India, tra i contadini suicidi nelle coltivazioni di cotone. Il governo: «10 mila dal 1997»

«Nel villaggio di Bheemavaram, Stato dell’ Andhra Pradesh, il contadino Chinta Venkateswara, 46 anni, s’ è ucciso bevendo del pesticida per i troppi debiti. È il terzo suicidio tra i coltivatori di cotone nella stessa località, in soli due giorni». Notizie come queste sono ormai la norma qui in India, non si stupisce più nessuno. Segue dalla prima «La sedicenne Vijay Chatale è sotto choc per aver scoperto il padre, agricoltore del Kerala, morto per impiccagione nella cucina di casa dopo il crollo dei prezzi agricoli internazionali», si legge su un altro giornale. E ancora: «Nel paesino di Nagpur, nello Stato del Maharashtra, la polizia ha fermato alcuni contadini disperati che stavano preparando una pila funeraria su cui intendevano immolarsi». E si potrebbe continuare a lungo. Sui media indiani queste notizie sono infatti quotidiane: come gli spostamenti dell’ amato-odiato monsone lungo l’ enorme subcontinente, i gossip sugli attori miliardari di Bollywood, i lenti ma costanti successi delle caste «inferiori» nello scardinare l’ antica struttura sociale. Avvenimenti ormai entrati nella routine di questo Paese. Ma i suicidi di migliaia di contadini – l’ attuale governo di New Delhi ne ammette «quasi 10 mila» dal 1997, stime indipendenti ne quadruplicano almeno la cifra – sono diventati un’ enorme tragedia collettiva. Una piaga nemmeno immaginabile finché l’ agricoltura – da cui dipendono ancora i due terzi della popolazione indiana, ovvero 750 milioni di persone – era gestita su basi comunitarie o basata sui grandi latifondi e lo Stato sosteneva il settore. Soprattutto fino a quando le multinazionali americane non hanno iniziato a imporre i loro carissimi semi soprattutto per la diffusissima coltivazione del cotone, per di più geneticamente modificato, costringendo i contadini a ricomprarli ogni anno per mantenere gli standard richiesti dal mercato internazionale nonostante il crollo dei prezzi della materia prima. Che l’ «epidemia» di morti nelle campagne – quasi tutti uomini e piccoli, piccolissimi proprietari – sia un fenomeno nuovo è un fatto che nemmeno il governo mette più in dubbio. Che le decine di migliaia di suicidi siano causati dalla disperazione dovuta a debiti impossibili da ripagare, nemmeno. Piuttosto, è sui motivi a monte che il potere politico ha finora dato spiegazioni «naturali» anziché politiche ed economiche. Colpa di inondazioni e siccità, invasioni di insetti e parassiti delle colture, sostiene (con sempre minor convinzione) New Delhi, dichiarandosi impotente e impegnandosi al massimo a stanziare fondi per le regioni più in crisi, come ha fatto recentemente il premier Manmohan Singh nel Maharashtra, con un programma da 800 milioni di euro. Ma le catastrofi naturali sono flagelli antichi in India. Perché tutte quelle morti, quasi all’ improvviso? E soprattutto, come mettere loro fine? Una risposta arriva da tempo dalle analisi dei combattivi ecologisti indiani. Dalla famosissima scienziata-ambientalista Vandana Shiva, da migliaia di organizzazioni e attivisti meno noti. «La Super India Scintillante con una crescita annua dell’ 8%, magnificata da tutti per il polo di Information technology a Bangalore, sede ambita dall’ Occidente per la delocalizzazione delle sue imprese, oggetto delle copertine dei magazine di mezzo mondo, è solo una faccia della medaglia», dice Kishor Tiwari, che dieci anni fa ha lasciato un ottimo impiego alla General Electric per dedicarsi alla causa dei contadini del Vidarbha (nel Maharashtra), la regione produttrice di cotone più colpita in assoluto. L’ altra faccia, dice Tiwari, mostra un’ agricoltura ormai semidistrutta da 15 anni di riforme sconsiderate, dagli accordi tra New Delhi e Washington ribaditi anche nel 2005, che concedono un quasi monopolio alle multinazionali Usa nell’ imporre i loro carissimi semi. E questo nell’ indifferenza dei governi federali e statali, sempre più proiettati a lanciare l’ India del hi-tech a scapito dell’ agricoltura, da cui dipende appunto il 75% della popolazione del Paese ma che concorre ormai solo per il 25% al suo Pil. Un’ analisi solo in apparenza frutto di una visione anti-governo e anti-globalizzazione. Infatti, anche il prestigioso e ben poco rivoluzionario Tata Institute of Social Sciences di Mumbai, a cui si era rivolto mesi fa il tribunale supremo della capitale finanziaria indiana per capirne di più, si è trovato alla fine d’ accordo. «I suicidi sono avvenuti a partire dal 1997 nelle zone più ricche del Paese e sono l’ indubbio sintomo di una profonda crisi del settore agricolo – si legge nel rapporto del Tata Institute -. Tra i motivi che abbiamo individuato c’ è il crollo degli investimenti pubblici nel settore, in linea con le direttive di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale che hanno soprattutto costretto l’ India ad aprire le porte, dal 1998, a corporation come Monsanto, Cargill e Sygentas i cui semi sono più cari e richiedono più fertilizzanti, pesticidi e acqua. Fattori, questi, che diminuiscono la fertilità dei terreni, aumentano i costi di produzione, mettono i contadini in balia degli usurai e del mercato internazionale. Il tutto, mentre l’ Organizzazione mondiale per il commercio impone di togliere le tariffe all’ import, e gli Stati Uniti continuano a finanziare il loro export».