Incidenti di percorso

Che tutta l’Unione, e financo il nostro prudente capo dello stato, si siano levati come un sol uomo contro la proposta di Berlusconi di cambiare il sistema elettorale all’ultimo minuto, è comprensibile. Che vi aggiungano un’appassionata difesa del bipolarismo maggioritario come il più democratico dei sistemi possibili non lo è affatto. E’ vero che l’attuale proposta di legge è un espediente, oltretutto confuso, nato per ostacolare una vittoria di Prodi con il sistema attuale che i sondaggi danno per sicura; neppure il ritaglio su misura dei collegi, che a suo tempo la sinistra aveva denunciato, gioca più a vantaggio della Casa delle Libertà. E’ anche vero, come ha scritto Gianni Ferrara su Liberazione, che la bozza disegna una finta proporzionale, sia perché fino a ieri l’altro cancellava dal conteggio tutti i suffragi raccolti dai partiti che non superano la soglia di sbarramento (una cosa è non avere i propri rappresentanti alle Camere, altra che i voti scompaiano), sia perché garantisce un premio di maggioranza non da poco, anche se meno imponente della distanza che c’è oggi fra la maggioranza di governo e l’opposizione.
Ma non è lecito che il centrosinistra si aggrappi come l’edera al maggioritario bipolare, il quale «sarebbe entrato in testa a tutti gli italiani», e ne faccia il metodo più democratico e moderno, esorcizzando il proporzionale come ritorno a un temibile passato. Lasciamo andare la scarsa coerenza con le passate dichiarazioni di gran parte dei suoi esponenti. Andiamo al merito: il bipolarismo sta al paesaggio politico italiano come la camicia di forza sta a un paziente. Con esso si vuole imporre al paese il modello della rappresentanza anglossassone, nel quale si affrontano per il governo due grandi partiti che condividono la stessa idea di società (e il trionfo del liberismo rende sempre più simili) competendo per una gestione dell’esistente in senso più conservatore o, diciamo così, più socialmente orientato. Questa è la dialettica fra il Labour e i conservatori in Gran Bretagna e questa ancora più sbiadita fra democratici e repubblicani negli Stati Uniti. La tradizione europea è diversa. Nel dopoguerra il paesaggio politico si è strutturato contro un fascismo che l’aveva profondamente segnata. Il sistema rappresentativo lascia ad esso e ai suoi epigoni una presenza anche per controllarlo, ma si è andato fondando su un centrodestra cattolico o laico che con il fascismo non tratta in nessun luogo (salvo che in Italia), una articolata sinistra da socialdemocratica a socialista o erede dei partiti comunisti oggi alimentata anche dall’altermondialismo. Sono culture autentiche che hanno radici in una base sociale reale, e infatti mettono perpetuamente in fibrillazione il duopolio nel quale si pretende di ridurle. Nel centrodestra stentano a convivere la Lega e la Udc, nel centrosinistra la maggioranza rutelliana della Margherita non nasconde l’ostilità a Romano Prodi per il suo accordo di massima con Fausto Bertinotti. Ognuna delle due coalizioni addita le incrinature di quella avversa. Su un solo punto sono d’accordo: sul timore che prenda corpo, nel caso di un voto proporzionale, quel centro che, erede manifesto di un quarantennale dominio della Democrazia cristiana, sta sullo sfondo come la statua del Commendatore. Può darsi che la proposta di Berlusconi non passi, e più per i contrasti interni (la soglia di sbarramento) che per l’ostruzionismo che le sta facendo l’opposizione con una energia che non aveva applicato a misure assai più gravi per l’ordinamento istituzionale italiano. E può darsi che tatticamente a questo punto non si debba o possa fare altro. Ma una cosa sono le tattiche, altri i principi di una democrazia rappresentativa di una certa decenza. Alla quale almeno il centrosinistra o la sinistra dovrebbero tenere se non si vuole che l’elettorato non li capisca e si senta spinto perpetuamente a votare «contro» e non «per» qualcuno o qualcosa. Ragione non ultima di quella identificazione fra politica e politicantismo della quale non se ne può proprio più.