Il vertice di Davos ha visualizzato i molti aspetti della crisi

Il 31 gennaio a Davos, in Svizzera, si è chiuso il convegno annuale del 40° World Economic Forum durato ben 5 giorni. L’impressione diffusa sull’annuale WEF è stata quella di un accresciuto conflitto fra chi vuole regolare il sistema finanziario e chi invece intende lasciare le cose così come stanno. In realtà si sono manifestate apertamente tutte le crescenti contraddizioni interne alla competizione globale. Aprendo il WEF di Davos, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha lanciato un messaggio di sostegno al piano di Obama per le banche, ma ha anche denunciato come su una simile materia gli USA non possono più muoversi per conto loro. Per Sarkozy, come per il resto del gotha del capitalismo mondiale la crisi non mette in discussione un modello – quello capitalista che si sta rivelando fallimentare -“non si tratta di chiedersi con che cosa sostituire il capitalismo, ma di sapere quale capitalismo vogliamo” ha affermato il presidente francese cercando di esorcizzare una crisi di sistema che sta producendo una crescita sempre più disuguale anche tra i vari poli capitalisti in crescente competizione tra loro.

Attaccati da ambedue le sponde dell’Atlantico, i vertici delle maggiori banche del mondo hanno risposto a Davos con una riunione a porte chiuse. I 30 top manager dei principali istituti bancari del mondo si sono incontrati nel tentativo di mettere a punto una strategia con la quale riguadagnare influenza su governi e autorità, in vista di una ridefinizione delle regole del gioco. I banchieri hanno parallelamente lanciato una loro campagna contro “la politica” che – a loro avviso – animerebbe fenomeni di “populismo” quando mette sulla graticola le banche di fronte ad un’opinione pubblica per molti aspetti inferocita verso il sistema finanziario. Secondo il Sole 24 Ore a Davos “le migliori menti finanziarie del pianeta sentono il fiato sul collo del “populismo” di Mean Street che monta contro Wall Street, in vista delle elezioni di mid-term di novembre”.

In Italia il quotidiano della Confindustria ha prontamente amplificato con due editoriali le critiche contro il “populismo” dei governi mentre la presidente Marcegaglia ha liquidato come una “stupidaggine” la disposizione in discussione al Senato italiano per limitare i bonus milionari dei manager delle banche e delle grandi società. Riferisce la Reuters che un incontro informale a porte chiuse tra una decina di protagonisti della finanza e funzionari di governo, svoltosi a margine del World Economic Forum, ha visto poche proposte concrete sul tavolo. Eppure il tempo incalza e sono in molti a sentire che non è più possibile far finta di niente dentro la crisi. Il numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, ha sottolineato come “ci siano voluti 12 anni per costruire le regole di Basilea, ma oggi non abbiamo 12 anni per costruire una riforma finanziaria. Dobbiamo sbrigarci”.

I pericoli dello sviluppo disuguale del capitalismo

La tendenza alla ripresa nelle varie aree economiche appare oggi molto diversa e alimenta lo spettro di quello sviluppo disuguale del capitalismo che – secondo molti storici dell’economia – è stata la contraddizione dirompente che ha portato in passato alle guerre. Se la crescita delle entità economiche emergenti, come Cina, India, Brasile è piuttosto energica, quella di USA e UE risulta evidentemente arretrata e all’interno di quest’ultima pesano seriamente i contraccolpi per le economie di paesi a rischio come Grecia, Spagna e dell’Europa Orientale. “La Spagna ha la situazione piu’ grave di tutti, anche della Grecia. Anche perche’ la Grecia e’ una piccola economia, mentre la Spagna e’ una delle piu’ grandi, quindi le sue sfide sono maggiori e rischiano di causare la rottura dell’Eurozona” nel futuro, ha rilevato a Davos l’economista Roubini che si e’ detto pessimista come mai sull’unione monetaria. In Spagna – afferma ancora Roubini – c’e’ un problema di competitivita’ legato al costo del lavoro, il tasso di disoccupazione e’ del 20% contro il 10% greco e stanno anche emergendo problemi di sofferenze nel sistema bancario. Tra i rischi per la zona euro” ha aggiunto, c’e’ quello di “una biforcazione” tra un centro forte e una periferia debole”.

Tra l’altra la crisi del debito pubblico greco – denunciata pubblicamente nel vertice dal premier Papandreu – ha visto schizzare vero l’alto tutte le tensioni nelle relazioni tra i vari poteri forti. La voce secondo cui la Cina sarebbe disponibile a finanziare la Grecia per far fronte alla crisi debitoria, ha visto da un lato gli USA pretendere che il soggetto preposto a finanziare Atene non possa che essere – e alle sue condizioni – il FMI mentre dentro l’Unione Europea crescono le spinte per un finanziamento europeo alla Grecia che però entrerebbe in contrasto con i rigidi parametri dell’unione monetaria europea (vissuta sempre più come un cappio al collo da molti) e con gli USA, i quali vedono in questo una forzatura delle regole internazionali che affidano tale compito (e i disastri sociali che ha prodotto) al solo Fondo Monetario Internazionale.

La competizione globale è emersa dunque ben visibilmente dentro al World Economic Forum di Davos. L’ultima doccia fredda – mentre taluni fantasticavano su un asse USA-Cina come il G2 che avrebbe guidato la ripresa economica mondiale – è stata la pesante crisi che si è aperta tra la due potenze a causa della vendita di armamenti statunitensi a Taiwan, contro le quali la Cina ha annunciato sanzioni verso le società statunitensi che forniranno queste armi. Insieme ai dossier già incandescenti relativi all’innalzamento delle misure protezioniste USA contro diversi prodotti cinesi, questa vicenda sembra destinata a pesare come un inquietante macigno sulle relazioni internazionali dei prossimi anni…e forse mesi.

* Direttore di Contropiano/Rete deiComunisti

(Da Oltre Confine di questa settimana)