Indulto, a chi giova una riforma discutibile

L’indulto appena approvato dal Parlamento ammorbidisce le pene per i responsabili di infortuni sul lavoro e malattie professionali. Il provvedimento troverà, applicazione anche nei processi che si celebreranno nei confronti di responsabili di infortuni e malattie professionali, anche mortali. I motivi di questa scelta non sono limpidi, nel senso che non sono quelli dichiarati. Sicuramente non serve a diminuire la popolazione carceraria.
Non risultano presenti in carcere imprenditori o dirigenti condannati per questo tipo di reati e non vi era, quindi, la necessità di contrapporre vittime del lavoro e gesti di perdono verso la parte più debole della popolazione carceraria che rischia, in questo caso, di essere più strumentalizzata che «perdonata». Evidentemente il fine, improprio rispetto a quello dichiarato, era ed è un altro. E deve essere un fine di un peso non indifferente se, per raggiungerlo, si è passati sopra ad una dura presa di posizione della Fiom e del direttivo nazionale della Cgil che avevano espressamente chiesto di escludere dalle misure di clemenza, come per altro sempre era stato fatto in passato, i reati in danno dell’integrità fisica e della vita dei lavoratori. Il sindacato, e la Cgil in particolare, riflettano su quanto questo parlamento tiene in considerazione i diritti e la rappresentanza del lavoro; anche in attesa della finanziaria e nonostante i molti ex sindacalisti nel governo e nel parlamento. Né hanno avuto più fortuna, nello smuovere i deputati dalla loro incrollabile indulgenza, le richieste delle associazioni delle vittime dell’amianto che, inutilmente, hanno spedito ai capigruppo ed ai Presidenti di Camera e Senato telegrammi, appelli e persino un primo elenco di 1300 morti causati da alcuni gentiluomini che controllavano le produzioni Eternit.
Per provare a capire il motivo di questa scelta, perciò, bisogna indagare un po’ più a fondo e comprendere quali sono le concrete dinamiche di un processo penale sui temi della salute della lavoratori, per verificare quali sono gli interessi in gioco e in che misura siano stati tutelati dall’indulto. Mai come in questo caso, occorre capire «a chi giova».
Le pene «standard» per le malattie professionali e gli infortuni non mortali sono di tre anni e, per gli omicidi colposi, di 5. Il responsabile di tali reati sa di potere contare su due anni, se incensurato, di condizionale. Il responsabile può, anche, patteggiare la pena ottenendo, per il solo fatto che patteggi, uno «sconto» significativo. Il suo problema principale, al momento del processo, è, evidentemente, quello di evitare il rischio del carcere. Deve perciò ottenere l’assenso della Procura e delle persone danneggiate al patteggiamento.
A malincuore, normalmente, si rassegna a risarcire il danno secondo le sue concrete disponibilità economiche, per potere patteggiare e anche, contemporaneamente, ottenere l’attenuante specifica «per avere risarcito il danno». E così sarà condannato formalmente ma libero sostanzialmente. Quanto il responsabile sborsa a titolo di risarcimento del danno (oltre alle «grane» ed alle spese di giudizio) sono, perciò, le uniche sanzioni che, concretamente, subisce. E’ abbastanza ingiusto, ma si può sempre fare di peggio. E così è stato fatto. Che succede, infatti, dopo l’indulto, per tutti gli omicidi sul lavoro e per gli infortuni non mortali? I responsabile di tali reati (se commessi entro il 2 maggio 2006) affronteranno il processo con un «bonus» di tre anni garantito per tutti dall’indulto.
Per tutti i reati che hanno provocato infortunio o malattia professionale non mortale l’effetto è evidente. La pena è totalmente coperta dall’indulto e, quindi, perché sperperare il proprio patrimonio in risarcimenti? Ma anche i responsabili di omicidio non dovranno più preoccuparsi molto: i cinque anni teorici, con il «bonus» diventano due, agevolmente risolvibili con la condizionale e le attenuanti generiche.
Anche in questo caso, perciò, risarcire sarà un lusso che non molti vorranno permettersi.
Questo è l’unico pratico effetto dell’indulto sui reati in danno alla salute dei lavoratori. E questo, perciò, si deve supporre fosse l’obbiettivo che si proponevano di raggiungere i deputati indulgenti. A nulla vale obiettare che resterà, per i danneggiati, pur sempre il giudice civile che, con suoi tempi. in aggiunta a quelli del Giudice penale che decide sull’indulto, deciderà il risarcimento. C’era anche prima, ci mancava che lo facessero sparire.
Il problema è dato dal fatto che, con i tempi della giustizia (e i suoi costi per i danneggiati), i responsabili avranno tutte le opportunità di rendersi impossidenti o irreperibili o continuare a risiedere all’estero. Per pagare e morire c’è sempre tempo. Con questo indulto rischiano di vanificarsi anche battaglie sindacali di anni, come quella che la Fiom-Cgil ha condotto e conduce alla Fiat contro il Tmc2 (tempi e ritmi di lavoro che danneggiano gravemente la salute delle lavoratrici e dei lavoratori) e che, anche attraverso le denunce dei lavoratori e gli esposti del sindacato, porteranno 68 alti dirigenti Fiat ad un processo il 5 Ottobre prossimo. Processo che, da oggi, è depotenziato nelle conseguenze per chi non ha tutelato la salute dei lavoratori in disprezzo delle leggi e contro le organizzazioni sindacali. La questione resta la stessa: perché rendere più difficoltoso e improbabile alle vittime degli infortuni sul lavoro il riconoscimento dei loro diritti?
Saranno migliaia, in Italia, i processi per reati in danno della salute dei lavoratori che dovranno fare i conti (letteralmente) con questo indulto. Perché?
La risposta è, purtroppo, una sola: per consentire ai responsabili, o alle loro assicurazioni, di risparmiare somme ingenti. Resta chiaro che, da parte delle organizzazioni sindacali, prima fra tutti la Fiom Cgil, e delle associazioni dei famigliari delle vittime, questo indulto non potrà, in alcun modo, rappresentare un freno per la propria azione in tutela della salute dei lavoratori e per il riconoscimento pieno delle responsabilità di chi tanti lutti ha provocato. Non ci si venga, però, a parlare di «governo amico».

(*) legale Associazione Famigliari Vittime Amianto di Casale Monferrato

(**) segretario generale Fiom-Cgil Torino