In agenda la questione kurda

Una campagna elettorale, specie quando si svolge in una democrazia matura, serve a creare il consenso verso un’idea, un fare governo e una cultura alternativa agli schieramenti politici che si contendono. Non tutto può e deve far parte di una campagna elettorale. In queste settimane abbiamo ascoltato dichiarazioni di esponenti di rilievo dell’attuale governo di centro-destra, sull’esistenza politica di Abdullah Ocalan, leader kurdo, simbolo della lotta di liberazione di un popolo antico e importante, in carcere in Turchia nel più severo isolamento da sette anni. Per noi questa situazione, da paradossale si è fatta drammatica. Ocalan venne in Italia con un solo scopo: chiudere, con una proposta di pace, la lotta fratricida tra kurdi e Turchia e avviare un negoziato per la risoluzione della causa kurda. Fu allontanato, forse non interpretato sufficientemente, e condannato a morte dopo la sua cattura in Kenya. La sua proposta di pace è rimasta valida.

Da settimane però Ocalan viene tirato in ballo in senso dispregiativo da parlamentari che accusano altri parlamentari (allora forza di governo) di aver dato udienza e asilo a un «terrorista». Tutto ciò senza una degna e forte presa di posizione in risposta. Perché? A chi giova? Potremmo dibattere a lungo sul termine terrorista, e chi, oggi, è terrorista. Ocalan è la guida e il simbolo per milioni di kurdi in Kurdistan e nella diaspora anche se si trova in carcere. Poteva non affrontare il viaggio in Italia, ma voleva provare a salvare il suo popolo dalla morte e dall’oblio. No. Non è un terrorista. Altri leader kurdi venivano, fino a pochi anni fa, chiamati «terroristi» e ora sono accolti dalle cancellerie di tutto il mondo: il presidente del nuovo Iraq, Talabani, il presidente dei territori autonomi del Kurdistan iracheno, Barzani.

E’ triste doverlo ammettere (l’Italia e il suo popolo ci sono cari per quanto esprimono nella solidarietà con il nostro popolo) ma oggi il presidente Ocalan è usato, brutalmente strumentalizzato nella vostra campagna elettorale da una parte spregiudicata che potrebbe utilizzare il tempo e le risorse per esporre i propri programmi politici e non infangare la vita di un uomo ridotto alla solitudine della galera e alla malattia e che non può rispondere. Parlare di Ocalan significa ripercorrere la storia del popolo kurdo negli ultimi 25 anni. Morte, dolore, distruzione e diaspora. Per ricostruire la speranza, rendendo la pace al Kurdistan attraverso la risoluzione pacifica della questione kurda con la rinuncia bilaterale alle ostilità, dobbiamo lavorare assieme, confrontandoci, conoscendoci, chiedendo uno sforzo intellettuale di rilievo. Su questo dobbiamo concentrare i nostri sforzi, ricordando che dallo stato italiano ci aspettiamo protezione verso Ocalan, che qui ha ricevuto asilo politico.

Agli italiani e alle italiane dobbiamo ricordare che la politica estera serve a un paese per dare un’impronta soggettiva del livello di democrazia maturata, sul piano dei diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo, della cultura, del rispetto e della fratellanza tra i popoli che sul proprio territorio vengono a incontrarsi; in questo caso sembra lampante che si vuole importare volontariamente un modello autoritario e intrepido come quello turco fingendo così di essere più forti, ma la forza sta nel rispetto delle minoranze, tenendo ben presente la storia e la memoria. Al nuovo parlamento e al nuovo governo italiano chiediamo sin da oggi l’impegno di inserire nella propria agenda politica la questione kurda e la salvaguardia della vita di Abdullah Ocalan.

* Presidente del consiglio direttivodel Congresso nazionale del Kurdistan (KNK)