In Iraq un esercito di profughi

Profughi in seguito all’ennesima autobomba che ha fatto strage in un distretto sciita, oppure dopo aver ricevuto sul cellulare una video-minaccia che mostra il linciaggio di un sunnita reo di essere entrato nel quartiere sbagliato. Costretti a scappare dalle proprie città e a trovare rifugio in tendopoli o in palazzi resi inabitabili dai combattimenti. I cittadini iracheni ridotti a rango di rifugiati per effetto degli scontri interconfessionali delle ultime settimane sono 65.000 e il loro numero è in continua crescita, perché in assenza di un processo politico (dal voto del 15 dicembre scorso praticamente non c’è governo) il paese scivola verso la guerra civile. I dati che parlano di 11.000 famiglie che hanno abbandonato le loro abitazioni sono stati forniti ieri dalle stesse autorità di Baghdad e trovano una conferma nelle cifre della Mezzaluna rossa, che sta fornendo assistenza a 5.000 famiglie, aiutandole con acqua, cibo, coperte e kerosene.
La campagna che nelle intenzioni dell’Amministrazione statunitense avrebbe dovuto porsi l’obiettivo di esportare la democrazia ha scatenato un caos di cui le vittime principali sono i civili: i morti, dall’inizio del conflitto, secondo l’organismo indipendente «Iraq body count» sono tra 34.139 e 38.280. Dopo l’attentato del 22 febbraio scorso che a Samarra ha semidistrutto la moschea sciita dalla cupola d’oro è esploso il fenomeno dei «rifugiati interni». Sciiti che scappano dalle province del nord, a maggioranza sunnita, sunniti in fuga da quelle del sud, dove a prevalere sono gli sciiti. Anche nella «tranquilla» Dhiqar, la regione dove opera il contingente italiano, 110 famiglie hanno abbandonato le loro case. «Ogni giorno il numero sta aumentando. Abbiamo bisogno di ulteriori finanziamenti per aiutare questa gente», ha dichiarato alla Bbc il dottor Maazen Saloom, della Mezzaluna rossa. Ma sarebbero soprattutto centinaia di famiglie sunnite del sud – dove è schiacciante la maggioranza della popolazione sciita – ad essere scappate. Situazione drammatica anche nella capitale. Andrew North, corrispondente da Baghdad del principale network britannico, riferisce di un particolare inquietante: un messaggio video che mostra un sunnita picchiato fino alla morte (da uomini vestiti di nero in un quartiere sciita) fatto circolare sui telefoni cellulari con l’avvertimento che la medesima sorte toccherà ad altri sunniti che circolino nella stessa area.
Dopo che l’autobomba quotidiana ha ucciso ieri almeno 13 persone nel quartiere di Saba’a al-Bor, un briciolo di ottimismo per la soluzione dell’impasse sul nuovo governo è arrivato dall’Alleanza unita irachena – la coalizione sciita che ha vinto le elezioni – che ha annunciato la decisione di partecipare alla prossima riunione del parlamento, lunedì prossimo, anche se prima della seduta non sarà raggiunto un accordo su primo ministro, presidente e portavoce del parlamento. Al centro della contesa c’è soprattutto il destino di Ibrahim al Jaafari, che si è aggrappato alla poltrona di premier nonostante l’opposizione dei sunniti, dei curdi e di parte della stessa Alleanza che l’aveva finora sostenuto. La speranza degli americani, che stanno provando a sbloccare una situazione che giorno dopo giorno sottolinea in maniera più evidente il fallimento dell’avventura irachena, è che una mediazione del grande ayatollah Ali al Sistani possa sbloccare la situazione.
Intanto si è rifatto vivo lo sceicco Ayman al Zawahiri, il medico egiziano ritenuto l’ideologo di al Qaeda. In un video apparso ieri su internet ma che è datato novembre 2005 il mentore di Osama bin Laden elogia la resistenza irachena e, in particolare, il jihadista giordano Abu Musab al Zarqawi. Nelle ultime settimane i servizi d’intelligence internazionale e la stampa avevano fatto circolare voci che davano quest’ultimo messo in minoranza, a causa delle sue tattiche stragiste a base di camion e auto bomba, e rimpiazzato da un iracheno alla guida di una parte della guerriglia. Tuttavia La datazione del messaggio sembrerebbe però escludere che l’ultimo intervento di Zawahiri sia da mettere in relazione alle «contestazioni» ad al Zarqawi.