In democrazia i governi si possono mandare a casa

Non contraddice il criterio della rappresentanza il ricorso a qualche correttivo che permetta a una maggioranza espressa dalle urne un sufficiente margine di superiorità in Parlamento; a ciò possono servire, usati con moderazione, premi di maggioranza e sbarramenti, mai però potendosi arrivare all’obbrobrio della legge elettorale oggi all’esame del Senato, che in casi limite di grande frammentazione politica può consegnare la maggioranza assoluta nelle due Camere anche a liste o coalizioni estremamente minoritarie, anche solo del 20 o addirittura dell’8 per cento.
Se dunque governabilità volesse dire che una maggioranza rappresentativa espressa dal voto deve essere in condizione di governare, nessun problema. Ma la cultura del maggioritario che in tutti i modi si è voluta imporre all’Italia, ha fatto passare un’altra idea della governabilità, la quale consiste nel rendere immune il governo da controlli e critiche, da lacci e laccioli, e nel renderlo irreversibile almeno per lo spazio di una legislatura.

Accettare questa ideologia vuol dire inevitabilmente neutralizzare il Parlamento, che è per l’appunto il laccio del governo e il responsabile della sua durata. Non a caso la nuova Costituzione di Calderoli, Berlusconi e Fini, ma anche di Casini e Follini (non importa se sdoppiati tra coscienza e voto), si abbatte sul Parlamento, lo mette nelle mani del Primo Ministro, trasforma i parlamentari della maggioranza in scudieri del re e a quelli della minoranza concede solo il “diritto di tribuna”, canne fesse e cembali risuonanti, senza che il loro voto sia nemmeno conteggiato nelle occasioni importanti, come nelle votazioni per la fiducia e nelle mozioni per designare un altro premier.

In questa impudica versione italiana, il fulcro della governabilità, staccata dalla rappresentanza, non sta in una sufficiente maggioranza parlamentare, ma sta nella messa al bando e nella esecrazione del “ribaltone”, cioè della possibilità di mandare a casa un governo. La democrazia dovrebbe essere appunto il regime dove si possono mandare a casa i governi. Il fatto che i parlamentari non abbiano vincolo di mandato e rappresentino la nazione, significa per l’appunto che, per il bene della nazione, hanno il dovere, se del caso, di mandare a casa il governo e anche il loro governo.

Il mito della governabilità dice che questo lo potranno fare a suo tempo gli elettori, dopo cinque anni. È per questo che il Parlamento viene cancellato; perché esso lo potrebbe fare prima, prima che in quei cinque anni il governo faccia una guerra mondiale, prima che mandi forze di occupazione oltremare, prima che distrugga l’ordinamento giudiziario, prima che spianti il sistema fiscale, prima che faccia le sue leggi ad personam, prima che dissesti l’economia, prima che faccia una legge elettorale di regime, prima che butti a mare la Costituzione e sottoponga a revisione la stessa “forma repubblicana” dello Stato. Ma quando tutto questo fosse invece avvenuto, l’apologia della governabilità potrebbe dire: sì, però si è governato!

Anche i principi assoluti, prima della Rivoluzione francese, governavano. Anche gli zar, prima della rivoluzione russa, governavano. Anche i vari duci, prima delle Costituzioni, governavano. Il problema della governabilità in verità era stato risolto nella storia dell’incivilimento umano, molto prima che fosse risolto quello della rappresentanza, del governo democratico e dell’affermazione dei diritti e delle libertà fondamentali degli esseri umani.

Ma furono i popoli a decidere che non volevano essere governati così. Di questa decisione la sinistra italiana si sente legittima custode ed erede?