Il volo afghano del Falco globale

Per il complesso militare-industriale Usa, la guerra in Afghanistan è doppiamente preziosa. Primo, perché la spesa annua per l’acquisto di armamenti, già cresciuta da 42 a 60 miliardi di dollari, supererà i 100, nel quadro di un bilancio militare che andrà ben oltre gli aumenti fissati prima dell’11 settembre: 329 miliardi nel 2002 (rispetto a 296 nel 2001) e 347 nel 2003. Secondo, perché è possibile sperimentare e migliorare i vari sistemi d’arma nelle condizioni reali della guerra.
La Northrop Grumman – le cui azioni sono salite del 30% in tre settimane – ha appena consegnato al Pentagono, perché vengano impiegati sull’Afghanistan, sei prototipi del suo Global Hawk (Falco globale): un aereo senza pilota con una autonomia di 36 ore che, volando a 20mila metri di altezza, localizza con i suoi sensori (anche di notte e con la nebbia) gli obiettivi da colpire. La Northrop Grumman ha anche offerto all’aeronautica – il cui segretario è James Roche, già executive della stessa società – altri 40 bombardieri stealth B-2 Spirit, da aggiungere agli attuali 21, insufficienti per una guerra che può estendersi ad altri paesi. Il tutto a un prezzo stracciato grazie all’economia di scala: appena 1.166 miliardi di lire ad aereo invece degli attuali 4.700.
La Raytheon – le cui azioni sono salite del 40% in tre settimane – sta procedendo al miglioramento di oltre 600 missili Tomahawk, che vengono subito testati nel poligono afghano. La Boeing è invece occupata a migliorare oltre 11mila bombe a guida laser, sperimentate nello stesso poligono. Qui sono arrivate, per una serie di test dal vivo, anche le cannoniere volanti AC-130. Sono state usate negli anni ’70 nella guerra del Vietnam; negli anni ’80, nelle operazioni “Furia urgente” a Grenada e “Giusta causa” a Panama; negli anni ’90, nelle operazioni “Tempesta del deserto” in Iraq, “Ridare speranza” in Somalia e “Forza determinata” in Bosnia. Inaugurano il nuovo secolo con l’operazione “Libertà duratura”.
Ogni guerra è servita a migliorare le prestazioni delle cannoniere volanti. L’ultimo modello – l’AC-130U Spooky II, realizzato da Lockheed, Boeing e Hughes – è dotato di sistemi di puntamento a raggi laser e infrarossi comandati da computer, che permettono, mentre l’aereo vola in circolo, di colpire qualsiasi bersaglio in movimento con mitragliatrici da 25mm che sparano 1.800 colpi al minuto, cannoncini da 40mm (120 c/m) e cannoni da 105mm (12 c/m). I piloti e gli armieri di questi e altri aerei, in gran parte alla prima esperienza di guerra, “sono stati autorizzati per la prima volta a scegliere i propri bersagli e sparare contro di essi a volontà in zone specifiche, definite kill boxes” (The New York Times, 16 ott. 2001).
Si impiega senza risparmio anche la CBU-89 Gator Mine, una bomba a grappolo che, aprendosi a un’altitudine prestabilita, sparge su un’area di 200×650 metri 72 mine anticarro e 22 antipersona. Bastano sei bombe a creare, in pochi minuti, un impenetrabile campo minato di superficie equivalente a quella di 12-19 campi di calcio. Le mine, migliorate di guerra in guerra, sono dotate di dispositivi elettronici che le fanno esplodere all’avvicinarsi del bersaglio (non sanno distinguere però se è un veicolo militare o un camion carico di profughi) o a tempo: 4 ore, 48 ore o 15 giorni dopo l’attivazione. Le mine antipersona, quando esplodono, proiettano orizzontalmente su una vasta area frammenti metallici taglienti come rasoi. Neppure loro sanno distinguere chi c’è intorno, un soldato talebano o un ragazzo che porta al pascolo le pecore.
Non sa questo ragazzo, mentre si avvicina alla mina che lo dilanierà, che si tratta di una “una reazione mirata e legittima dopo gli attentati di New York e Washington” e che anche “l’amministrazione americana” ha “contribuito a restituire alla politica una funzione centrale nella gestione di questa crisi e delle prospettive della globalizzazione”, “con la decisione di non precipitare tutto in una reazione cieca e immediata”. Non sa che “l’uso della forza non può essere un tabù” e che “talvolta esso si manifesta come una dolorosa necessità per impedire una tragedia più grande”. Non lo può sapere perché non ha letto, non sapendo leggere neppure nella sua lingua, la “lettera aperta ai pacifisti” (la Repubblica, 11 ott. 2001) scritta, in uno lontano paese da persone dal nome strano (Rutelli, Fassino, Amato, D’Alema, Dini), poco prima di marciare per la pace.