«Il welfare è l’ultima spiaggia». La sinistra e il dilemma del governo

Nei prossimi dodici mesi che cosa si vuole fare? Nelle assemblee mi accorgo che siamo al limite, c’è un brutto clima. O si comincia a dare qualche visibile segnale di svolta o temo sul serio che la situazione possa precipitare». Al centro congressi Cavour la domanda di Gianni Rinaldini (Fiom) ai quattro segretari della sinistra sembra cadere nel vuoto nonostante sia in cima ai pensieri di molti, sul palco e non. «Cosa farà il Pd mi è chiaro – commenta amaro Rinaldini a fine serata – cosa farà la sinistra, se esisterà ancora una sinistra in Italia, no».
La precarietà, «condizione generale del lavoro contemporaneo», domina anche la cosiddetta «cosa rossa». E non si può dire che il segretario generale della Fiom non abbia messo i piedi nel piatto: «La sinistra – dice nel suo intervento applauditissimo -deve chiedere una verifica su cosa vuole fare il governo nei prossimi dodici mesi o si troverà sempre messa nell’angolo fino a quando qualcuno dirà quella è la porta. E bisogna mettere nel conto che può succedere di tutto anche sul versante del governo». Precarietà, sicurezza, Afghanistan, Vicenza, legge elettorale e riforma della politica: il catalogo delle possibili crisi (o incidenti) volenti o nolenti è questo.
Solo Giordano, Diliberto e Salvi raccolgono almeno in parte l’invito di Rinaldini. Nella sostanza il dibattito tra i leader della sinistra che si vuole come minimo «federare» si inchioda subito sul nodo del governo. Farlo cadere o no? Dove passa il limite tra efficacia e rinuncia all’azione? Un siparietto tra due alti dirigenti del Pdci e del Prc è esemplare dell’empasse in cui si trova la sinistra: «Rifondazione e Mussi sbagliano a dire che il protocollo Damiano contiene anche cose buone – dice quello del Pdci – se poi votiamo contro come fai a spiegarlo?». E quello del Prc: «Sì ma se tu dici ai quattro venti che è tutto da buttare e poi lo voti è un suicidio lo stesso». Il medesimo vicolo cieco lo sottolinea il Verde Alfonso Pecoraro Scanio dal palco: «Tutti ci chiedono di dare una svolta al governo perché così non va. Ma poi sono gli stessi che contemporaneamente ci avvisano: però non fate tornare Berlusconi». La «federazione della sinistra» rischia di ricordare la funesta «macchina da guerra» di occhettiana memoria. «Dobbiamo essere potenzialmente maggioritari, puntare al governo – incalza Pecoraro – dobbiamo proporre le dieci riforme necessarie che il Pd non può e non vuole fare, come quella sui diritti civili o sul limite ambientale alla crescita».
Ma sull’aggregazione che verrà le idee sono ancora piuttosto confuse. «I Verdi sono assolutamente determinati a partecipare alla costruzione dell’alleanza arcobaleno ma non si diluiranno mai in una cosa rossa», spiega Pecoraro. Paiono definitivamente tramontati i tempi in cui il segretario Ds Piero Fassino provava a convincere il Sole che ride ad aderire al Pd.
Pochi minuti prima, però, era stato proprio Fabio Mussi a sottolineare tra gli applausi la necessità di pensare subito a un partito unico, con una fase costituente lontana dal modello degli «intergruppi di quando eravamo giovani». Richiesta a cui Rifondazione risponde subito che no, la «forma-partito è in crisi» e dunque per ora è meglio federarsi e rilanciare gli «stati generali della sinistra sul modello aperto e partecipato dei forum sociali» (Giordano). «Sì ma qualcuno si ricorda se l’Flm degli anni 70 ha funzionato o meno?», dice amareggiato Cesare Salvi a fine serata.
Non va meglio sulla battaglia più ravvicinata, quella sul welfare di venerdì prossimo. «Uniti siamo più efficaci», incalza Giordano. Non a caso i quattro ministri della siniste promettono un comportamento comune a palazzo Chigi una volta che il governo svelerà le carte del protocollo. Ma da qui a dire che un’astensione equivarrebbe alla crisi ce ne corre. «Gestire da sinistra un’uscita dalla maggioranza la vedo diffìcile – mette le mani avanti Paolo Ferrero – i rapporti di forza non si cambiano dal governo». Che farete venerdì?, chiede Gabriele Polo. «Ci sono varie possibilità, non escludo che il governo si impegni a presentare modifiche in parlamento», risponde Mussi. Cioè dalla richiesta di modifiche al protocollo si passa alla richiesta dell’impegno alle modifiche.
In effetti qualcosa è successo: dentro Sd equivale quasi a un terremoto la scomunica a Mussi affidata da Paolo Nerozzi (Cgil) al Riformista di ieri: «C’è la consultazione tra i lavoratori – ha detto Nerozzi – mi sarei aspettato prima i ringraziamenti e poi il dibattito. I sindacati avevano chiesto alla politica di fare un passo indietro e questo vale per rutti». Anche per Mussi. La verità è che nel gruppo alla camera di Sd la posizione del ministro-coordinatore è giudicata troppo vicina a Rifondazione ma quel che è peggio troppo libera dalla «cinghia» che parte da corso d’Italia. «Non possiamo far cadere il governo sul welfare», è l’ultimatum di un alto dirigente di Sd alla camera. Se le cose continuano così non è escluso che Nerozzi (forte dei suoi collegamenti sindacali sul territorio) potrebbe lanciare un «opa» sul movimento appena nato. Non è un caso, forse, che Salvi inviti la sinistra a ripensare il «modello della concertazione». Magari riproponendo anche il tema della democrazia sindacale . che per ora sembra accantonato. Un dibattito così suona ancora più paradossale perché a differenza che nel Pd (convitato di pietra di ogni convegno-iniziativa del genere) su quasi tutto il resto si è d’accordo. Semplificando come si fa sui giornali: sulla crisi della politica e del capitalismo, sulla critica feroce a una competitività puramente di prezzo e alla precarietà, sul «paradigma ambientale» e sulla fine della «centralità del Pil» sono più o meno tutti d’accordo: politici, sindacalisti, economisti e intellettuali d’area.
Il bicchiere della giornata dunque è sicuramente mezzo pieno. «Abbiamo visto e sentito tante perle, manca però il filo su cui tessere la collana», sintetizza Valentino Parlato con la sigaretta a mezz’aria incamminandosi per via Cavour.