Ingrao: si può rinunciare al simbolo comunista

Rinunciare al comunismo? «Si può». Parola di Pietro Ingrao, che a diciassette anni dallo strappo contro la Bolognina, oggi è disponibile a ragionare sul cambio di simbolo e di ragione sociale del partito a cui ha aderito qualche anno fa: Rifondazione comunista. L’occasione è un commento sulla svolta annunciata – e poi attenuata – da Fausto Bertinotti: nasce la sezione italiana della Sinistra europea – aveva spiegato domenica scorsa – con l’ambizione di riunificare in un contenitore nuovo Rifondazione comunista e il movimento, dando l’addio definitivo all?ideologia e a Marx sull’onda di un nuovo slogan, «il socialismo della persona». Poi ieri, incontrando il mondo della cultura e dello spettacolo, il segretario di Rifondazione ha un po’ frenato: «Il comunismo? Non ci abbiamo rinunciato quando eravamo sotto schiaffo, non vedo perché dovremmo farlo adesso».
Ma a sorpresa è proprio l?anziano leader del Pci, ospite d’onore accolto
con una standing ovation al Residence Ripetta, a spiegare, a margine del
convegno, che lui di dubbi ne ha meno. La premessa è che comunque «il partito della Sinistra non è vicino»: «Penso che dobbiate ancora attendere – sorride -, perché finora si sono messi d?accordo solo su alcune questioni immediate elettorali e di governo, ma non vedo un confronto profondo che possa portare a risultati a breve». Insomma, la svolta non sembra a Ingrao così vicina come aveva fatto immaginare Bertinotti, annunciandola per il dopo elezioni. Ma sui simboli e sul «nuovo partito», Ingrao non ha pregiudiziali: «Se si trattasse di una nuova unità, di un contenitore innovativo, non avrei preclusioni: si può rinunciare al nome e al simbolo… E lo dico io che, voi sapete, che cosa significhi per me il comunismo». E infatti è proprio Ingrao a invocare per il 9 aprile «una risposta proletaria, che rimetta al centro il soggetto di classe», mentre Bertinotti, nelle conclusioni, propone una versione nuova del «proletariato» del secolo scorso: il «movimento».

Il dibattito è comunque aperto dentro il partito e la strada imboccata:
«Sarà in questo soggetto che si incontreranno le culture critiche che hanno animato la scena politica di questi anni», ha spiegato Bertinotti, rispondendo anche alle osservazioni di Ingrao che aveva invitato a non abbandonare il «proletariato». E Rina Gagliardi su Liberazione ha tracciato i confini della svolta bertinottiana in un editoriale dal titolo: «La sinistra da una svolta a sinistra». «Nei prossimi mesi – scrive – non ci sarà soltanto sulla scena il partito Democratico, sbocco obbligato del cammino iniziato nell’89, incarnazione di una collocazione neocentrista. Ci sarà un partito che rappresenta l?opzione di una società socialista per il ventunesimo secolo» in un processo «in cui nessuno si scioglie e nessuno rinuncia ad essere se stesso».