India, fermata la privatizzazione della compagnia elettrica

Alla fine mister Singh ha dovuto cedere: la Bharat Heavy Eletricals Limited, compagnia elettrica nazionale meglio nota come Bhel, non verrà venduta al miglior offerente. Dopo un’estate politicamente rovente che si è conclusa con due giorni di sciopero generale alla fine di settembre, il governo è stato costretto a piegarsi al veto del Left Bloc ovvero quel Blocco di sinistra formato dagli storici partiti comunisti insieme alle più recenti aggregazioni di intoccabili, indigeni e altre realtà del movimenti sociali del sub-continente indiano. Un blocco che è stato fondamentale per la vittoria elettorale della coalizione di centro sinistra nella primavera del 2004 e che, da allora, utilizza in modo magistrale il peso politico di cui dispone.
Infatti, anche se la logica della coalizione ha costretto la sinistra a ingoiare parecchi bocconi amari – come ad esempio l’apertura agli investimenti e alle compagnie straniere nel settore delle infrastrutture – sono da registrarsi anche importanti e stabili conquiste: la legge sul salario minimo garantito per i più poveri (circa 300 milioni di persone), la legge sulla trasparenza e alcuni programmi d’emergenza come il piano sanitario per l’India rurale. Ma la pressione costante degli investitori internazionali sul primo ministro Manmohan Singh ha costretto il governo a proseguire sulla strada delle riforme economiche e ad accelerare con la privatizzazione di interi settori statali, malgrado sia stato proprio questo il motivo che ha portato alla sconfitta elettorale del governo precedente. Il progetto di fare entrare dei capitali stranieri nella Bhel però, essendo l’azienda economicamente in salute, è stato subito percepito come particolarmente lesivo degli interessi nazionali dai partiti della sinistra, spaventati anche dall’approssimarsi delle elezioni in Kerala e nel Bengala occidentale, due stati considerati tradizionalmente il bastione di partiti come il Communist Party of India (Marxist), uno dei più forti del sub-continente. La privatizzazione della Bhel, del resto, è la classica goccia destinata a far traboccare il vaso delle rivendicazioni perché arriva proprio nel bel mezzo del conflitto sociale innescato dalle altre riforme: dalla privatizzazione degli aeroporti e delle banche – motivo degli scioperi di settembre – al tentativo, da parte del Primo Ministro, d’imporre una contestatissima riforma della vendita al dettaglio in favore della grande distribuzione internazionale – leggi Wal Mart.

In realtà il braccio di ferro sulla Bhel, cominciato la scorsa primavera, era già arrivato a un passo dalla crisi di governo nel luglio scorso, quando il Left Bloc si era chiamato fuori dal principale organismo di coordinamento della coalizione di centro-sinistra in cui i partiti radicali trattano con il Partito del Congresso con la mediazione di Sonia Gandhi, figura ben più popolare di Singh. Dopo avere tentato in ogni modo di ricomporre la frattura, alla fine il governo ha dovuto cedere. Ieri il segretario generale del Partito del Congresso, Ambika Soni, ha reso noti i contenuti di una lettera scritta dal primo ministro a Sonia Gandhi, nella quale si informava la presidente del partito e leader della coalizione che il governo ha deciso di sospendere il processo di privatizzazione dell’azienda elettrica.

Dal gran rifiuto di Sonia – costretta, dopo la vittoria elettorale, a rinunciare alla carica di primo ministro per non esporre la coalizione alla campagna xenofoba scatenata dai fondamentalisti contro la sua persona – c’è stata una sorta di suddivisione informale delle responsabilità: a Singh è stato affidato il compito di governare mentre alla signora Gandhi, politicamente di tutt’altro spessore, è andato il difficile compito di guidare una coalizione estremamente eterogenea e molto litigiosa. Ed è esattamente per questo motivo che gli analisti politici dell’establishment, che naturalmente promettono sciagura per quest’ultima decisione, oggi la accusano di non avere fatto il possibile per sostenere l’agenda economica iper-liberista del primo ministro, tutta incentrata su investimenti stranieri, riforma del lavoro e privatizzazioni. I giornali propongono insomma una lettura personalistica del conflitto in atto – il tradimento di Sonia la “rossa” nei confronti dell’ex-uomo del Fondo monetario – come al solito strumentale all’esigenza di oscurare completamente il ruolo dei partiti, dei sindacati e dei movimenti.

In realtà le cose sono un po’ più complicate di come le dipingono i giornali. Sarebbe stato difficile per chiunque riportare il Blocco rosso a più miti consigli anche perché nessuno, nemmeno Singh, al momento è in grado di prospettare un’alternativa di governo con l’ormai impresentabile partito dei fondamentalisti hindu. Inoltre i partiti del Blocco rosso sono a loro volta pressati dai movimenti, che non hanno affatto delegato ai nuovi eletti la responsabilità di verificare che il Programma comune minimo stabilito in campagna elettorale venga rispettato. Al contrario, oltre a prestare i propri portavoce agli organismi di controllo costituiti proprio a questo scopo, i movimenti non hanno mai seppellito l’ascia di guerra: hanno continuato a mobilitarsi e a operare una pressione costante sull’intera coalizione, anche se naturalmente la loro importanza viene sottostimata dall’establishment.

Sotto questa luce, più che colpevole di un tradimento, Sonia Gandhi è stata l’artefice di un compromesso importante: il blocco di una consistente privatizzazione in cambio del disimpegno della sinistra radicale sulle questioni di politica internazionale. I partiti comunisti avevano infatti duramente contestato l’allineamento dell’India sulla risoluzione dell’Unione europea contro l’Iran, un voto che oltretutto rischia di pregiudicare i buoni rapporti che intercorrono fra Delhi e Teheran in un momento in cui garantirsi le forniture energetiche è sempre più essenziale. Che fine farebbe la ruggente crescita economica indiana se venissero stracciati i contratti per la costruzione degli oleodotti?

Sebbene la critica sia estremamente fondata – e fra l’altro condivisa da molti imprenditori d’alto livello – il Blocco di sinistra ha fatto capire molto chiaramente che la posizione filo-atlantica assunta dall’India nel meeting dell’International Atomic Energy Agency di settembre, pur violando il Common Minimum Programme, non è così grave da spingere al ritiro del sostegno al governo. Al contrario, se Singh avesse deciso di tirare dritto con l’agenda delle privatizzazioni, la crisi di governo sarebbe stata praticamente inevitabile.