In forma di favolosi labirinti

Illustre teorico e storico della letteratura e del mutamento culturale, ormai da anni Michele Rak dedica parte dei suoi studi alla cultura barocca, e in particolare a quell’autentico monumento letterario che è il Cunto de li Cunti (1634-1636) di Giambattista Basile, poeta e narratore nato a Napoli nel 1575, nonché cortigiano navigatissimo al servizio di differenti padroni. In particolare, l’edizione del Cunto uscita per la prima volta nel 1986 presso Garzanti e curata da Rak – che, come Benedetto Croce prima di lui, ha trasposto in italiano l’immaginoso e fiorito napoletano di Basile – resta fondamentale per chi voglia accostarsi a quest’opera straordinaria, scritta per il piacere e l’intrattenimento delle Corti di campagna, dove «passare il tempo» era un’arte sofisticatissima e complessa. Sul Cunto e sulle sue labirintiche magie Rak torna oggi con un affascinante saggio pubblicato da Bruno Mondadori, La logica della fiaba (pp. 287, 25 euro), in cui, oltre a definire una volta di più il racconto fiabesco come genere letterario, ne analizza personaggi e situazioni, mettendo in luce le molte componenti che in esso confluiscono. Tra esse c’è senza dubbio l’immenso patrimonio narrativo dei gruppi «marginali e senza scrittura », cioè la nebulosa della fiaba polare, tramandata oralmente e densa di simboli, metafore, residui del mito, memorie di eventi remotissimi, tracce e testimonianze di ordinamenti sociali e usanze ormai declinati o scomparsi. Ma non mancano altri materiali, il cui peso non è certo minore: il teatro di corte, la commedia dell’arte, il racconto cortigiano che mima l’antico «narrare a veglia» adattandolo a regole e codici suoi propri, i nuovi saperi, le dicerie e gli «avvisi» a stampa che permettevano la circolazione di notizie d’ogni tipo, la tradizione esopiana e orientale degli animali parlanti. Da questa materia composita e multiforme Basile trasse il primo vero libro di fiabe europeo, dando inizio a una tradizione che si sarebbe perpetuata in altre Corti, prima fra tutte quella francese, come testimoniano i Contes de ma mère l’oie di Perrault e quelli successivi del Cabinet des fèes, che avrebbero fatto del racconto fiabesco una moda letteraria destinata a durare per buona parte del diciottesimo secolo. Ma anche i preromantici (per i quali la fiaba sarebbe diventata la forma poetica per eccellenza) avrebbero in seguito attinto alla sorgente inesauribile del Cunto, senza il quale le splendide Fiabe di Clemens Maria Brentano (pubblicate postume nel 1846-47) non sarebbero mai state scritte Oltre ad aver dato una «forma» al racconto fiabesco – narrazione destinata senza ombra di dubbio ad adulti colti, nonostante la dichiarata intenzione di rivolgersi ai peccerille o di rifarsi a un mondo contadino impersonato dalla Mamma Oca di Perrault, – Basile riuscì anche a dar voce alla modernità nascente, che vide «la necessaria fuga dei giovani dalla famiglia patriarca» per rompere vincoli antichi e paralizzanti (ma anche per commerciare e acquistare, accostarsi ad altre culture, coltivare la scoperta e la meraviglia), e previde il cambiamento di status, il passaggio da un rango sociale a un altro grazie alla forza, la bellezza, la capacità personale e l’esercizio di abilità che confinano con la magia. Questo «movimento», questo continuo passaggio verso altri mondi, altre situazioni, altri luoghi, e attraverso le classi sociali, le città, gli edifici e giardini delle Corti, le grotte e i boschi, comporta continue metamorfosi e trasformazioni: i poveri diventano ricchi, i villani signori, le brutte acquistano prodigiosa bellezza, le vecchie la gioventù… Ed è il corpo che per primo si trasforma e muta, viene lavorato e ornato, tormentato ed esaltato, afflitto e riscattato, grazie all’intervento di fate e orchi «che elargiscono, per impalpabili ragioni, premi e punizioni» e si presentano come «metafore del potere assoluto che regola ogni gradino della società dei ranghi». Ma, ci ricorda Rak, oltre che un luogo in cui la stabilità feudale e la mobile modernità convergono e confliggono, il racconto fiabesco è anche un gioco ameno e complicato che si presta a innumerevoli letture e che, narrando di fate e principesse, orchi e gatti parlanti, «veicola etichette, politiche, visioni del mondo, e consente di sondare i piaceri e le paure dell’essere». Ed è proprio questo il compito che la letteratura, in ogni luogo e tempo, dovrebbe assumere come proprio.