In Portogallo pesante castigo per il governo socialista

«Rosa shock», così apre il giornale Público la sua prima pagina dopo la rivoluzione delle elezioni amministrative portoghesi del 10 ottobre scorso. E in effetti la sconfitta del Partito socialista (Ps) del premier José Socrates è incontestabile: al governo da circa sei mesi, con maggioranza assoluta, i socialisti hanno subito un salasso di voti da destra e da sinistra, perdendo a beneficio del Partito social-democratico (Psd) di Marques Mendes e del Partito comunista (Cdu) di Jerónimo de Sousa. Erano in gioco 308 consigli municipali e 4000 «freguesias» (municipi e i quartieri delle città). I risultati, schiaccianti, sono stati questi: 158 municipi al Psd, 109 al Ps, 32 alla Cdu,1 al Bloco de Esquerda (Be), 1 ai democristiani del Cds-Pp, 7 a liste indipendenti. Stesso quadro nero per il Ps per quanto riguarda le «freguesias». Quindi, netta vittoria del Psd e ottimi risultati per i comunisti, che riguadagnano diversi municipi e si affermano come la terza forza politica del paese. Il Bloco de Esquerda, di Francisco Louçã, regge, ma non riesce a imporsi, come sperava, nelle grandi città.

Quello che ha più emozionato e fatto discutere è stata, comunque, la sconfitta, a Lisbona, del mediatizzato candidato socialista Manuel Maria Carrilho, personaggio polemico e contestato, professore universitario di filosofia sposato a una bella e popolarissima presentatrice televisiva, che ha fatto una campagna disastrosa, piena di gaffes e di arroganza, suscitando l’aperta antipatia dell’elettorato di sinistra. Anche in un’altra città-chiave, Porto, ha vinto il candidato del centro-destra, Rui Rio, personaggio populista e anche lui molto contestato, ma che ha saputo affrontare un troppo debole candidato socialista. L’unica significativa vittoria del Ps è stata nella città di Faro, in Algarve, ma nel resto del paese, da nord a sud, i social-democratici si sono sparsi a macchia d’olio, rinforzando le posizioni che avevano ottenuto nelle ultime amministrative del 2001. Nel 2001, dopo la forte sconfitta socialista, l’allora primo ministro António Guterres aveva pronunciato la famosa frase «ovviamente, mi dimetto», decisione che aveva lasciato il paese in una enorme crisi politica e nelle mani del centro-destra, fino all’eclatante vittoria del giovane ingegnere socialista José Socrates, nel febbraio scorso, quando aveva portato il partito alla maggioranza assoluta. Sei mesi fa il voto era stato chiaramente un voto di castigo verso il Psd, che con Durao Barroso, attuale commissario europeo, aveva governato pessimamente il paese e aveva fatto salire il debito pubblico a quasi il 6%. Domenica, è stato di nuovo un voto di castigo, ma questa volta verso il Ps.

Per capire questo nuovo vento di protesta, che ha scosso ancora una volta il fragile assetto economico e politico del Portogallo, bisogna ripercorrere questi ultimi sei mesi di governo socialista. Socrates ha voluto portare avanti una serie di riforme che, se probabilmente necessarie, sono state tutte fortemente impopolari. La più dolorosa e contestata è stata quella sulle pensioni: l’età pensionabile è passata da 60 a 65 anni, le pensioni sono state tutte livellate, sono stati aboliti privilegi specifici di alcune categorie, come professori, poliziotti e militari. Insomma, il governo ha sferrato un attacco senza precedenti e, bisogna riconoscerlo, in questo caso di grande coraggio, contro un certo parassitismo del ceto impiegatizio e ministeriale, incancrenito da anni di immobilismo e di bassa produttività. Altro provvedimento impopolare: dopo aver promesso, durante la campagna elettorale, che aumentare le tasse non era una soluzione, Socrates, dopo pochi mesi di governo, ha fatto salire bruscamente l’Iva facendo lievitare tutti i prezzi e peggiorando la grave crisi di consumo già in atto. Ancora, e questo è il fatto più preoccupante, non si è visto nessun provvedimento che miri a rilanciare il sonnolento sviluppo economico del paese. Le fabbriche del nord continuano a chiudere (quasi tutte fabbriche tessili, colpite dalla concorrenza cinese), la disoccupazione è molto alta , il consumo scende, la gente è indebitata fino all’inverosimile: un quadro deprimente che si riflette sulla vita quotidiana e anche sulla produzione artistica nazionale ( ricordiamo l’impressionante film «Alice», di Marco Martins, appena uscito e che sta avendo un successo di pubblico enorme: è la storia di una bambina rapita, ma in realtà ci parla della solitudine e dell’orrore urbano, un film di un pessimismo sconvolgente).

Secondo il sociologo Vital Moreira, queste elezioni non rivelano solo un voto di castigo, ma sono anche segno di un fenomeno più grave: la crescente frattura tra il potere locale e quello politico e la personalizzazione del processo elettorale. Tipico il caso di Lisbona, dove la gente, anche di sinistra, ha votato contro l’«antipatico» candidato socialista. In due piccole città del nord, Gondomar e Felgueiras e in un’altra cittadina vicino a Lisbona, Oeiras, hanno vinto candidati indipendenti, che si erano staccati dal proprio partito e che erano tutti sotto inchiesta giudiziaria, per diversi casi di corruzione e frode. La loro campagna, di un populismo sfacciato, ha conquistato gli elettori.

All’indomani delle elezioni, José Socrates si è presentato in televisione misurato e impenetrabile come sempre: ha detto che questo voto non farà cambiare nulla alla sua politica di riforme e che tutto andrà avanti come prima. Ma le cose sono cambiate. Anche perché, all’orizzonte, si avvicinano le elezioni per il presidente della repubblica, dove ancora una volta la sinistra si presenta divisa: da una parte il «dinosauro» della politica portoghese, Mário Soares, che a più di 80 anni ha voluto ricandidarsi, dall’altra il candidato indipendente, staccatosi dal Partito socialista, Manuel Alegre, poeta e resistente antifascista. Per la destra, anche questa volta unita, l’ex-premier Cavaco Silva.