Impiccheranno Saddam? E’ stato un processo-farsa

La sentenza nei confronti di Saddam Hussein, accusato di aver ordinato la morte di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, è attesa per oggi. Il pm, però, ha già dichiarato che il verdetto «potrebbe slittare di qualche giorno»: il che conferma quanto da molti ipotizzato e cioè che, anche sui tempi della decisione, inciderà la scadenza elettorale negli Stati Uniti.
La notizia della condanna di Saddam Hussein avrebbe, infatti, effetti positivi per Bush, in forte calo di consensi per la sua politica estera. Il presidente degli Stati Uniti – come emerge da un recente sondaggio effettuato in Gran Bretagna, Israele, Canada e Messico – è considerato più pericoloso, per la pace, del leader nordcoreano Kim-Jong-il e del presidente iraniano Ahmadinejad (ed è battuto solo da Bin Laden, peraltro con uno scarto minimo: 75% degli intervistati, rispetto all’87%).

Ma, per ritornare al processo nei confronti di Saddam, se non vi è certezza sui tempi della sentenza, ben pochi sono i dubbi sulla decisione finale. La condanna è data per scontata; la morte per impiccagione è ritenuta molto probabile. Non è certo questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità penali di Saddam Hussein, anche se, in tempi non sospetti, ne abbiamo denunciato i crimini e la violazione dei diritti umani (quando invece altri lo armavano e lo finanziavano). Non ci possiamo esimere, però, dal denunciare il fatto che, in tutti i processi per crimini di guerra o genocidio celebrati dopo la seconda guerra mondiale, sono stati solo i vincitori a processare i vinti, malgrado che anche quest’ultimi si fossero spesso resi responsabili di crimini analoghi o altrettanto gravi. Il che ha portato, molti, a ritenere – a torto o a ragione – che alla fine la “politica” abbia prevalso, anche nelle sentenze, sul diritto, con la conseguenza di essere state considerate non imparziali e, quindi, non eque.

E’ sintomatico, a tale proposito, che il coordinatore del comitato di difesa di Saddam Hussein abbia inviato una lettera al presidente Bush, preannunciandogli che «la condanna a morte metterà a ferro e fuoco l’Iraq e porterà la regione verso la guerra civile e quindi verso l’ignoto».

Nessuno può sapere se l’esito di un processo celebrato nel rispetto delle garanzie minime previste dal diritto internazionale sarebbe stato diverso da quello cui perverrà il Tribunale speciale istituito appositamente dalle autorità d’occupazione americane, ma – proprio per questo – bisognava fare di tutto per evitare di celebrare un processo la cui sentenza, qualunque essa sia, potrà essere tacciata di aver violato alcune regole fondamentali, anche del cosiddetto diritto bellico. Basti pensare, ad esempio, al fatto che il processo si è svolto (ed altri si stanno svolgendo) davanti a un Tribunale speciale, con giudici nominati appositamente dal potere politico e con regole processuali decise, di fatto, dai vincitori del conflitto armato. Il che non significa, meglio precisarlo per evitare equivoci, sostenere che Saddam non sia colpevole di quanto gli è contestato, ma che è sempre più urgente creare gli strumenti affinché – anche quando si giudicano crimini contro l’umanità – vi sia un Tribunale indipendente, imparziale e che all’imputato siano garantiti quei diritti processuali che sono parte integrante di un processo il cui esito non sia già precostituito (è significativo, del resto, il fatto che non è stato possibile formare un Tribunale, composto da giudici iracheni indipendenti, per i crimini di guerra, le stragi di civili, le torture ecc., commesse dalle truppe d’occupazione). Ma vi è di più. La sentenza di condanna non è appellabile; i giudici “scomodi”, solo perché non sono stati sufficientemente duri nel respingere le istanze della difesa, sono stati immediatamente sostituiti con altri “giudici”, scelti dal potere politico, alla faccia della divisione dei poteri, della parità delle parti e del principio per cui il giudice deve essere «precostituito per legge». Il diritto di difesa è stato costantemente compresso, e in alcuni casi azzerato.

Potrei andare avanti, ma il processo a Saddam può essere l’occasione per riprendere la riflessione, e la mobilitazione, rispetto a quegli istituti di giustizia sovranazionale che possano realmente, e non solo formalmente, garantire in futuro – in presenza di crimini di guerra e contro l’umanità – un processo equo che garantisca una sentenza che sia unanimemente riconosciuta dalla collettività internazionale.

E la soluzione non può che essere quella di istituire finalmente quella Corte Penale Internazionale, il cui statuto è stato approvato a Roma nel lontano 1998 (e di cui l’Italia è stata la prima firmataria). Un giudice sovranazionale, con regole e norme giuridiche prefissate e approvate dalla comunità internazionale, che si occupi di diritto umanitario, che sia in grado di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo, delle minoranze, dei popoli e che abbia la forza di perseguire i responsabili di crimini, ovunque siano avvenuti e chiunque ne sia il responsabile.
Il nostro Paese ha avuto, negli anni passati, un ruolo determinante nel lungo e difficile cammino per raggiungere tale obiettivo. L’Italia, l’Europa – e, in particolare, la sinistra italiana e la “Sinistra Europea” – possono oggi avere un ruolo fondamentale per far avanzare quel percorso iniziato nel 1950 nell’ambito delle Nazioni Unite. Le resistenze di alcune potenze mondiali sono tanto forti quanto inaccettabili; e possono, credo e spero, essere vinte se si riesce a creare una profonda unità tra l’Europa, le nuove democrazie sudamericane e i tanti Paesi “poveri” che già hanno mostrato la loro volontà, ratificando lo statuto della Corte penale internazionale approvato a Roma. Statuto che, invece, non è stato sottoscritto da Paesi (Russia, Cina, Usa, Israele) – che pretendono l’impunità. Non è casuale, del resto, che lo statuto della Corte penale internazionale non preveda, malgrado l’estrema gravità dei crimini che dovrebbe giudicare, la pena di morte: un Tribunale che difende il diritto umanitario non può, evidentemente, mettersi sullo stesso piano di chi quel diritto umanitario ha violato e calpestato.