In parlamento rivolta pacifista

L’accelerazione del presidente del consiglio sulla mega-base dei marines a Vicenza è una legnata per la sinistra pacifista, una doccia fredda per chi sperava nel ritrovato feeling dell’Unione con la propria base di riferimento. Fuor di metafora, il «non ci opporremo» del Professore rischia di azzerare l’unico punto di moderata sintonia all’interno del centrosinistra: la tanto ostentata «discontinuità» con le scelte di politica estera del governo Berlusconi. Come se non bastasse il raddoppio degli investimenti in armi deciso dalla finanziaria (1,7 miliardi di euro) incombe infatti la discussione sul finanziamento delle missioni all’estero. Una cosa è certa: se si votasse oggi il governo in senato non avrebbe più la sua maggioranza. E non è questione di «dissidenti» o meno.
La scelta di portare Vicenza in prima linea nella «guerra globale al terrorismo» sconcerta non poco tantissimi parlamentari pacifisti, da Cesare Salvi e Silvana Pisa della sinistra Ds ad Armando Cossutta dei comunisti italiani. «Personalmente credo che con il sì alla base si sia definitivamente rotto il patto tra gentiluomini che avevamo siglato a luglio sull’Afghanistan», avverte il Verde Mauro Bulgarelli, battagliero da sempre e oggi più che mai sulla lotta contro le servitù militari.
Dentro il Prc è burrasca. In tutto il partito non solo nelle minoranze sono in tanti a chiedere un cambio di rotta. Claudio Grassi, senatore di «Essere comunisti», la minoranza più consistente, avverte il governo: «Se il decreto sulle missioni è identico a quello di luglio per me ma non credo solo per me è invotabile. Chiedo al mio partito di essere coerente. Giordano e Russo Spena si sono sempre spesi per una strategia di uscita dall’Afghanistan. Dobbiamo votare solo il finanziamento necessario al ritiro delle truppe». Su Isaf, tranne nel luglio scorso, sinistra Ds, Verdi, Prc e Pdci hanno sempre votato no. Anche per questo dopo il caso Vicenza Salvatore Cannavò e Franco Turigliatto della «Sinistra critica» del Prc, si dicono ormai «svincolati» dagli obblighi di maggioranza in politica estera. Gli animi si scaldano. Pacifiste storiche come Lidia Menapace, Silvana Pisa e Titti Valpiana non misurano le parole, per usare un eufemismo si dicono «sconcertate» dalle parole del presidente del consiglio. «Stiamo tradendo il programma dell’Unione – sbotta Valpiana – per quanto vago rimandava ogni scelta sulle servitù militari a un’apposita conferenza nazionale» L’Italia è già una portaerei a stelle strisce: «Negli ultimi anni sono state ampliate Camp Darby, Sigonella e Aviano, se ci aggiungiamo Vicenza e la Sardegna siamo ormai ridotti a un paese coloniale».
Anche Armando Cossutta, storico leader del Pdci, non è persuaso dalla scelta di Prodi: «Ma il Cermis ce lo siamo dimenticato? Non ci ha insegnato niente? Prodi sbaglia completamente, il governo Berlusconi ha deciso tante cose ma noi siamo stati eletti proprio per cambiarle. Non solo – dice Cossutta – sono contro l’ampliamento della base Usa ma penso che anche quella che c’è oggi, la Ederle 1, debba andare via. Le basi americane non devono esistere». E sull’Afghanistan? «Da soli non ce ne possiamo andare – avverte – ma l’Italia deve predisporsi subito al ritiro negli organismi internazionali».
Maretta anche alla camera. Paolo Cacciari, deputato dimessosi a luglio proprio contro il sì all’Afghanistan vede «il disastro sociale»: «Alla popolazione non interessano gli accordi internazionali o l’alta politica. Lì non è come la Val Susa, nelle istituzioni locali non c’è un «Ferrentino» (il sindaco dell’alta Valle, ndr) capace di guidare la tanta rabbia che c’è per la decisione del governo. Si rischia un distacco dalla politica a tutto tondo». Anche Elettra Deiana, altra deputata bertinottiana doc, è delusa dal sì prodiano: «Il governo ha fatto malissimo. Ma a sinistra sulla politica estera dobbiamo tornare a discutere pubblicamente, perché non è che possiamo andare avanti facendo finta di nulla».
La decisione di palazzo Chigi insomma complica non poco il cammino della maggioranza. E scava fossati anche dove non ci sarebbero: «Contro alcune questioni – la guerra globale dell’amministrazione Bush, le basi militari, il disarmo – a sinistra siamo tutti d’accordo – giura Silvana Pisa – a questo punto dobbiamo mettere da parte le differenze e agire tutti insieme».