Il viaggio di Chavez verso il socialismo

Il mago delle nazionalizzazioni non ha intenzione di fermarsi. La lotta di Hugo Chavez contro le privatizzazioni continua a spron battuto infiammando lo scenario economico mondiale e mettendo le ali all’instabile Venezuela di questi tempi.

L’ultimo caso riguarda le imprese di telecomunicazioni, a partire dalla Cantv (Compañía Anónima Nacional Teléfonos de Venezuela), la principale compagnia telefonica, nelle mani dei privati (statunitensi) dal 1991. Il presidente venezuelano lo ha annunciato nel discorso di insediamento del suo nuovo governo (27 ministri più il vicepresidente), varato nei giorni scorsi dopo la sonante vittoria elettorale dello scorso dicembre. Una sterzata verso quello che lui stesso definisce “il socialismo del ventunesimo secolo”, e un’operazione economica coraggiosa e ambiziosa, per ora non ancora sorretta dal mercato, che risponde con una massiccia fuga degli investitori dalla Borsa di Caracas in flessione del 18.7%, e un sostanzioso calo (-30%) proprio per la Cantv.

Ma soprattutto un ennesimo smacco alle multinazionali straniere, espropriate delle proprie concessioni pagate a peso d’oro, e già sul piede di guerra per ottenere lucrosi risarcimenti. Non a caso ha preso subito posizione George Bush, quello che Chavez chiama “El Diablo”: “il piano di nazionalizzazione che Chavez ha in mente non produrrà i benefici economici attesi”, ha detto il presidente USA rivendicando i diritti delle multinazionali a stelle e strisce.

L’obiettivo di Chavez è quello di rimettere sotto il controllo statale quei settori industriali, “strategici per qualsiasi nazione”, privatizzati prima del suo arrivo, dall’energia elettrica (la Electricidad de Caracas controllata dalla statunitense AES) all’acqua, seguendo in qualche modo la linea tracciata già dal leader boliviano Morales. Tanto che anche il petrolio, una delle maggiori risorse del paese, sarà interessato dalla nazionalizzazione, con l’intenzione di Chavez di affidare allo Stato il controllo sulla raffinazione del greggio, attualmente in mano alla statunitense Exxon e alla francese Total. Senza dimenticare un suo vecchio pallino, quello dell’autonomia del Banco Central. Il leader venezuelano si avvia quindi a mantenere molte delle promesse fatte in campagna elettorale, trasformando la sostanza del suo paese, senza trascurare la forma. Infatti è pronto a cambiare con un decreto presidenziale la denominazione dei ministri, che diventeranno “Ministri del Poder Popular”, e a tramutare la Repubblica Bolivariana di Venezuela in “Repubblica Socialista di Venezuela”.

Ma, ciò nonostante, continuano ad opporsi le interpretazioni sul suo operato. Chi vede risultati raggiunti in campo medico, sociale, economico, gli ospedali all’avanguardia, le scuole, le cooperative che rilanciano l’occupazione. E chi, al contrario, denuncia i problemi ci chi vive nei quartieri popolari di Caracas, quelli che non possono neanche esprimere liberamente il proprio dissenso senza rischiare di mettersi nei guai, per molti dei quali non è cambiato niente.

In realtà Chavez, confortato dal risultato elettorale quasi plebiscitario (ha vinto col 61% dei consensi), sembra pensare ancora più in grande. Tanto per cominciare ha sistemato nei posti chiave fedelissimi e parenti, e ora punta alla creazione del partito unico del suo movimento. Progetta di infrangere tutti i piani politici ed economici americani, sognando di costruire un mercato sudamericano autonomo capace di autogestirsi con le proprie risorse. Nel frattempo corre al capezzale del malato Fidel Castro, caricandosi sulle spalle la lotta al neocolonialismo americano e diventandone di fatto il vero erede politico. La sua “rivoluzione bonita” denuncia ad ogni angolo di strada il potente vicino americano come il solo irriducibile nemico, colpevole, tra le altre cose, di organizzare gruppi terroristici contrari al sistema e di aver innescato il fallito colpo di stato dell’aprile 2002 (anche quello si dice ispirato dall’amministrazione Bush contro la nazionalizzazione della compagnia PDVSA, prima controllata dalle altre compagnie americane che volevano farne una nuova multinazionale petrolifera).

Anche per questo Chavez non si tira indietro di fronte alle polemiche, dimostrandosi anzi, un maestro della provocazione. Nel discorso di insediamento ha aspramente criticato il segretario generale dell’Osa (Organizzazione degli stati americani), Josè Miguel Insulza, per le sue dichiarazioni sul mancato rinnovo delle concessioni delle frequenze a Radio Caracas Television, da sempre considerata una voce dell’opposizione, e più volte accusata di incitare al golpe contro Chavez. Senza risparmiare anche un attacco ai vescovi venezuelani e ai rappresentanti vaticani in Venezuela, incoraggiandoli “a leggere Marx, Lenin e di leggere nella Bibbia il ‘Discorso dalla montagna’, per conoscere e capire le linee del socialismo”.

Oggi il punto debole del presidente sembra proprio questo rigurgito di castrismo esasperato e questa investitura a eroe bolivariano che deve liberare tutto il Sud America dall’invasore americano. Nei suoi otto anni di Revoluciòn il potere ha finito per concentrarsi sempre più sulla sua persona, ma forse ancora a livelli di guardia, se si pensa che libertà d’espressione e proprietà privata sono tuttora garantite, e la sua elezione, pur se con ipotesi di brogli, è stata alla fine giudicata valida, legittima e trasparente. Adesso anche l’opposizione, a cominciare da Súmate, una Ong che si oppone a Chavez ed è in buoni rapporti con la Casa Bianca, dovrà riporre le velleità golpiste e aprirsi al confronto democratico.

Chavez governerà per altri sei anni, e starà a lui mostrarsi un maturo leader politico, o un temerario comandante populista, oppositore a priori. Da tempo chiede poteri speciali per poter decidere senza interpellare il Parlamento, che per altro già è quasi completamente sotto il suo controllo. E di sicuro la sua intenzione di modificare la costituzione per poter essere nuovamente rieletto, se non addirittura fare il presidente a vita, non avvicina certo il Venezuela di oggi al concetto ideale di democrazia. Anzi, questo avvicinamento autoritario a sistemi che gli osservatori definiscono “cubani”, rischia di isolare il Venezuela dai giochi politici, a meno che il progetto antiamericano di Chavez non trovi nuova linfa in alleati stranieri occidentali. O che, soprattutto, non piaccia alla Cina al punto da formare un nuovo asse strategico tra Caracas e Pechino, che, dopo aver messo le mani sulle risorse africane, potrebbe turbare i sonni (e gli affari) statunitensi anche nel loro storico cortile di casa.