Immagini dal fronte della follia

Gli occhi sono la cosa più difficile da incontrare. Sulla pellicola c’è il segno di corpi in gabbia, degli abbandoni narcotici, della partitura ossessiva dei gesti. Ma davanti all’obiettivo gli occhi fuggono altrove. Sono cinquecento gli scatti esposti al Palazzo Magnani di Reggio Emilia fino al 22 gennaio, cinquecento immagini per catturare Il volto della follia, lungo un percorso (racchiuso anche nel bellissimo catalogo edito da Skira) che segue le tappe dell’incontro tra psichiatria e fotografia. Dalla foto «classificatoria» dei primi del Novecento, archivio delle anatomie irrequiete della «città dei folli», ai grandi reportage degli anni `60-’70, racconti sovversivi che portano «fuori» le storie e gli orrori dell’istituzione negata, fino allo sguardo sui nuovi luoghi di cura nati dall’applicazione della legge 180, spazi aperti alla condivisione della sofferenza. Un viaggio attorno a un corpo che non si tocca e a occhi che non si incontrano, inseguendo una sostanza che sfugge alla fissità della pellicola. «Il volto della follia» è allora quello inchiodato al muro della propria stranezza nelle foto segnaletiche scattate ai pazienti all’ingresso del manicomio di San Lazzaro, struttura alle porte di Reggio Emilia dove tra fine Ottocento e inizio Novecento erano recluse più di duemila persone. Memorie della città dei matti si intitola questa prima tappa dell’esposizione che raccoglie, insieme all’inventario spietato di questi freaks di provincia – facce di braccianti scure per il sole, facce appassite dalla fabbrica o scomposte dalla malattia – gli scatti che Vasco Ascolini ha realizzato nel 2000 nelle stanze abbandonate dell’ex manicomio, tra i ruvidi fantasmi delle camicie di forza e la fredda minaccia degli strumenti antropometrici. Con I manicomi svelati, secondo momento del percorso espositivo, lo sguardo si apre su una nuova stagione del racconto fotografico intorno alla follia: quella che vede fotografi come Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Lucio D’Alessandro, Uliano Lucas, Ferdinando Scianna, Raymond Depardon, attraversare il confine della «città dei matti» per puntare l’obiettivo sui suoi orrori. Cerati e Gardin a Gorizia, D’Alessandro a Napoli: sono loro, invitati a varcare la soglia del manicomio da psichiatri come Franco Basaglia e Sergio Piro, i primi testimoni a tornare nella «città dei sani» con le immagini dell’inferno manicomiale. Grandi reportage come Morire di classe (Einaudi, 1969), Gli esclusi, fotoreportage da un’istituzione totale (Il Diaframma, 1969) danno forma e colore a quel corpo «abitato dall’istituzione» di cui parla Basaglia e incrociano il suo cammino verso l’apertura delle porte e la chiusura dei manicomi, con l’approdo nel 1978 alla legge180.

«Il volto della follia» è qui il ritratto di solitudini senza scampo, di corpi vuoti dimenticati su una sedia o abbandonati in un cortile, di occhi persi nel vuoto, lanciati a inseguire i fili di pensieri perduti. Occhi matti che non incontrano l’obiettivo quasi mai, e quando lo fanno si traducono in un grido di aiuto, in una sfida disperata, nella eco di una anima in gabbia. Per quelle stesse stanze, per quegli stessi corridoi, Sergio Zavoli – a Gorizia nel 1967 – girò I giardini di Abele, racconto della vita di quei «fratelli scomodi» nascosti dietro le mura: uomini e donne in cattività, reduci affranti di una normalizzazione coatta e violenta. E per altre stanze e altri corridoi – resi identici dallo stesso grigiore medicale, dalla stessa vuota circolarità del tempo – fotografi come Alex Majoli, Claudio Edinger, Chien-Chi Chang, Anders Petersen, Adam Broomberg e Oliver Chanarin, documentano, da Lemnos al Brasile, da Cuba alla Cina, gli stessi orrori di gente in catene, nella sezione collaterale della mostra (esposta a Palazzo dei Principi di Correggio) dedicata ai non-luoghi della segregazione manicomiale sparsi per il mondo. Al di là delle mura, tra le persone è infine il luogo di un approdo, la storia di un ritorno alla vita e di una riappropriazione dello spazio fisico e mentale espropriato dall’istituzione totale, cui è dedicata la terza sezione della mostra: Gian Butturini e Uliano Lucas ne seguono i primi passi – le prime esplorazioni del mondo di «fuori», i primi sorrisi, i primi gesti d’amore ricevuti – Philippe Tournay, Enzo Cei, Ilaria Turba, Giordano Morganti si incamminano lungo i diversi percorsi, raccontandone fatiche e entusiasmi, smarrimenti e speranze. Slanci e cadute come quelli di Nicola, il matto sognatore immaginato sulla scena Ascanio Celestini – che proprio a Reggio Emilia porterà il suo monologo Pecora nera (al Mercadante di Napoli dall’1 al 4 dicembre) – malato d’amore e di paura del buio. E la sua voce – che Celestini ha raccolto tra le altre testimonianze dei sopravvissuti all’internamento durante un percorso di ricerca cominciato nell’ex ospedale psichiatrico di Perugia – chiude un percorso e trova parole per il volto, invisibile, della follia.