In Afghanistan vince la politica degli ostaggi

La vicenda di Emergency è un caso chiuso? Alla fine appare come una montatura ma fa parte anche di una specialità afghana: la politica degli ostaggi. Viene attuata dai clan per risolvere le dispute tribali, dai talebani per ricattare potenze internazionali e organizzazioni umanitarie, dalle stesse autorità afghane per tenere in rispetto le tribù più riottose e, nel caso di Emergency, per liberarsi di una presenza scomoda nella vallata dell’Helmand e forse mandare qualche messaggio al governo italiano. Prendere ostaggi in Afghanistan non è un reato vero e proprio ma una precauzione, un sistema per avviare una trattativa, si capisce bene perché possa diventare un atto maldestro quando si tratta anche di doverlo giustificare, come pretendiamo noi occidentali, con accuse fondate su prove legali e articoli del codice.
Gli stranieri, poi, sono considerati ospiti, non soggetti giuridici: godono della legge di ospitalità, che tra i pashtun può persino condurre il Mullah Omar a fare la guerra per proteggere Osama bin Laden e non venire meno alla parola data, ma l’interpretazione di questa legge consuetudinaria è occasionale, condizionata pure dalla distinzione tra credenti e infedeli.
«Gli afghani sono gente fiera, che rifiuta l’ingerenza o addirittura il contatto con lo straniero. E che considera straniero non solo il francese, l’americano o l’italiano, ma anche l’abitante del villaggio vicino» diceva in una recente intervista a Limes Vincenzo Camporini, il capo di stato maggiore della Difesa. Il generale aggiungeva: «Con la presenza degli stranieri gli afghani vedono violate le loro regole di vita. Possiamo giudicarle arcaiche o discutibili ma sono le loro. Gli americani e in misura minore gli inglesi – odiatissimi a ridosso della Linea Durand dove hanno perso diverse guerre – non rispettano l’orgoglio dei locali e usano metodi che offendono gli abitanti».
Il “manuale Camporini” è un’utile sintesi per chi si avventura in Afghanistan e nei dintorni, che sia un militare o un civile. La politica degli ostaggi è complessa e sottile. Prendiamo il caso recente di Abdul Ghani Baradar, il leader afghano dei talebani, vice del Mullah Omar, arrestato con un’operazione congiunta dei servizi militari pachistani dell’Isi e della Cia.
L’arresto ha provocato la reazione veemente del presidente Hamid Karzai che ha protestato con Barack Obama perché Baradar era la “sua” carta per negoziare con i vertici dei talebani. I pachistani, dopo questa iniziale cooperazione con gli Stati Uniti, si sono mostrati riluttanti a consegnare Baradar agli americani per ulteriori interrogatori. Forse temono che il vice del Mullah Omar parli troppo e, soprattutto, ora hanno in mano un “ostaggio”, che può diventare utile per trattare con Karzai che vuole convocare il 2 maggio una Loya Jirga a Kabul per pacificare il paese, con la partecipazione, se possibile, anche di qualche rappresentante della guerriglia. Non è certo un segreto che tra Karzai e il Mullah Omar sia in atto una fitta corrispondenza destinata a intensificarsi se, nel 2011, prendesse corpo il ritiro delle forze occidentali. E i pachistani non vogliono restare ai margini di nessun negoziato, per questo si tengono stretto Baradar e altri capi della Jihad.
La vicenda di Emergency è la dimostrazione di quanto sia diversa la realtà dalle parole di stampo occidentale che vorrebbero descriverla. Stato di diritto, costituzione, democrazia, eguaglianza, presunzione d’innocenza, sono termini che dopo l’11 settembre Kabul ha accettato ma che risultano agli afghani spesso incomprensibili, estranei ai codici tribali. Non è stato quindi difficile per il capo dei servizi Amrullah Saleh, che aveva vecchi conti da regolare con Gino Strada, inventarsi un’operazione per mettere fuori gioco il fastidioso avamposto medico di Emergency, così come chiedeva da tempo il governatore dell’Helmand Gulab Mangal, considerato dagli inglesi un loro “asset” personale in una regione dove versano sangue da anni. La politica degli ostaggi funziona sempre, o quasi.