In quanti modi si può dire «noi» se la paura mangia l’anima

Esattamente quattro settimane dopo il primo attacco a Londra del 7 luglio, Al Qaeda ha emesso una dichiarazione in cui minaccia «ancora distruzione per gli inglesi». I resoconti della stampa parlano di una terza cellula estremista che sta pianificando ulteriori attacchi. La città sta trattenendo il respiro. I terroristi colpiranno di nuovo? Se non oggi, forse domani? O la settimana prossima? All’improvviso noi londinesi ci sentiamo come se stessimo vivendo con una bomba a orologeria che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. La paura è palpabile. La paura ha due lati. Può concentrarsi nella mente. Ma può anche causare panico e creare conflitto. Come dice Fassbinder, «la paura mangia l’anima». Anche le nazioni possono essere consumate dalla paura. E quando il terrore colpisce, gli individui non sono le sole vittime. Gli attacchi terroristici su Londra stanno causando un «danno collaterale» al corpo politico.

Un’espressione di questo danno è la forte reazione contro i musulmani. A poche ore dal primo attacco, il Muslim Council of Britain (Mcb) aveva già ricevuto circa 30.000 e-mail ostili. Molte dichiaravano: «adesso è guerra ai musulmani in tutta la Gran Bretagna». In realtà è stato più come i boati che seguono un terremoto. Nelle quattro settimane dopo il 7 luglio, i crimini motivati da odio religioso sono cresciuti del 600% a Londra, ma gran parte degli incidenti sono stati crimini relativamente minori; su una scala Richter di ansietà sociale, si troverebbero al livello più basso. Una crepa però può diventare velocemente un baratro insuperabile.

Conscio di questo pericolo il Mcb aveva subito emesso una dichiarazione chiedendo solidarietà nazionale. Iqbal Sacranie, segretario generale, ammoniva: «le persone malvage che hanno organizzato ed effettuato questa serie di esplosioni vogliono demoralizzarci come nazione e dividerci come persone». Ha parlato di Londra come della «nostra grande città» e chiesto di stare uniti «nel nostro momento di crisi» concludendo: «è ora dovere di tutti noi britannici essere vigili ed partecipare attivamente agli sforzi per portare i responsabili davanti alla giustizia». La sua sintassi – l’uso inclusivo della prima persona plurale «noi» – rappresentava l’unità di cui parlava.

Parlando da Downing street, Tony Blair si era detto felice di questa dichiarazione. Invocando «la gente britannica» e «lo stile di vita britannico», anche lui aveva detto: «non ci lasceremo dividere». Ma le sue parole erano ambigue. «Sappiamo che [i terroristi] agiscono in nome dell’Islam», ha detto, «ma sappiamo anche che la stragrande maggioranza dei musulmani, qui e all’estero, sono persone rispettabili e rispettose della legge che aborriscono questo atto di terrorismo tanto quanto noi».

Tanto quanto noi ? Chi esattamente sarebbe questo «noi» in nome del quale il primo ministro stava parlando? Chiunque avesse in mente, le sue parole contenevano un messaggio subliminale di questo genere: «i musulmani rispettabili e rispettosi della legge sono come noi, ma non sono noi. La loro britannicità è in qualche modo meno chiara o meno completa – perché sono musulmani». Dicendo «noi», ha minato l’unità che cercava di promuovere.

C’è una ragione particolare per cui questo è importante. Gli attentatori di Londra erano nati o cresciuti nel Regno unito. Di conseguenza, la paura che molte persone stanno provando non è diretta a un nemico esterno. È il nemico interno che temono. Ma chi è responsabile dell’esistenza di questo nemico? Un coro di voci, a destra e a sinistra, si sta levando contro l’idea stessa di una società multiculturale. Quello che vogliono dire spesso non è chiaro. Ma qualsiasi cosa vogliano dire, il paese non deve farsi prendere dal panico e trarre questa conclusione affrettata. Il rischio è doppio: non riuscire a focalizzare le vere cause del terrorismo in casa e prendere decisioni fatali riguardo a questioni vitali di politica sociale.

La commissione progettata dal governo sul «problema di integrazione» non riduce questi rischi. La proposta è parte di un pacchetto di dodici misure per «gestire la minaccia terrorista in Gran Bretagna». In altre parole, il problema dell’identità nazionale viene incorporato nel problema della sicurezza nazionale. Questo è destinato a distorcere il modo in cui la commissione affronterà il problema. Come risultato, il suo lavoro probabilmente finirà col peggiorare la situazione che ha portato a crearla.

La retorica del primo ministro ha peggiorato le cose. «Ci sono persone isolate nelle loro comunità che vivono qui da più di vent’anni e non parlano ancora inglese». Ha osservato. «Ciò mi preoccupa perchè c’è una separazione che potrebbe non essere salutare». Ha colto il punto (anche se il suo riferirsi al terrorismo è oscuro). Tuttavia, esattamente cento anni fa, un altro primo ministro britannico aveva detto che era contro l’interesse nazionale che ci fosse «un gruppo di persone» che rimaneva «un popolo diviso». Arthur Balfour alludeva agli ebrei, Tony Blair ai musulmani. Commentando il linguaggio di Blair, un portavoce del Mcb l’ha definito «decisamente di nessun aiuto».

Lo stresso si può dire per la tendenza generale del discorso pubblico sui musulmani. Un tempo gli europei discussero «il problema ebreo». Oggi è «il problema musulmano». Questo può solo dividere e peggiorare, aumentando il danno inflitto dagli attentatori. Noi dobbiamo sconfiggere la paura che ci hanno messo. Ma il modo in cui diciamo «noi», soprattutto nell’attuale clima di paura, sarà decisivo.

* Senior Research Fellow al St. Benet’s Hall, Oxford, e membro fondatore del Jewish Forum forJustice and Human Rights