Ilva di Taranto, morte infinita

Un morto e tre feriti in una settimana. Più che una fabbrica, l’Ilva di Taranto sembra un campo di battaglia. E i bollettini medici sembrano quelli di una guerra permanente tra operai macchine e azienda. A poche ore dalla morte di Antonio Mingolla, un operaio 47enne di Mesagne, venerdì scorso tre lavoratori sono stati investiti da una fiammata mentre curavano la manutenzione di una macchina. Un corto circuito che poteva essere evitato. «Sulla macchina c’era ancora la tensione elettrica», denuncia Francesco Fiusco, responsabile Fiom. «Quando si interviene per la manutenzione, infatti, la macchina va sezionata, in altri termini bisogna togliere la tensione, proprio per evitare ciò che s’è realizzato, cioè il corto circuito. La responsabilità dell’Ilva, in questo caso, mi sembra evidente».
Dopo gli ultimi incidenti la Fiom ha deciso di continuare la sua battaglia: «Convocheremo al più presto tutte le rsu per un’iniziativa sulla sicurezza», continua Fiusco, «e non ci riferiamo solo agli interni, ma anche a tutti gli operai che lavorano nelle aziende in appalto. Poi decideremo se e quando proseguire con gli scioperi». All’ultimo, organizzato la scorsa settimana e durato ben 32 ore, ha aderito l’80% dei dipendenti. E’ stata la prima, immediata risposta alla morte di Antonio Mingolla, ucciso sul posto di lavoro da una esalazione di gas. Asfissia da ossido di carbonio: questa la diagnosi certificata dai medici legali dopo l’autopsia. L’operaio stava effettuando la manutenzione su una condotta di gas che confluisce nell’altoforno. Gli interrogativi, sui quali la magistratura tarantina dovrà far luce, poiché è stata aperta un’inchiesta contro ignoti per omicidio colposo, sono molti. Innanzitutto si dovrà verificare se Mingolla indossava la mascherina di protezione, in secondo luogo se le misure di sicurezza erano effettivamente operative e, infine, se non si sia verificata una perdita di gas. «La magistratura dovrà fare chiarezza: c’è da capire come e perché sia stato intossicato da questo gas, che peraltro è inodore. Purtroppo bisogna ammettere che da noi la questione sicurezza è drammatica».
La Fiom punta il dito sui ritmi di produzione, ormai sempre più elevati, e ricorda che non è facile reagire ai diktat dell’Ilva: «L’estate scorsa nove lavoratori sono stati sospesi dall’azienda. Il motivo? Avevano scioperato per questioni di sicurezza. Purtroppo dobbiamo prendere atto che l’Ilva, invece di aprire e migliorare le relazioni con i sindacati, riduce l’agibilità dei loro rappresentanti. L’Ilva mette in discussione gli accordi presi, riducendo i diritti al minimo, e questo è un problema gravissimo: da noi esistono 18 mila operai, dei quali ben 5 mila lavorano in appalto».
Per questo, sottolinea la Fiom, tutti devono fare il possibile perché nell’Ilva la sicurezza diventi un fatto concreto. «Tutti devono impegnarsi per frenare questa recrudescenza», prosegue Fiusco, «e mi riferisco innanzitutto alla politica. La Regione, sulla sicurezza, ci può aiutare. Può organizzare corsi, per esempio, e intervenire perché nasca un centro reale, effettivo e rafforzato, per la prevenzione e la sicurezza dei lavoratori».
E contro l’Ilva, in questi giorni, si è schierata anche la Asl di Taranto: «Nonostante esista il 118 – ha dichiarato il direttore generale Marco Urago – l’Ilva non lo utilizza. Nel caso della morte dell’operaio, l’Ilva non ci ha chiamati». Un’accusa pesantissima. «Se si muore o si registrano incidenti gravi è perché non si è fatto molto per garantire la sicurezza – conclude Mimmo Pantaleo, segretario regionale della Cgil – Bisogna innanzitutto “esternalizzare” il problema: l’intera comunità pugliese prenda coscienza della necessità di imporre alla famiglia Riva, proprietaria degli stabilimenti, di collaborare sulla sicurezza. In secondo luogo dobbiamo aprire una grande vertenza all’interno dell’azienda, che chiami in causa le responsabilità dei proprietari: devono interloquire con le Asl, per esempio, in un’ottica di prevenzione e cooperazione con i soggetti preposti alla sicurezza, come il 118, che in questo caso non è stato chiamato. Infine chiediamo al presidente della Regione Vendola, che sta vagliando il piano industriale dell’Ilva, di insistere nei rilievi che ha già fatto. Deve far comprendere a Riva che non è il padrone assoluto della vita degli operai».