Immigrati e Confindustria: il modello emiliano

Se c’è una regione, in Italia, che dell’integrazione ha un’idea “efficiente” questa è certamente l’Emilia Romagna. Anche la Confindustria locale si fa forte di questa tradizione “realista” nell’affrontare i problemi, al punto di partecipare – insieme a Veneto e Liguria – a un progetto “sperimentale” per gestire la crescente domanda di manodopera extracomunitaria da parte delle imprese. L’idea ha meritato la citazione da parte di Boeri, che vorrebbe – con qualche modifica di non poco conto – farne un modello nazionale o addirittura europeo.
Si tratta di un progetto comune tra Confindustria e le tre regioni, per ora limitato a 300 lavoratori. “Si individuano i paesi più interessanti, a seconda delle professionalità richieste – dicono dalla sede emiliana – si lavora per stabilire accordi bilaterali tra l’Italia e ognuno di questi paesi, quindi si procede a una pre-formazione ‘in loco'”. A quel punto vengono fatti entrare in Italia con un “permesso temporaneo” e avviati al lavoro con “contratti di formazione-lavoro o con borse-lavoro”. E’ la stessa legge sull’immigrazione a spingere verso questo tipo di soluzioni, visto che è possibile far entrare più extracomunitari di quanto previsto dalle “quote” solo ricorrendo a formule “temporanee”.
Al momento il progetto è entrato nella fase operativa soltanto con lavoratori provenienti dalla Moldavia, per lo più edili. Gli ostacoli, sempre secondo Confindustria, provengono dal clima di incertezza politica connesso all’attesa del risultato elettorale. Per le stesse imprese, infatti, la “procedura” è interessante soprattutto se – com’è abbastanza ovvio – dopo aver selezionato i lavoratori con questa “prova sul campo” si può assumerli per periodi più lunghi. Ciò significa ottenere dal governo una esenzione dal rispetto del “sistema delle quote”. Quello attualmente in carica, tramite il ministro del lavoro Cesare Salvi, avrebbe assicurato la disponibilità a risolvere celermente il problema. Ma sarà comunque necessario attendere quello che uscirà dalle urne il 13 maggio per ottenere le relative norme, regolamenti attuativi e quant’altro necessario.
La linea confindustriale ha una sua brutale coerenza: al centro stanno sempre e soltanto i bisogni dell’impresa. Ergo, non interessa pescare a casaccio nel gran numero di lavoratori extracomunitari (o no) a disposizione sul mercato, ma trovare – senza correr rischi e risparmiando al massimo sui contratti iniziali – solo quelli che meglio si confanno alle proprie esigenze. Il pensiero che i flussi migratori abbiano cause macroeconomiche più vaste della singola impresa, qui, non è proprio preso in considerazione. I paesi non comunitari vengono visti come un grande supermarket di manopera a basso costo, dove scegliere “fior da fiore”: per diplomati e laureati si raccomandano Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia; gli operai specializzati vanno cercati in Bulgaria e Romania; quelli per i lavori pesanti possono arrivare anche da Senegal e Ghana; per gli informatici, invece, si consiglia di scandagliare le università indiane, pakistane o filippine.
L’altro lato della medaglia, per i fortunati che passeranno le “selezioni” in patria (lingua ed educazione civica italiane, prove pratiche, ecc), è costituito per l’appunto da una integrazione “tutto compreso”: lavoro e alloggio. In questo, se non altro, l’esperimento emiliano si rivela assai più avanzato e “civile” del modello illustrato da Tito Boeri sul Sole.