Ilva: Mobbing scientifico

La Palazzina Laf viene aperta tra il 1997 e il 1998 quando 70 impiegati “scomodi” dell’Ilva vi vengono confinati “in attesa di nuova sistemazione”. I sindacati metalmeccanici di categoria denunciano la situazione e nel luglio del ’98 le Commissioni lavoro del Senato e attività produttive della Camera invitano Riva a chiudere la Palazzina Laf. Non basta. Nel novembre dello stesso anno è il ministero del lavoro a denunciare l’Ilva per le violazioni compiute nei confronti dei lavoratori.
La svolta avviene nel ’99, quando il procuratore aggiunto Franco Sebastio decide il sequestro della struttura. Nel frattempo si è aperto un processo contro Riva. Proprio in questi giorni vengono ascoltati gli ultimi testimoni. Dopo l’estate parleranno gli avvocati di difesa e accusa; la sentenza dovrebbe arrivare entro l’anno. L’accusa per Emilio Riva, il figlio Claudio e altri dieci dirigenti dell’Ilva è di “tentata violenza privata”. Emilio e Claudio Riva, insieme ad altri due dirigenti, sono accusati anche di frode processuale. Quando la magistratura ordinò un’ispezione dei locali, nel novembre del ’98, l’azienda fece ridipingere i muri, riaggiustare prese e finestre, scrivanie e sedie. Bisognava far vedere che gli impiegati stavano “bene”.
L’accusa è chiara: i dirigenti Ilva hanno adoperato una tecnica di mobbing verticale (diretta dal capo ai subordinati) articolatissima, come si legge dalla relazione del pm, Alessio Coccioli: destinati al reparto in questione erano soprattutto i lavoratori cui l’azienda, per mezzo dei vari responsabili preposti ai singoli settori di produzione, aveva sostanzialmente posto un aut aut: dovevano accettare una innovazione del rapporto di lavoro, con declassamento dalla categoria impiegatizia a quella operaia, oppure avrebbero immediatamente perso il posto che occupavano all’interno dell’impresa e conseguentemente destinati alla Palazzina Laf. Tale aut-aut era stato posto in essere con toni altamente intimidatori. Dalle indagini emergeva anche che “nei locali in questione i lavoratori non espletavano alcun incarico professionale; erano ambienti del tutto indecorosi e trascurati, dove passavano le giornate a passeggiare per il lungo corridoio, con ridotta possibilità anche di comunicazione con l’esterno”. Il procuratore aggiunto Franco Sebastio, che porta avanti con Coccioli l’accusa, dice di essere fiducioso. L’avvocato della difesa, Mattesi, dice che i lavoratori erano nella Laf in “attesa di nuovo incarico”. Ma nessuno sa chiarire quando Riva li avrebbe rimessi al lavoro.