In America scuola di sangue

Ma perché se la prendono con la scuola? La violenza non è certo un monopolio americano – nel giorno della strage delle bambine Amish di Lancaster County, venticinque incappucciati hanno dato fuoco a Roma a un bar di immigrati dopo averne feriti tre a fucilate – e i massacri scolastici sono avvenuti anche in Germania e in Canada. Ma sono stati casi isolati, almeno finora. Solo negli Stati Uniti le stragi nelle scuole costituiscono una striscia di massacri (almeno nove casi negli ultimi dieci anni, con 51 vittime, senza contare gli assassini suicidi), tale che persino Bush si è sentito in dovere di convocare un vertice per cercare di capirci, e di fare, qualcosa. Ognuno di questi episodi ha storie diverse. Cambiano le vittime (questa volte solo bambine, altre volte anche maschi, e anche insegnanti); cambia il rapporto fra le vittime e gli assassini (compagni di scuola a Columbine, estranei a Lancaster County); cambiano le età, le storie personali, le collocazioni sociali, le pulsioni degli assassini. Due cose restano in comune, però: la scuola, e le armi. La scuola incarna molti dei tratti del sogno americano: la proiezione verso il futuro, la speranza, la mobilità sociale, la fiducia nel sapere; e incarna anche i suoi fallimenti, l’esclusione, la gerarchia la sconfitta. Soprattutto, specialmente in zone rurali come Lancaster County, la scuola è praticamente l’unica istituzione pubblica, l’unico spazio pubblico rimasto dopo decenni di privatizzazione frenetica (in molte contee rurale la scuola è il maggior datore di lavoro, il comitato scolastico il maggior centro di potere locale). È come se, colpendo la scuola, si sparasse addosso a quel che resta di un’idea di socialità e di parità, da cui l’assassino si sente escluso o tradito, su cui cerca di vendicarsi. Poi, le armi. Un ipocrita luogo comune afferma che portare le armi è inalienabile e non regolabile diritto costituzionale di ciascun cittadino americano. Ora, nella Costituzione uscita dalla guerra d’indipendenza, esposta al rischio di una rivincita coloniale, questo diritto era motivato in modo molto preciso: «Poiché una ben regolata milizia è essenziale alla difesa di uno Stato libero, il diritto dei cittadini a portare le armi non dovrà essere violato». E allora, che c’entrano i fucili d’assalto in mano ai ragazzini e le armi sul retro dei pickup, con una ben regolata milizia, peraltro istituzione pubblica e statuale? Soprattutto, il concetto di regolazione contenuto nella norma costituzionale ci ricorda che anche i diritti inviolabili si esercitano attraverso regole, procedure, limiti e norme (anche il diritto di parola trova un limite nel divieto della diffamazione e della calunnia). Proprio perché condivisi, i diritti non possono non essere regolati. Nel senso comune giuridico americano è diffusa l’idea che i diritti non derivano dalle relazioni sociali ma sono pertinenza esclusiva e illimitabile di ciascun singolo. Perciò il limite fra diritto violato diritto regolato si confonde, e ogni regola è sentita come una violazione (pensiamo alla retorica reaganiana della «de-regulation»). E allora, ogni limite incontrato, ogni sconfitta privata, ogni ossessione personale si trasforma nel senso di una frustrante ingiustizia subita, per mano della società, dello stato, dei propri vicini. E la frustrazione esplode, e spara, là dove l’odiata società amministra la propria riproduzione e il proprio futuro.