In Iraq c’è una Legione straniera colombiana

Ex militari e paramilitari di Bogotà, addestrati da Washington contro le Farc, ora combattono in Mesopotamia

Ben addestrati, abituati da tempo ad avere a che fare con una guerriglia indomita: chi meglio dei soldati colombiani può affrontare i rischi della sicurezza nel nuovo Iraq? Così deve aver pensato Jeffrey Shippey, un ex dipendente della DynCorp International, che di recente ha messo un annuncio su un sito web iracheno per trovare almeno un migliaio di uomini da impiegare nei lavori di scorta o sorveglianza. Non dei contractor qualunque da mandare a morire nell’Iraq post-Saddam, ma «ex soldati e agenti di polizia addestrati dagli Usa. Temprati dalla lotta, esperti nel combattere i ribelli». In altre parole, veterani delle forze armate e poliziotti dello stato andino, preparati nell’ambito del Plan Colombia, il programma finanziato dalla Casa bianca per combattere terrorismo e narcotrafficanti.

Shippey ha avuto la «folgorazione» durante un viaggio a Baghdad dello scorso anno. Solo allora – ha dichiarato al Los Angeles Times – si rese conto che quel paese era «ricco di opportunità». Di questo si erano gia accorti le multinazionali della sicurezza, a partire dalla stessa DynCorp. Attualmente in Iraq lavorano 26.000 uomini che svolgono funzioni di scorta o sorveglianza, rischiando ogni giorno la vita. Per la maggior parte si tratta di cittadini iracheni, ma un buon 20% proviene dall’estero.

Le nazionalità più rappresentate sono quelle fijiane, ukraine, nepalesi e serbe. Rispetto ai propri colleghi, però, i veterani colombiani offrono una serie di vantaggi. «Questi uomini – millanta Shippey nel suo annuncio pubblicitario – sono stati impegnati a combattere i terroristi per gli ultimi quaranta anni e sono stati addestrati dai Navy Seals Usa e dalla Dea (Drug enforcement amministration) per compiere operazioni anti-terrorismo e anti-droga nelle giungle e nei fiumi della Colombia». Per di più, i cittadini del paese sudamericano non devono fare i conti con odiose leggi statali che regolino e limitino l’accesso alla professione, come invece è capitato a filippini e nepalesi dopo i tanti attacchi e rapimenti di cui sono stati oggetto. Infine – cosa che non guasta – i colombiani costano poco: 2500 o, al massimo, 5000 dollari al mese, di fronte ai 10.000 chiesti dai colleghi statunitensi.

Questo ultimo aspetto interessa particolarmente il Pentagono. In questo momento – commenta Shippey – il dipartimento di Stato Usa è «molto interessato a risparmiare suifondi destinati alla sicurezza. Stanno abbassando i prezzi e noi stiamo cercando gente del terzo mondo per riempire i buchi». Al capitolo sicurezza, infatti, viene destinato almerno un quarto degli stanziamenti per la ricostruzione, valutati in 18,4 miliardi di dollari.

Con la Colombia, però, la Casa bianca non fa certo un investimento a costo zero. Le forze provenienti da Bogotà – e addestrate dagli esperti statunitensi nell’ambito del Plan Colombia – vengono, infatti, sottratte alla sicurezza interna del paese andino e devono essere rimpiazzate. Un costo che ricade quasi totalmente sui cittadini statunitensi. Dal 2000 a oggi, Washington ha speso 4 miliardi di dollari per combattere i trafficanti di droga colombiani, ma anche – come ha stabilito l’amministrazione Bush nel 2002 – per sgominare, più in generale, «i terroristi» (leggi la guerriglia di Farc ed Eln).

Il mese scorso il Senato americano ha votato per il rifinanziamento del programma, destinando al governo di Alvaro Uribe altri 600 milioni di dollari. Il risultato è un piano militare su larga scala che non serve a raggiungre nessuno degli obiettivi fissati (la produzione di cocaina nella regione – secondo l’Onu – nel 2004 è aumentata del 3%) ma che può tornare utile per sostenere le guerre oltremare del Pentagono.