Intervento al Comitato politico nazionale Prc

Credo che questo Comitato politico nazionale, così come già avvenuto della Direzione nazionale di martedì scorso, segni un passaggio importante di una nostra ricomposizione unitaria dopo un congresso vero, ma proprio per questo difficile e travagliato.
Percepisco la potenzialità di un nuovo clima tra di noi che vorrei si trasformasse in solidarietà tra compagni e compagne, in stima e fiducia reciproca e che vorrei, soprattutto, che in periferia, nei circoli, nelle federazioni e nei comitati regionali determinasse un allentamento delle tensioni.
Non mi faccio illusioni, quando si lancia un treno ai 300 all’ora, anche se l’autista decide di fermarlo, occorrono parecchi km e, soprattutto, se viene fatto con troppa fretta si rischia di farlo deragliare. Occorre quindi tempo, l’importante è che si decida di farlo. E mi sembra di capire che questo abbiamo deciso.
Certo, per quanto mi riguarda, sarei un ipocrita se non manifestassi, e per certi versi non denunciassi, una modalità di costruzione dei gruppi dirigenti locali che ha tradito una delle premesse del congresso e cioè che una articolazione della maggioranza non avrebbe comportato una penalizzazione nella gestione del partito. La realtà è che – salvo rare eccezioni politicamente non significative e quelle dove chi ha sottoscritto gli emendamenti ha la maggioranza assoluta – sono state effettuate sostituzioni con i compagni della maggioranza integrale anche molto complicate e dolorose.
Lo dico non per rinvangare nel passato, continuo a ritenere, come ho già detto e scritto, che in questo congresso siano stati prevalenti gli aspetti positivi. Non era politicamente serio tenere compressi tra di noi punti così importanti di diversità di opinione su questioni di fondo. Dico però che non è stato facile farlo e di questo dobbiamo esserne tutti consapevoli se vogliamo poter riaffrontare una discussione in futuro tra di noi senza renderla così drammatica.
Per quanto mi riguarda, e fino a decisione contraria, mi ritengo parte della maggioranza di questo partito che ha concorso in modo unitario alla elezione del segretario e alla stesura del documento politico finale del congresso.
Nella maggioranza, tra l’altro, come è del tutto evidente se si vuole essere obiettivi, non esiste una maggioranza compatta da un lato e chi ha votato gli emendamenti dall’altro: l’articolazione, come sapete tutti, è ben più estesa.
Io continuo a ritenere che siano di gran lunga più numerosi gli elementi che ci uniscono rispetto a quelli che ci dividono e quindi sono fiducioso su un miglioramento della nostra situazione interna.

Detto questo, credo che nella relazione del segretario siano state poste riflessioni molto importanti che, in larga parte, condivido. Partirei proprio dagli arresti dei giorni scorsi per dire che già lì abbiamo un primo obiettivo da darci e una riflessione da fare.

Il primo obiettivo è ottenere, il più presto possibile, la scarcerazione dei compagni/e arrestati e determinare quindi una sconfitta (il boomerang di cui parlava Bertinotti nella relazione) per chi ha orchestrato questa operazione. Importanti e non scontate le prese di posizione contro gli arresti, importanti le mobilitazioni a caldo, compresa quella di ieri a Roma, ma quella di sabato prossimo a Napoli deve raccogliere tutto lo spettro politico e sociale del popolo della manifestazione di Firenze del 9 novembre. Almeno dobbiamo provarci.
La riflessione da fare mi pare la seguente:
una parte del potere non solo italiano, ma internazionale non condivide la linea tenuta a Firenze. Vuole riaffermare la linea di Genova puntando, per questa via, ad una spaccatura e criminalizzazione del movimento. In un contesto di guerra non si può lasciare operare un movimento al tempo stesso radicale e di massa: va spezzato
Questo mi pare il senso dell’operazione di Cosenza.

Firenze è stato un indubbio salto di qualità positivo rispetto a Genova perché, io ritengo, ha saputo darsi contemporaneamente un obiettivo politico più avanzato – contro la guerra anche se ha la copertura dell’Onu – ampliando lo spettro dei partecipanti.
Contro la guerra americana in Iraq – questo il senso della manifestazione del 9 novembre – sono intervenuti tutti quelli di Genova, ma anche la Cgil con il suo segretario e l’ex-segretario, il Correntone, la Sinistra giovanile e altri dei Ds. Questo è un fatto importante che dovremmo cercare di non disperdere.
Credo che questo spostamento sia stato determinato oltre che dalla tenuta del movimento anche – significativamente – dalla ripresa di un conflitto di classe che, con il 23 marzo, lo sciopero di aprile e lo sciopero di ottobre, ha evidenziato le sue immense potenzialità; altro che fine del lavoro!! Ed è significativo il fatto che essi siano stati determinati non solo dalla Fiom, ma anche dalla Cgil che si è dimostrata, a differenza dell’Ulivo o del centro-sinistra, un soggetto che può modificare radicalmente la propria collocazione: la Fiom dopo 40 anni presenta un contratto da sola per salvaguardare democrazia e diritti, la Cgil matura una posizione di netta contrarietà alla guerra.
Lo spostamento del più grande sindacato italiano su una posizione non concertativa e il successo che ha avuto questa scelta hanno contribuito a determinare una connessione con il movimento dei movimenti.
Anche sulla Fiat, al di là degli esiti che io ritengo di grande difficoltà, registriamo una maggiore combattività. Su questo punto credo che in questo Cpn vi sia stata una sottovalutazione: la posizione del partito – intervento pubblico – non solo è giusta, ma si è dimostrata l’unica credibile e in grado di dare una risposta.
I giorni fino al 2 dicembre devono vedere il nostro partito mobilitato al massimo e in ogni caso non possiamo accettare che i lavoratori escano dalle fabbriche.
Propongo che si facciano 2 riunioni della Direzione a Termini Imerese (o comunque in Sicilia) e ad Arese, subito.
Così come sulla imminente guerra americana contro l’Iraq dobbiamo lavorare per il massimo della mobilitazione.
In una intervista pubblicata ieri da La Stampa, il braccio destro del Ministro della difesa americana Rumsfeld – Douglas Feith – parla di un possibile coinvolgimento diretto dell’Italia nella guerra e di una modifica sostanziale del ruolo della Nato – e questo dovrebbe essere deciso al vertice di Praga – che interverrà (testuale) “in ogni angolo del mondo per condurre operazioni di guerra al terrorismo e contro di stati canaglia”.

QUI LE COSE CONCRETE DA FARE SONO TRE:
1) Far crescere la richiesta di uno sciopero generale europeo se si decidesse la guerra. Da qualsiasi livello, Rsu, categoria, camera del lavoro, si chieda un pronunciamento in questo senso.
2) Qualora si profilasse un coinvolgimento del nostro paese nella guerra, chiedere un pronunciamento di tutte le assemblee elettive e, sulla base di questo, – sono d’accordo con la proposta contenuta nella relazione – rivalutare anche la nostra collocazione qualora si determinasse una divaricazione.
3) Dobbiamo rilanciare una campagna forte contro la presenza delle basi Nato e Usa nel nostro paese. La guerra americana si materializza con numerosi supporti logistici in tutto il pianeta, senza i quali sarebbe irrealizzabile. Cominciamo a fare la nostra parte chiedendone la chiusura. La manifestazione di Camp Darby ha avuto il pregio di aver evidenziato questo problema e quindi, lungi dall’essere iniziative – come sostiene Cossutta – anacronistiche, esse vanno rilanciate. La manifestazione del 20 novembre a Praga, a cui hanno aderito tutti i partiti comunisti dell’Est e dell’Ovest d’Europa, è un altro passaggio significativo in questa direzione.

Sono d’accordo sulla definizione che ha dato Bertinotti nella relazione di “situazione politica terremotabile”. La fibrillazione nel mondo Cgil-Ds è grande. Non dobbiamo viverla come un problema, ma come un’opportunità.
I Ds si trovano in una situazione di grave difficoltà e il perdurare di un conflitto di classe (Cgil) e di una mobilitazione contro la guerra, al di là delle decisioni adottate nelle loro riunioni di Direzione – l’ultima ha delineato una virata a destra – li pone di continuo in una situazione di sbandamento. Da questo sbandamento, da una ripresa del conflitto e da una crisi delle politiche liberiste, riceve forza oggettiva una ipotesi neo-riformista.
E’ quello su cui si sta misurando Cofferati, il cui progetto è quello del ticket con Prodi per le prossime elezioni politiche. Ma anche per Cofferati la strada sarà in salita: cosa succederà con la guerra se avrà l’avallo dell’Onu e se quindi, come è probabile, avrà l’assenso a quel punto di Prodi? Dove andrà Cofferati: con il ticket di Prodi o contro la guerra senza se e senza ma?
Il nostro compito è quello di chiedere coerenza, con l’obiettivo di allargare il fronte sui due obiettivi di fondo – no alla guerra, no al liberismo – e per questa via rendere possibile la costruzione della Sinistra alternativa. E questo è l’ultimo punto che vorrei trattare.

Non c’è dubbio che in Europa e in Italia sia auspicabile la costruzione di una Sinistra di alternativa. Io interpreto questa esigenza come la necessità che altre forze, oltre a quelle comuniste e anticapitaliste che già sono schierate su questo versante, si convincano che il liberismo non si contrasta inseguendolo sul suo terreno – liberismo temperato e quindi alternanza – ma ponendosi sul terreno dell’alternativa di sistema e quindi del socialismo.
Ma mentre lavoriamo per favorire questo processo, noi dobbiamo anche – a mio parere – fare una cosa e scongiurane un’altra.
Dobbiamo rafforzare e investire sull’espansione del nostro partito – Rifondazione comunista – che in termini elettorali, di radicamento e di iscritti deve crescere: ci sono tutte le condizioni per riposizionarci sui dati precedenti la scissione.
Dobbiamo evitare che la nostra proposta di Sinistra di alternativa venga vissuta dalla nostra base militante e anche dal nostro elettorato come una ipotesi di continua precarietà del nostro partito, oppure di una impotenza rispetto alla nostra possibilità di espansione elettorale. Per questo l’ipotesi di Izquierda Unida spagnola non è l’ipotesi di Sinistra alternativa che dobbiamo perseguire. Essa, cancellando la presenza autonoma dei comunisti nella competizione elettorale, ne ha minato l’autonomia sostanziale e i risultati, come tutti sanno, sia per i comunisti che per la sinistra alternativa spagnola dimostrano che quella non è una soluzione efficace.

* Segreteria nazionale Prc