Impero e imperialismo

Bene ha fatto Salvatore Cannavò a sottolineare “lo statalismo globale” manifestatosi con i fiumi di denaro immessi sul mercato dalle banche centrali e con la regia “pubblica” che lunedì 17 hanno evitato un crollo economico paragonabile a quello del ’29. Per qualità, quantità, concentrazione nel tempo e soggetti statuali coinvolti, tale intervento “pubblico” non ha precedenti e basta da solo a spazzare via ogni peregrina idea di “fine degli Stati nazionali” o di liberismo inteso come capacità delle strutture economiche capitalistiche di reggersi solo sulle proprie gambe, agendo senza lo Stato alle spalle. Si conferma clamorosamente che il liberismo è in realtà un’ideologia, una utopia, una “falsa coscienza”: in realtà il capitalismo vuole liberalizzare solo il lavoro, le strutture sociali, i servizi; lì vuole la concorrenza spietata e senza regole, la privatizzazione senza garanzie né difese. Ma per sé necessita dello Stato come “capitalista collettivo”, che interviene nelle crisi, che fa i veri investimenti (Internet oggi, le ferrovie ieri), che disciplina l’anarchia della singola struttura capitalistica (fosse pure la multinazionale più potente, vedi Monsanto o Microsoft), che fa da cuore e da cervello di ogni multinazionale, anche se le membra sono sparse ovunque (chi potrebbe immaginare l’Ibm altrettanto potente se avesse la casa-madre, che so, in Senegal?); e che soprattutto garantisce con la forza politica e militare la penetrazione del capitale finanziario e delle imprese nazionali nel mondo. Insomma, lo Stato Usa svolge, con una potenza decisamente superiore, le stesse funzioni di quello britannico durante la dominanza imperialistica inglese.

Declino e guerra

E, come nei trenta anni che precedettero la Prima guerra mondiale, al declino economico britannico e all’emergere di altre potenze, si accompagnò l’accentuarsi dell’interventismo statale, del colonialismo e del peso della struttura politico-militare, così oggi gli Usa, a partire dalla guerra del Golfo, hanno approfittato del crollo Urss per ovviare al proprio declino economico con la potenza militare e politica e quindi con il rilancio in grande stile della guerra permanente e globale. I teorici dell’Impero pacificato e senza alternative (se non la defezione, la diserzione), senza contrasti interni né opposizioni, in mano ad una specie di “coordinamento di multinazionali” che bypassano gli Stati, hanno dovuto arrampicarsi sugli specchi per spiegare non tanto la “guerra del Golfo” (là il petrolio poteva far pensare alle multinazionali e far dimenticare che Hussein era un ex-vassallo imperiale non poi difficile da comprare per un Impero così incontrastato) ma quella in Jugoslavia: perché individuare quali multinazionali smaniassero per una guerra per il possesso di un territorio già in mano a bande mafiose comprabilissime come il Kosovo, è risultato impossibile anche ai più fini affabulatori.
La realtà è che non esiste un Impero pacificato la un imperialismo dominante sul piano militare e politico, quello Usa, ma fragile sul piano economico (da qui il terrore di un nuovo ’29) che teme non solo l’afasica, politicamente e militarmente, ma temibile economicamente, Europa unita, ma anche la possibile rinascita della Russia e la potenza crescente della Cina, e persino l’ingombro in zone-chiave della emergente borghesia nazionale araba (di cui gli afgani o i Bin Laden sono solo il vessillo più estremista). E tutto questo spinge gli Usa ad un apparente delirio bellicista che in realtà è assillo preveggente di chi vuole strozzare gli avversari nella culla, usando l’arma più efficace che ha, quella militare. Altro che Impero pacificato e unificato: è proprio la difficoltà di controllo imperialistico (lessicalmente, per “imperialismo” si intende l’ambizione di costruire un impero mediante la conquista militare, l’annessione territoriale e lo sfruttamento economico di altre nazioni; per “impero” si intende invece l’affermarsi conclusivo e, per un periodo storico, irreversibile, del potere assoluto, dell’autorità piena e incontrastata) che induce gli Usa alla guerra permanente e globale.

Altro che diserzione

Ma allora altro che fuga o diserzione! Diserzione da che poi? Militarmente ci sono ormai gli eserciti professionali e noi non serviamo; ideologicamente gli apparati sono già tutti in funzione. Nessuno ci vuole arruolare: ci vogliono semplicemente cancellare in quanto antiliberisti e anticapitalisti capaci di far conflitto. Ci si pone l’obiettivo storico di contrastare la tremenda corrente bellicista che vuole spazzare via ogni conflitto sociale che, accentuando la fragilità economica del capitalismo odierno, intensifica la necessità di guerra. Ma se è così, va detto che il movimento “antiglobalizzazione” italiano è, al momento, maledettamente al di sotto delle necessità, che è stato reso afasico dagli attentati in Usa oltre ogni dire e che in sue componenti significative è arretrato oltre ogni ragionevolezza. Lo sdegno verso il terrore dispiegato negli Usa non basta a spiegare perché quasi ci si vergogni di ricordare che centinaia di migliaia di morti iracheni, jugoslavi, palestinesi non hanno suscitato in Occidente neanche un millesimo dell’orrore provocato dal crimine delle Twin Towers, che la Nato resta il principale agente di morte e terrore nel mondo, che essa va sciolta, che l’Italia non deve comunque farvi parte; né perché l’assillo principale sia urlare che noi non c’entriamo con niente con Bin Laden e con gli afgani, fino a ieri agenti “in lista paga” Usa. E non lo spiega perché basta vedere come non solo le riviste radicali e pacifiste Usa ma anche intellettuali non certo estremisti come Noam Chomsky, Susan Sonntag o Naomi Klein, pur nell’occhio del ciclone, non siano arretrati di un passo negli attacchi al bellicismo e all’espansionismo Usa, attribuendogli apertamente le responsabilità delle risposte stragiste.

No alla Nato

L’orrore e la pietà per le vittime innocenti Usa non possono impedirci di tornare rapidamente all’altezza dello scontro: e in questo ci aiutano le mobilitazioni locali, che siamo riusciti insieme a far partire da molti Forum cittadini, e quella nazionale di Napoli del 27. Esse devono avere al centro la lotta alla guerra che gli Usa vogliono scatenare oltre che la totale opposizione allo stragismo come forma di lotta. Dobbiamo impedire che l’Italia partecipi alla guerra o almeno mettere contro la partecipazione il maggior numero di cittadini, ribadendo il NO fermo alla Nato, cuore della guerra permanente e globale. E su questa linea ci auguriamo che si muova, senza malintese prudenze, anche la manifestazione nazionale del Prc, nonché la Perugia-Assisi, i cui contenuti debbono necessariamente rimodularsi sulla nuova situazione. Non è ripetibile la situazione di una Marcia pacifista che, come successo in precedenza con D’Alema, abbia alla testa i fautori della guerra, ieri in Kosovo oggi magari in Afghanistan, sia se la guerra è dichiarata dalla Nato sia dall’Onu: il rifiuto netto della “guerra santa” di Bush ci pare la conditio sine qua non affinché tale Marcia venga fatta propria da tutto il movimento di Genova.

* Coordinatore Cobas scuola