In ricordo di Alessandro Vaia

Non è senza commozione che prendo la parola questa sera, vigilia della Festa della Liberazione, qui a Gussola «la rossa» – come egli chiama nel suo libro autobiografico la città che aveva dato i natali ai genitori, sottolineando come Gussola fosse «il centro politico più vivo di tutta la zona», patria di militanti e dirigenti socialisti negli anni a cavallo tra Otto e Novecento, e poi nel dopoguerra sede del primo esperimento di autogestione, pagato con la dura repressione dei braccianti – per ricordare la figura eroica e sobria di Alessandro Vaia, scomparso quindici anni fa al termine di una vita di incessanti battaglie per la libertà e la causa del movimento operaio e comunista.

Non potrei qui ripercorrere nemmeno per sommi capi le vicende che scandirono l’esperienza del combattente antifascista, del comandante partigiano, del dirigente politico. Ne ricordo solo alcuni fondamentali passaggi:
la condanna del tribunale speciale fascista all’età di vent’anni come giovane comunista; i lunghi anni del carcere nella fortezza di Gaeta; l’esilio in Francia e gli studi in Unione Sovietica; l’esperienza nelle brigate internazionali in difesa della Repubblica spagnola, il comando della Brigata Garibaldi, l’internamento nel campo di concentramento di Vernet, la prigionia a Tolosa e nella fortezza di Castres; l’evasione, il rientro clandestino in Italia dopo l’8 settembre, l’organizzazione e il comando della divisione partigiana delle Marche sino alla loro liberazione; quindi il lungo e avventuroso attraversamento della linea Gotica per riprendere la lotta contro l’occupante; il 25 aprile a Milano (dove Vaia è Commissario del comando di piazza); finalmente la Repubblica, la Costituzione, l’impegno politico e organizzativo nel Partito comunista italiano, dove Vaia – segretario della Federazione di Cremona – lavora con passione alla formazione dei quadri, incidendo anche per questa via allo sviluppo delle grandiose lotte dei lavoratori e alle conquiste di nuovi diritti civili e sociali; quindi la presa di posizione contro la Bolognina e l’ultimo, estremo impegno per la nascita del movimento per la Rifondazione Comunista, dal quale proprio quindici anni or sono è nato il nostro Partito.

È solo un nudo elenco. Ma forse rende in qualche modo l’idea di che cosa fu quella vita di soldato e di capo politico per tanti versi simile alla vita di un altro comandante partigiano e gappista a noi così caro – Giovanni Pesce.

C’è una frase che mi ha colpito nella Prefazione scritta da Luigi Longo (che di Vaia era stato anche comandante in Spagna): là dove Longo scrive: «il libro di Vaia rappresenta un’eccellente occasione – soprattutto per coloro che diventano oggi comunisti – di conoscere l’originaria dimensione del partito e i problemi che un tempo comportava l’esservi iscritti».
Questa frase non mi ha colpito soltanto per quel che dice (Longo ha ragione: l’autobiografia di Vaia si legge d’un fiato, come il più avvincente di tutti i romanzi di formazione), ma anche – soprattutto – per il bisogno al quale fa riferimento: conoscere la nostra storia è un’esigenza politica primaria. Un’esigenza che deve essere soddisfatta, altrimenti non ne segue solo una lacuna intellettuale: ne sorge anche una mancanza politica, della quale l’avversario si approfitterà inevitabilmente.

Si capisce così molta parte delle vicende di questi nostri anni. La cancellazione della memoria, la deformazione della verità storica da parte della storiografia revisionistica diffusa dalla grande stampa, non sono aspetti che possano venir confinati nelle cronache intellettuali. Sono momenti essenziali della battaglia politica, che poi producono effetti concreti nella lotta per l’egemonia, per la direzione politica di massa.
Senza il revisionismo, non sarebbe stato possibile l’attacco alla Costituzione. Non sarebbe stata possibile la criminalizzazione dei comunisti che a questo Paese hanno restituito la libertà e la dignità. Senza il revisionismo non sarebbe stata possibile, nel corso di questi ultimi cinque anni, la riabilitazione esplicita del fascismo, premessa a sua volta del recupero di forme di comando e di controllo sociale che riecheggiano assetti propri del regime mussoliniano.
Ricordiamo tutti la frase di Berlusconi che dichiara che il fascismo fu tollerante e bonario, che Mussolini non fece male a nessuno, che il regime si limitava a mandare in vacanza i propri avversari. Queste ignominie sono state proferite da chi avrebbe dovuto tutelare i valori e i principi costituzionali. Certo, c’è anche molta ignoranza. Berlusconi pensava che papà Cervi fosse ancora vivo: cosa volete che sappia di tanti martiri come Carlino Comaschi, segeretario comunale di Gussola trucidato dai fascisti a martellate nel 1922?
Ma l’ignoranza non spiega tutto, naturalmente. Anzi non è l’aspetto principale.
Stiamo attenti. C’è anche molta consapevolezza e lucidità. La destra nega la verità storica, vuole sradicare la memoria dell’antifascismo e della Resistenza, perché sa che solo così le sarebbe possibile realizzare il progetto che lucidamente persegue: mettere fine alla democrazia costituzionale, alla partecipazione democratica, alla battaglia di giustizia sociale volta a far sì che in questo Paese i diritti di chi lavora siano davvero posti al fondamento della vita collettiva, e che veramente il figlio dell’operaio abbia le stesse opportunità offerte al figlio del professionista o del padrone.

Per questo dobbiamo ricordare e trasmettere i nostri ricordi e le nostre conoscenze ed esperienze ai nostri figli. La lotta politica passa anche da qui, come Vaia ci insegna con il suo esempio e con le pagina che ci ha voluto lasciare.
Chiudo, ma permettetemi di concludere con un rapido accenno proprio alla nostra Costituzione. La destra vorrebbe stravolgerla. Ha emanato una legge che – oltre a frammentare il Paese con la devoluzione razzista voluta dalla Lega – farebbe dell’Italia una repubblica presidenziale – anzi una sorta di vero e proprio principato plebiscitario, nel quale il capo del governo potrebbe letteralmente tutto, cancellando l’autonomia del Parlamento, del presidente della Repubblica, della stessa Corte costituzionale.
Come sapete, contro questi vergognosi propositi il Paese voterà il 18 giugno. Possiamo, dobbiamo sventare questa minaccia mortale per la democrazia. Ma stiamo attenti. Proprio la sconfitta elettorale, così esigua, potrebbe alimentare volontà di rivalsa nella destra. E abbiamo visto che Berlusconi è duro a morire, che la Cdl è capace di mobilitare il proprio elettorato. Non sottovalutiamo il cimento, mobilitiamoci tutti sin da ora. È una battaglia non meno importante di quella fortunatamente vinta il 9 e 10 aprile: pensate che cosa succederebbe se quella controriforma andasse in vigore. Non ne seguirebbe solo lo stravolgimento della Repubblica, ma anche la delegittimazione del nuovo Parlamento e del nuovo governo. La destra dichiarerebbe non accettabile che a governare il Paese fosse un assetto istituzionale non più conforme con i nuovi principi costituzionali. Reclamerebbe nuove elezioni. Forte delle sue televisioni, dei suoi giornali, della sua capacità di condizionamento del dibattito pubblico, inscenerebbe manifestazioni di piazza.
Stiamo attenti. Proprio mentre ricordiamo uno dei nostri maestri, volgiamo un pensiero anche alle prove che ci attendono. Combattere con determinazione questa nuova battaglia di democrazia sarebbe – penso – il modo migliore per commemorare il compagno Vaia e per mostrare di avere appreso l’essenziale del suo insegnamento.