Indagati 40 no war

Quando l’ufficiale giudiziario ha suonato a casa, assieme alla letterina verde gli ha dato anche la sua solidarietà: «Betti, non si può neanche più manifestare contro la guerra adesso?». Lui è Massimo Betti, il coordinatore bolognese delle Rdb. E’ stato il primo di altri quaranta a ricevere gli avvisi di fine indagine per il blocco dei binari della stazione il 20 marzo 2003. Il destino malizioso ha voluto che accadesse proprio sabato scorso, quando tanti altri stavano andando a Roma a manifestare ancora contro la guerra che continua. Due anni fa, nel giorno dello scoppio del conflitto iracheno, migliaia di persone scesero in piazza anche a Bologna. Trentamila ricordano le cronache del tempo, una parte di loro decise poi di andare a concludere la manifestazione in stazione. Interruzione di pubblico servizio, è questo il reato ipotizzato dalla procura per le quaranta persone identificate come i capi dell’azione. Tesi confutata dagli indagati che ieri hanno ricostruito quella giornata. Tra di loro c’è anche il segretario cittadino di Rifondazione Comunista Tiziano Loreti che dice: «Lo rifaremmo». Quella fu anche una giornata di sciopero fatto senza proclamazione: «Uno sciopero di cui la stessa commissione di garanzia riconobbe la validità – ha ricordato Massimo Betti – perchè fatto con il motivo che la guerra lede l’articolo 11 della Costituzione». Quel giorno anche i responsabili delle Ferrovie misero a disposizione gli altoparlanti della stazione perchè il movimento spiegasse a lavoratori e viaggiatori i motivi della protesta. Chi c’era può testimoniare che ci fu molta solidarietà al blocco dei binari, assenti i gesti di intolleranza per i ritardi dei treni calcolati da Trenitalia tra i 2 e i 152 minuti.

Gli indagati, ora, passano subito la palla alla politica e chiedono che si esprimano tutti quelli che in comune, provincia e regione hanno votato ordini del giorno di condanna per il conflitto in Iraq. Una solidarietà che permetterebbe di uscire dalle stanze dei palazzi i pronunciamenti istituzionali. A raccoglierla subito è il verde Paolo Cento che chiede l’aministia per le lotte sociali e politiche da attuare subito dopo il nove aprile. Ovvia solidarietà è arrivata anche da Rifondazione Comunista e dai Comunisti Italiani.

Minimizza la pm che firmato gli avvisi. Per Morena Plazzi, infatti «la situazione giudiziaria può ancora mutare», e il riferimento è al deposito delle memorie difensive. La procura di Bologna è da tempo al centro delle critiche del movimento per l’utilizzo dell’aggravante dell’eversione nelle occupazioni delle case o in quella dei treni e anche per un’azione di autoriduzione al cinema. Il 29 marzo è attesa la sentenza della Cassazione che si deve pronunciare sul ricorso del pm Paolo Giovagnoli, il quale chiede gli arresti domiciliari per gli otto indagati nell’inchiesta sul treno occupato l’anno scorso in occasione della May Day. Quel giorno ci furono scontri nel sottopassaggio della stazione e alcuni poliziotti rimasero feriti. Questa settimana, infine, ci sarà la seconda udienza del processo per lo smontaggio del Cpt di Bologna il 25 gennaio 2002. Sono 47 le persone indagate. Ieri Verdi, Rifondazione e Cantiere hanno presentato in consiglio comunale un ordine del giorno che ricorda – soprattutto al centro sinistra che i Cpt li ha fatti – tutte le ultime prese di posizione contrarie ai centri di sindaci e governatori delle regioni. «C’è troppo silenzio su un argomento che, vinte le elezioni, la sinistra locale ha abbandonato», dicono i disobbedienti. Per questo hanno srotolato lo striscione – «smontare un lager non è reato» – e hanno indossato delle magliette con su scritto: «ho smontato il cpt, e lo rifarei».