Il voto alla Knesset un terremoto per la politica israeliana

Il parlamento israeliano ha approvato il piano di ritiro unilaterale da Gaza con 67 voti a favore, 45 contro, 7 astensioni e un assente. L’unica cosa chiara di questa decisione è che non si può dire con certezza quali processi scatenerà in Israele. Negli ultimi istanti prima del voto, l’ex premier Benyamin Netanyahu e i suoi hanno trasformato la cosa in una farsa che non aumenterà il loro prestigio. Il premier Ariel Sharon può affermare di aver ottenuto una grande vittoria in parlamento, ma è difficile dire se questo gli eviterà elezioni anticipate. Per analizzare il vero significato del voto della Knesset e comprendere la crisi che in questi giorni sembra vivere Israele bisogna sapere che nella politica a volte i protagonisti scatenano processi che portano a risultati non voluti.

Il piano di ritito unilaterale del premier Sharon è in sostanza un tentativo di neutralizzare gli effetti degli accordi di Ginevra e un’opposizione crescente alla sua politica, non solo nella sinistra radicale ma anche in ambienti più vasti e nell’élite israeliana. Gli accordi di Ginevra hanno mostrato al pubblico israeliano quanto fosse falso il mito costruito dall’ex premier Barak e da quattro anni di sanguinoso conflitto: c’è un interlocutore possibile da parte palestinese. Senza grande preparazione, d’improvviso gran parte degli israeliani aveva appoggiato gli elementi di fondo di un accordo che tornava alla formula di due stati per due popoli.

Ancor più grave per il governo Sharon: la resistenza a servire nei territori occupati si è estesa, e gli alti comandi degli organismi di sicurezza hanno cominciato ad avvertire che la politica di Sharon porta alla catastrofe per Israele.

L’accettazione della famosa «road map» del presidente George Bush e degli europei implicava un parziale ritorno ai negoziati. Ma questo è avvenuto in un quadro internazionale in cui l’amministrazione Bush – impantanata in Iraq – si è contentata di qualche dichiarazione formale, mentre gli europei non hanno esercitato nessuna pressione reale sul governo israeliano. Così, mentre Sharon commetteva errori tattici che lo portavano a continui fallimenti nel suo partito, la destra fondamentalista si rafforzava nella sua opposizione radicale al ritiro. Eppure, da anni ormai nell’opinione pubblica israeliana la maggioranza approva il ritiro dalla striscia di Gaza, considerata in generale solo un problema – e senza grande significato storico-religioso.

Per ostacolare il piano di ritiro di Sharon, la destra radicale ha usato tutti i mezzi. Ha parlato in nome dell’amore e dell’unità del popolo, ha accusato Sharon di tradimento. Non solo: ha presentato il premier come il principale responsabile dello scisma che minaccia il popolo ebraico e della potenziale guerra civile che può provocare: i coloni fondamentalisti minacciano la guerra civile ma accusano Sharon di esserne l’autore. I rabbini estremisti hanno proclamato la necessità di non consegnare al nemico un solo millimetro di terra sacra e fatto appello a soldati e ufficiali dell’esercito di non obbedire ordini che implichino «sradicare degli ebrei dalle loro case». E però è proprio questo l’aspetto positivo all’accaduto: il voto della Knesset è un duro colpo per la destra radicale e delegittima le colonie nei territori occupati. Ora anche la destra vota per l’evacuazione: l’effetto simbolico per la politica interna israeliana è importante.

Il ministro delle finanze Netanyahu si è trovato in una situazione difficile. Sa che non può aspirare a ereditare il posto di Sharon se lascia cadere il piano di ritiro: gli elettori di centro, di cui ha bisogno, appoggiano il piano, e la comunità internazionale lo isolerebbe in modo pernicioso se si allineasse con la destra radicale. Oltretutto, gli elettori del Likud non simpatizzano con chi manovra contro un premier del partito.

Netanyahu ha voluto appoggiare un referendum che avrebbe ostacolato o fatto fallire il piano, per dimostrare la debolezza di Sharon e assicurarsi la vittoria nel comitato centrale del partito mantenendo i ponti con la destra radicale. Ma Sharon non si è arreso, e le oscillazioni dell’ultimo minuto – non vota, poi vota a favore – non hanno giovato a Netanyahu, presentato dai media come un opportunista pauroso che cerca stratagemmi.

Sharon esce bene dal voto. Ora però deve affrontare la possibile crisi di governo minacciata dal Partito nazionale religioso con il suo ultimatum: uscirà dalla maggioranza se entro due settimane il premier non accetta di convocare un referendum – cosa che Sharon non può accettare. L’eventualità di elezioni anticipate si fa concreta, ma queste si potrebbero tenere in date che permettano a Sharon di cominciare il ritiro, con l’appoggio di gran parte dell’opinione pubblica israeliana e un esteso appoggio di una comunità internazionale che dopo l’impasse preferisce qualunque passo che contenga almeno qualche elemento positivo, anche se quelli negativi sono evidenti.

Questo quadro non riguarda solo la politica partitica. La sensazione di una crisi profonda è ben dentro le menti e i cuori di molti israeliani e nelle prossime settimane il paese vivrà giorni intensi, che avranno ripercussioni profonde sul futuro.