In Libano è tregua armata

Le armi tacciono in Libano. Dopo un’ultima notte di bombardamenti violenti, alle 8 di ieri una tesa, fragile tregua carica di incertezze ha posto fine a 33 giorni di guerra e la vita è tornata lentamente a Beirut, nella Galilea e nel sud del Libano, dove i militari israeliani, in attesa dello schieramento di 15.000 caschi blu e altrettanti soldati libanesi, si sono riposizionati all’interno della fascia a sud del fiume Litani.
A rompere l’apparente calma, i toni decisi dei discorsi dei due principali contendenti: il premier israeliano Ehud Olmert, che promette che la caccia agli Hezbollah continua; ed il leader di questi ultimi, lo sceicco Hassan Nasrallah, che ha parlato di «vittoria strategica e storica», definendo «immorale» parlare di disarmo del Partito di Dio. Il leader di Hezbollah ha poi affermato che la discussione sul disarmo del movimento sciita «deve proseguire nel suo ambito naturale», vale a dire il «dialogo nazionale» tra le diverse forze politiche libanesi, perché altrimenti «farebbe perdere al Libano la sua forza, che è basata sulla fermezza, la solidarietà e l’unità nazionale».
Ora la diplomazia occidentale lavora a creare i presupposti per lo schieramento di un’Unifil rafforzato, ed il ministro degli esteri italiano, Massimo D’Alema, ribadendo che l’Italia farà la sua parte, dice «mai più una tragedia simile».
Alle 8 precise (le 07:00 italiane), nel Libano del sud le armi hanno improvvisamente taciuto dopo una ultima notte di intensi combattimenti. Cessato anche il lancio di razzi da parte di Hezbollah. Secondo la radio militare, diverse unità militari di riservisti sono rientrate in Israele nelle ultime ore, provenienti dal Libano sud. Le forze che si erano spinte fino ai margini del fiume Litani hanno ripiegato per assestarsi su nuove posizioni meglio difendibili. Secondo la tv araba al Arabiya le truppe israeliane hanno anche lasciato la cittadina cristiana di Marjayoun. La cessazione delle ostilità «sembra reggere, in via generale», ha dichiarato nel pomeriggio il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan da New York. Annan ha poi chiesto ai paesi che intendono contribuire all’ Unifil, la forza Onu di interposizione, di fare in fretta, per trasformare l’attuale cessazione delle ostilità in «un cessate il fuoco duraturo».
Le armi tacciono, ma almeno sei, forse sette Hezbollah sono stati uccisi in Libano meridionale dopo la tregua, secondo un portavoce militare di Israele. Un civile è inoltre morto per una bomba a scoppio ritardato.
Ma Beirut ieri mattina è tornata timidamente alla vita, dopo che durante l’ultima notte di guerra decine di sfollati, bambini compresi, hanno preferito accamparsi nella piazza dei Martiri, nel cuore della capitale, in fuga dai quartieri sud, bombardati ancora nella notte. Entro 72 ore dovrebbe riaprire l’aeroporto internazionale, mentre arrivano i primi aiuti umanitari a Tiro dopo 15 giorni. Migliaia di sfollati si sono messi in fila da stamani sulle strade del paese per tornare ai propri villaggi e città del Sud. Anche alla frontiera con la Siria si sono creati ingorghi di auto con profughi che rientrano in Libano.
La tregua sta riportando gradualmente la normalità nella Galilea, dove la gente torna ai vbillaggi ed esce dai rifugi dopo un mese di bombardamenti in cui, secondo la polizia, sono piovuti dal Libano 3.970 razzi di vario tipo, uccidendo 52 persone, fra cui bambini, e ferendone altre centinaia. Del totale, 3.530 razzi sono caduti in Galilea e 222 a Haifa.
Con l’inizio della tregua le operazioni militari israeliane non si sono concluse del tutto:la radio militare ha infatti confermato che Israele continua ad imporre il blocco alle attività dei porti e degli aeroporti libanesi. La motivazione: impedire rifornimenti di armi ai miliziani Hezbollah.
Intanto, la leadership dell’esercito israeliano ha dato ai suoi soldati la licenza di saccheggio. A quanto riporta il quotidiano Haaretz, il generale Avi Mizrahi, capo della logistica di Tsahal, ha detto che «se i nostr soldati in Libano si trovano senza acqua né cibo, credo che possono irrompere nei locali negozi libanesi per risolvere il problema». «Se ciò di cui hanno bisogno è prendere l’acqua dai negozi, lo possono fare», ha detto Mizrahi alla radio dell’esercito.