevolmente sostenere che questo si produce essenzialmente per effetto di una azione di contagio del movimento no global.
Vero è che questo conflitto si produce specificamente a partire dallo scontro con la variante neo-tacheriana della modernizzazione capitalistica, rappresentata oggi nel nostro Paese dal governo Berlusconi.
Nelle nostre analisi la rilevanza dell’impatto delle politiche della destra sul conflitto sociale è stata in parte sottovalutata.
Così come è stata discutibile la rappresentazione delle dinamiche sociali attraverso forzature analitiche tese a rappresentare il movimento no global come inclusivo della stessa contraddizione capitale-lavoro.
Per queste ragioni, dobbiamo oggi rivedere la nostra analisi dei soggetti sociali. Nessuno nega l’importanza che è venuto acquistando nel nostro Paese il movimento contro la globalizzazione, ma la questione che oggi si pone è quella di recuperare una visione più ampia delle alleanze sociali.
In questa visione, deve essere fortemente valorizzato il ruolo del movimento dei lavoratori e l’obiettivo fondamentale è realizzare una convergenza dei vari spezzoni del movimento (connettendo ai lavoratori, le espressioni dei movimenti contro la globalizzazione e per la difesa della democrazia) in un grande movimento di massa di opposizione alle destre.

E vengo alla seconda questione, quella del partito.
E’ un tema che ha attraversato il nostro dibattito.
Non poteva essere diversamente: siamo una forza importante ma che ha pagato un duro prezzo dalla scissione e che oggi deve fare i conti con una situazione inedita.
Il compagno Bertinotti ci chiede il coraggio di riformare questo partito.
E, in particolare, ci chiede di operare una scelta esplicita e inequivocabile: fare agire il partito nel sociale, impegnarsi nei movimenti senza la pretesa di riproporre la logica delle cinghie di trasmissione.
Dico subito al compagno Bertinotti che sono d’accordo su questa scelta, senza reticenze.
Ma devo dire con altrettanta chiarezza che questa scelta per me necessaria, non è tuttavia sufficiente.
Per la semplice ragione che io non ritengo che la specificità di un partito si risolva nell’internità ai movimenti.
Un partito ha una funzione più ampia: deve sì lavorare con spirito unitario nei movimenti ma ha anche il compito di dare voce a masse popolari che spesso non hanno voce e che pur non partecipando a movimenti vivono contraddizioni acute e costituiscono nostri referenti sociali essenziali
Un partito ha il compito di cimentarsi con una progettazione di ampio respiro, deve delineare un processo di trasformazione globale, deve saper cogliere le relazioni che si stabiliscono fra dinamiche sociali e politiche.
Né francamente saprei pensare all’utilità di un partito se questo non fosse l’orizzonte del suo agire. Sta qui la vocazione egemonica di un partito e non mi convince l’idea che tale vocazione dovrebbe essere traslata dai partiti ai movimenti.
Ma non perché sia incline a considerare il partito come portatore di una coscienza esterna. Questa concezione è stata in larga misura superata dai processi di politicizzazione degli stessi movimenti.
E, tuttavia, la funzione di indirizzo di un partito politico, la sua capacità di far crescere a livello di massa una coscienza critica, di ricomporre in un progetto le articolazioni e le parzialità che si esprimono a livello sociale sono essenziali.
Senza di esse non avremo l’estensione di una capacità egemonica dei movimenti ma solo l’abbandono degli stessi movimenti alla loro parzialità.

Ho concluso, compagni.
Consentitemi solo poche parole sulle scelte immediate.
Ho ascoltato con attenzione l’intervento del compagno Mantovani. Ne ho apprezzato la franchezza e la lealtà.
Egli ha sostenuto una tesi legittima e cioè che la maggioranza che ha guidato il partito in questi tre anni non è riproponibile in quanto non omogenea.
Ho anche colto il passaggio del compagno Bertinotti sul fatto che non considera l’omogeneità come una condizione vincolante nella formazione dei gruppi dirigenti.
Personalmente, credo che questo dibattito congressuale e la concretezza della situazione politica e sociale abbiano messo in evidenza come fra di noi sussistano differenze ma esistano anche elementi di convergenza che si sono rafforzati nell’ultima fase.
E’ da qui che dobbiamo partire se vogliamo ritrovare le ragioni dell’unità.
Da qui e dal riconoscimento della pari dignità delle posizioni espresse.
Alla base di tutto vi è la necessità di dare slancio ad un partito che dopo una battaglia durissima condotta in questi anni, spesso in solitudine, vede oggi dinanzi a sé riaprirsi una prospettiva.
E’ una prospettiva legata al riesplodere del conflitto sociale, all’emergere di nuove soggettività che creano oggi le premesse per il cambiamento.