Insisto

Opinioni diverse e perlopiù polemiche con quanto ho scritto sull’unificazione delle sinistre a sinistra del nascente Partito democratico. Allora, prima di tutto precisiamo: le «Note da lontano» sono mie, non esprimono tutto il manifesto. In secondo luogo, non equivochiamo: sono convinta anch’io che occorrerebbe una forza vera a sinistra del Partito Democratico. La storia non è finita anzi, differentemente da quel che pensa più di un interlocutore, si è fatta più visibile e crudele nel mondo globalizzato la contraddizione fra le multinazionali e l’enorne maggioranza di popolazioni che non possiedono che la propria forza di lavoro fisica e intellettuale, e fra una sola (per ora) grande potenza superar-mata e stati deboli o subalterni. E’ uno scontro più complicato di quello della guerra fredda, che spesso incancrenisce in guerre locali, etniche e religiose, delle quali sono state le manovre delle potenze dominanti a creare le condizioni. Vedi l’aggressione americano-inglese all’Iraq.
Ma non è vero che, come dicevamo un tempo, dove c’è oppressione c’è ribellione. Non è automatico. Da allora è crollata l’Unione Sovietica che, quale che in realtà fosse, simbolizzava una società antagonista a quella degli Usa e del capitale. E’ stato battuto un grande ciclo di lotte in occidente e in alcuni paesi terzi. Ma dove il costituirsi di spinte antagoniste non la spunta, il padronato è spinto alla riorganizzazione delle sue forze (che chiama modernizzazione) e nel proletariato – cioè coloro che non hanno mezzi di produzione – prevalgono disorientamento e stanchezza. E’ quel che è successo in Europa, dove i partiti storici della sinistra sono scomparsi, e non è di molto conforto dirsi che erano moderati già da un pezzo. E quella grande massa d’opinione, non iscritta e non militante, che però li circondava si scoraggia e rifluisce. Tanto più che il capitale non domina soltanto con la repressione ma con l’ideologia del «c’è posto per tutti quelli che competono» e quella dei consumi, che il sistema mediaucoenfa-tizza come «bisogni» in tutto il mondo.
Gran parte della «crisi della politica» viene non soltanto dalla burocratizzazione e dall’autoreferenzia-lità del ceto politico (da quando ho memoria, i momenti di vero incontro fra popolo e sistema rappresentativo sono assai più rari di quel che crediamo di ricordare), ma dal frammentarsi della società in interessi che sì raggruppano e si dissolvono con un’accelerazione prima sconosciuta e stentano a trovare una causa comune, quando non la rifiutano. La sfera politica li riflette e ne è riflessa Per questo la ricostruzione d’un modo di lavorare e delle priorità comuni non è semplice. Non erano capricci le divisioni fra Re e Pdci, o quelle al loro interno come i verdi o il femminismo. Erano in ballo giudizi diversi su quel che accadeva e diverse previsioni di quel che sarebbe accaduto. Per non andare a tempi molto remoti, il tentativo di Asor Rosa e alcuni de il manifesto di mettere assieme una camera di consultazione – molto meno di un soggetto politico unitario – è durato ben poco: è bastato cercar di individuare alcune priorità di programma e qualche criterio di formazione delle liste perché si rompesse. Ogni sigla preferì orientarsi per conto suo e perfino alcune parti della «società civile» si divisero. Risultato, la coalizione s’è fatta «contro Berlusconi» e il suo programma è una somma di proposte di ambigua interpretazione – vedi Afghanistan, scalone sulle pensioni o legge Biagi.
Ma è stupido dirsi che è tutta una storia di egoismi e tradimenti. Dopo una botta come quella di fine secolo, ritrovare una visione comune fra riformisti e sinistra/sinistra, e nella stessa sinistra, non era semplice. Non lo è neanche ora: pensiamo alla diversa posizione sulle pensioni fra la Sd di Mussi e Re, Pdci, Verdi. In ballo non sono «poltrone» ma il giudizio sul sindacato. Mussi ha deciso di attenersi alla Cgil, che ora oscilla fra un’approvazione in linea di massima su un brutto accordo e una mobilitazione per cambiarlo dopo le ferie. Ma delle pensioni si parla da più d’un anno, perché non si è fatta una mobilitazione prima? Perché si è arrivati, su un tema così delicato e complicato, senza una consultazione fra i lavoratori e senza una informazione corretta all’opinione pubblica? Se la Cgil non dovrebbe appiattirsi su un governo «amico», perché una parte della sinistra/sinistra dovrebbe appiattirsi sulle incertezze della Cgil invece che sostenerne le domande più forti? A ognuno la sua parte.
Di qui semplicemente la mia modestissima raccomandazione di confrontarsi e stabilire delle priorità condivise prima di andare a unità formali. Sbaglio? Tanto meglio. Ma abbiamo tutti esperienza di troppe unità finite in niente. E la speranza che da cosa nasca cosa, che intanto ci si mette assieme e poi si vede, mi sembra avventurosa. Qualche lettore mi rimprovera di essere complicata – ma la situazione è complicata Non è vero che ci sono poche e chiare discriminanti. Perfino sulla tenuta del governo la discussione è difficile. La situazione non è la stessa di prima delle elezioni. La voglia di mettere fuori Re e Pdci dalla maggioranza è forte e non nascosta da parte di Dini e Rutelli; solo che è perseguita a medio termine perché oggi le condizioni non ci sono, senza di essi il governo cadrebbe. Dalla parte oppòsta c’è chi obietta: vale la pena di restare in una maggioranza che ci sottopone, spalle al muro, al rischio di perdere la fiducia della nostra base, come già dicono i sondaggi? Si voti contro il governo e perisca Sansone e tutti i filistei. Ma nessuno garantisce che se si andasse domani alle elezioni non vinca di nuovo la Casa della Libertà. Anzi. E soprattutto nulla garantisce che fuori dalla maggioranza la sinistra si rafforzi. Dopo il 1998 è passata all’opposizione del governo di centrosinistra e non si è rafforzata affatto.
La verità è che se l’alternativa è fra stare nel governo, sperando in una buona mediazione, o uscirne, è come stare fra l’incudine e il martello. Chi ha impedito a Re e al Pdci o ai Verdi di mobilitare la loro gente nel corso delle trattative nella maggioranza? Mobilitare non significa riempire le piazze ogni due mesi, ma consultare, far parlare e agire nella società la propria base e esperti e lavoratori non organizzati, ma non per questo indifferenti o conformisti, prima e mentre ci si misura nelle commissioni parlamentari. Suggerirei sommessamente ai nostri eletti di informarsi su che cosa sanno e pensano delle pensioni e del cosiddetto pacchetto «welfare». Forse in passato il Pci, e per un certo tempo il Psi, avevano considerato il parlamento più come una tribuna dalla quale parlare al paese che come una sede di proposte legislative, ma adesso le sinistre radicali non hanno il difetto opposto?
L’ormai famosa crisi della democrazia rappresentativa viene anche dal fatto che i partiti si muovono solo nelle sedi istituzionali. Ma questo non è obbligatorio, anzi è contrario alla loro funzione costituzionale di essere nei canali di aggregazione fra popolo e istituzioni. E il solo, ma non trascurabile vantaggio di «essere in democrazia». Perché lo si scopre soltanto quando si tratta di nominare in qualche «primaria» un leader? Anche le nostre modeste primarie fanno strillare chi crede che la rappresentanza significa votare una volta ogni cinque anni e poi chiudere il becco. Si leggessero, come dicono a Roma, anche e soltanto la nostra modesta Costituzione. Fra istituzioni e aggregarsi della società non c’è né identificazione né inimicizia C’è, uso sottovoce una parola abusta, dialettica E una forza popolare, una forza dei lavoratori classici e di nuovo tipo deve essere permanentemente in consultazione e confronto, tanto più dove le leve del potere, quelle dell’informazióne, sono detenute dalla classe dominante.
Lidia Campagnano ha scritto su queste colonne che gli eletti devono prendere riniziativa. E perché non gli elettori, i cittadini, organizzandosi in «gruppi di pressione»? Chi glielo impedisce? E come si fa ad attendersi da un partito che si giudica sclerotizzato di attivare una circolazione sanguigna che urterebbe contro i suoi vizi più cari? Andiamo. Anche la cosiddetta «base» deve smettere di volere la frittata senza rompere le uova. Di delegare sempre i gruppi dirigenti, qualunque cosa propongano, salvo borbottare o ritirarsi a casa. Siamo tutti adulti e vaccinati da intervenire forzando i canali e squilibrando i metodi. Certo che è faticoso. Faticoso sì, impossibile no.
Mi rincresce molto che tre senatrici di Re, amiche e compagne, si siano risentite (rubrica lettere del 27 luglio) perché ho scritto che manca tuttora un giudizio sul socialismo reale da parte delle sinistre, incusa Re. So che Rifondazione ha condannato lo stalinismo e nella scelta della non violenza ha rifiutato il concetto di rivoluzione come colpo militare o comunque di un’avanguardia che abbatte un governo o una forma di stato. E immagino che non sia stato senza fatica e combattimento.
Ma è una scelta politica, non è un giudizio storico su quel che è avvenuto dal 1917 al 1989 e tuttora sussisterebbe a Cuba e molti, anche in Re, sostengono ancora. Né il rifiuto né il consenso a questi sistemi risponde alla domanda: perché è andata così? Sbagliava Marx nel vedere nel sistema capitalistico di produzione una illibertà radicale? Oppure aveva ragione di sostenerlo allora, ma la sua analisi non vale più per l’oggi? La mondializzazione la conferma o la smentisce? E se l’analisi di Marx almeno «allora» era corretta, perché è fallito il tentativo di realizzare una società non capitalistica? Dov’ è cominciato V errore? Nel 1917? Nella divisione fra Lenin e i socialisti rivoluzionari? Oppure nel dissolvere i Soviet? 0 sbagliò soltanto Stalin? Sarebbe stato meglio se non si fosse tentato il 1917, se si fosse opposta allo zari-smo una resistenza passiva, attendendo che la guerra finisse un anno o due dopo, e lasciando alla modernità di aver lentamente ragione dell’autocrazia? C’è chi lo pensa. E non è l’ultima ragione della divisione nelle sinistre. Perché ne derivano conseguenze differenti anche per l’oggi. Non nel senso che una rivoluzione sia o no all’ordine del giorno, e quale, ma se la fine del capitalismo resta o no nell’orizzonte. Di fatto sento dire, sia da destra sia da sinistra, che uscirne è illusorio ed è nel suo ambito che si tratta di muoversi, o che la rivoluzione è già avvenuta anche se i più non se ne sono accorti. Parliamone.