India, il digiuno anti-dighe inguaia il governo Singh

Quattordici giorni. Chi ha conosciuto Medha Patkar non si lascia ingannare dall’aria pacifica di questa signora dai capelli grigi e il volto disteso: come tutti gli attivisti indiani Medha è determinata e incredibilmente resistente, almeno secondo i nostri standard. Quattordici giorni di digiuno completo, però, possono spezzare chiunque, specie se accompagnati da uno sbrigativo ricovero notturno in ospedale a opera della polizia, che l’ha poi incriminata per tentato suicidio. Eppure lo sciopero della fame va avanti a oltranza, malgrado la pressione in caduta libera e le pericolose fluttuazioni del livello di potassio. La leader del movimento contro le dighe nella valle del Narmada ha deciso di tenere duro insieme ad altri due portavoce, Jamsingh Nargave e Bhagwatibehen Patidar, finché il governo centrale non prenderà una posizione chiara.
Non bisogna credere che il passaggio a una forma di protesta così estrema non sia stato a lungo meditato. Sono vent’anni che il Narmada Bachao Andolan (Nba) – così si chiama il movimento – è mobilitato contro il faraonico progetto che risale ai tempi di Neru e che inizialmente prevedeva, lungo il fiume Narmada, la costruzione di 33 grandi dighe con altrettanti bacini artificiali, 136 medie e circa 3000 piccole. In un secondo tempo il progetto è stato ridotto a 33 grandi sbarramenti con i relativi bacini, in pratica una diga ogni quaranta chilometri, per un costo finale che dovrebbe aggirarsi sui 11,4 miliardi di dollari – ma in India, come in Italia, il condizionale è d’obbligo. Comunque, anche se un tantino ridimensionata, l’opera è destinata a sacrificare 37 mila ettari di foreste e 320 mila villaggi, la maggior parte dei quali sono già stati sommersi dal bacino artificiale creato dalle dighe. E gli abitanti? Di solito gli ingegneri non se ne curano, figuriamoci quando si tratta prevalentemente di popolazioni tribali e di intoccabili, gente insomma considerata sacrificabile in nome della crescita economica e di una modernizzazione tutta di facciata visto che l’arcaico sistema delle caste risulta tuttora in vigore.

Nel 1991, dopo uno sciopero della fame di 22 giorni che l’ha quasi uccisa, Medha riuscì ad ottenere l’attenzione dei media internazionali e il conseguente appoggio delle organizzazioni ambientaliste del Nord del mondo. La resistenza degli adivasi – così si chiamano gli abitanti originari dell’India – che si lasciarono sommergere insieme alle loro case, colpì l’opinione pubblica internazionale e costrinse la Banca Mondiale a una decisione senza precedenti: il ritiro dal contestato progetto in quanto «gli standard ambientali e sociali della Banca» non erano stati rispettati, come venne scritto allora dagli stessi funzionari. Con uno scatto d’orgoglio patriottico il governo indiano decise di andare avanti lo stesso ma fu costretto ad approvare in tutta fretta delle misure per garantire agli sfollati una terra decente – ovvero fertile – dove tentare di ricostruire le proprie comunità.

Dalla carta alla realtà, è noto, la strada è impervia. I risarcimenti si sono persi in un rivolo di corruzione e mazzette e non è affatto detto che le terre assegnate corrispondano agli standard – peraltro bassissimi – necessari alla sopravvivenza di migliaia di famiglie visto che l’India è un paese vasto ma estremamente sovrappopolato. Ulteriori reinsediamenti si sono poi resi necessari quando le autorità degli stati interessati dal progetto – principalmente il Gujarat ma anche Maharashtra e Madhya Pradesh – hanno deciso di innalzare il livello della Sardar Samovar, la principale diga del progetto Narmada, cosa che provocherà ulteriori allagamenti. Il problema è che le 35 mila persone reinsediate in previsione dell’innalzamento da 110,64 a 121,92 metri hanno scoperto che la loro nuova terra era un deserto e sono tornate a casa mentre l’Nba presentava un reclamo alla Corte Suprema. Inaspettatamente la Corte ha dato ragione ai militanti, deliberando che non si possono innalzare ulteriormente le dighe prima di avere provveduto a fornire almeno due ettari di terra coltivabile e una nuova casa agli abitanti dei 220 villaggi ancora da sommergere. Per le famiglie che possiedono più di due ettari sono previsti risarcimenti in denaro. Tutto a posto? Niente affatto perché, evidentemente, nemmeno la Corte Suprema ha la precedenza sugli interessi particolari degli imprenditori e dei governatori dei vari stati, interessi che sono stati invece perfettamente interpretati dall’ultima decisione della Narmada Control Authority, l’autorità di controllo indipendente (per modo di dire) che ha preso per buoni i falsi attestati di avvenuta risistemazione degli abitanti originari e, l’8 marzo scorso, ha autorizzato l’innalzamento della diga di Samovar. La decisione ha fatto infuriare gli indigeni e i contadini che si sono sentiti traditi da un governo che loro stessi hanno contribuito a eleggere quando, nel 2004, la coalizione di centro-sinistra vinse inaspettatamente le elezioni contro i nazionalisti di destra del Bjp.

La reazione del Narmada Bachao Andolan è stata rapida e, come sempre, prettamente ghandiana: una delegazione di 250 persone capeggiate da Medha Patkar si è messa in viaggio per andare a piazzarsi davanti al palazzo del governo centrale di New Delhi chiedendo d’incontrare il Primo ministro Manmohan Singh. Dopo dieci giorni di ininterrotto sit-in – qui si chiama dharna – il premier ha ricevuto la delegazione e ha annunciato l’invio di una squadra di ministri nella valle, per controllare appunto se i reinsediamenti sono stati efficacemente portati a termine come sostengono le autorità locali o se invece si è trattato di una pura messa in scena, come sostengono gli abitanti dei villaggi che denunciano anche numerosi episodi di corruzione e violenza. La squadra governativa è puntualmente partita il 6 aprile scorso ma, a tutt’oggi, non è stato ancora reso pubblico un resoconto dell’ispezione mentre la presenza di Medha sulle prime pagine dei giornali indiani veniva purtroppo oscurata dal terribile incendio di Meerut. L’Nba, dal canto suo, incalza: «Siamo stupiti» recita il comunicato ufficiale del movimento «che il governo centrale non abbia ancora reso pubblico il rapporto sulla vista nella valle del Narmada» dove i ministri delle Risorse idriche, della Giustizia sociale e il ministro dell’Ufficio del Premier Prithiviraj Chauhan hanno potuto vedere con i propri occhi che «la decisione di innalzare il livello della diga sommergerà migliaia di famiglie che non sono state affatto reistallate altrove. Dobbiamo credere che il governo centrale sia ricattato dai poteri locali? Ma il governo centrale e quelli locali debbono tenere bene a mente che innalzare la diga oltre i 110 metri è una violazione illegale e ingiustificata del basilare diritto alla vita della gente del Narmada, e che per questo va immediatamente fermata».

Medha e i suoi non hanno quindi alcuna intenzione di mollare anche perché, oltre al sostegno della legge, hanno dalla loro parte alcuni nomi famosi – come ad esempio la scrittrice Arundhati Roy che ha raccontato la lotta della valle nel suo La fine delle illusioni – e possono contare sulla solidarietà dei numerosi movimenti sociali dell’immenso paese. Ed è proprio per rendere tangibile questa solidarietà che ieri è stata organizzata una marcia a Delhi cui hanno partecipato delegazioni provenienti da tutti gli stati: dal Kerala, dov’è in corso la mobilitazione contro la Coca Cola, alla stessa capitale, dove 500 attivisti dell’Indian Coordination Committee of Farmers’ Movement (la coalizione dei movimenti contadini indiani) si sono dati appuntamento per accogliere il Direttore generale del Wto Pascal Lamy, in tour mondiale per sponsorizzare la conclusione dei negoziati avviati durante la ministeriale di Hong Kong. C’è da dire che per rendere omaggio al primo ministro indiano Lamy non poteva scegliere giorni peggiori.

Comunque a dare una mano a Medha ci si è messa pure la polizia. Dopo il ricovero forzato della scorsa settimana l’Nba ha guadagnato l’appoggio dei professori e degli studenti universitari: il presidente e il vicepresidente della Jawaharlal Nehru University Union si sono addirittura uniti al digiuno mentre alcuni professori della Aligarh Muslim Universty, l’università islamica della capitale, hanno visitato più volte il luogo del sit-in. Del resto le motivazioni di questo appoggio vanno ben oltre il mero esercizio di solidarietà perché, come ha fatto notare Kavita Krishnan della All India Students Association (l’organizzazione studentesca nazionale) «Non si tratta solamente della lotta contro una diga. Questo è un dibattito su di un modello di sviluppo che causa la distruzione dei mezzi di sostentamento di intere popolazioni».