Il vento soffia ancora

Trent’anni separano Pete Seeger e Bruce Springsteen, due icone della musica popolare negli Stati Uniti: Seeger è del 1919, Springsteen del 1949. Del tutto coerente e naturale appare che il secondo includa nel suo repertorio le canzoni del primo (il 21 aprile esce in Italia l’album We Shall Overcome-The Pete Seeger Sessions come racconta qui accanto Marinella Venegoni), mentre vale per entrambi la decisiva eredità di un altro grande, Woody Guthrie, nato nel 1912, morto nel 1967.
A parte il diretto legame del folk, che in Sprinsteen si dilata nel rock, un ulteriore filo rosso che li unisce sta nel radicamento profondo nel Paese, nella gente, nell’impegno civile, nello scendere, come avrebbe scritto uno dei maggiori poeti del Novecento, William Carlos Williams, «nelle vene dell’America». Un anello ideale di congiunzione si potrebbe trovare in uno dei maggiori successi di Seeger, mutuato appunto da Guthrie: This Land is My Land, questa terra è la mia terra. Seeger ha per così dire traghettato la grande misura popolare nella modernità, coniugando originalità personale e tradizione. In un suo eccellente saggio contenuto nel volume Canoni americani (Donzelli, 2004) Alessandro Portelli ha osservato, a proposito di Springsteen – ma il discorso vale anche per Seeger – che «la grande arte popolare consiste proprio nel distillare una implicita molteplicità di elementi e una intrinseca profondità storica». In una simile angolatura conviene riflettere sui testi, sul loro autonomo significato.
A ragione Portelli addita un verso giustamente celebrato di Springsteen di No Surrender, nessuna resa: «Abbiamo imparato di più da tre minuti di disco che da tutta la scuola». Viene fatto di rammentare una risposta se si vuole ingenua e generalizzante ma significativa di uno studente di Yale durante un’intervista, che i testi di questi autori valgono più di molta poesia del Novecento. Seeger in una certa misura, Springsteen sostanzialmente, offrono un’impronta narrativa e insieme lirica.
Seeger, oltre ad affrontare nei suoi testi la realtà contemporanea, si riallaccia a un filone che racchiude la Frontiera o la nascita stessa della nazione americana (Yankee Doodle); Springsteen strizza l’occhio alla retorica dei predicatori puritani. Pensiamo al titolo di una sua fondamentale raccolta, Born in the U.S.A., «nato negli Stati Uniti»; a taluni accostamenti scaturiti da un autentico capitolo della tragedia americana contemporanea: «E’ nuvolo sopra Pittsburgh/Piove a Saigon».
Springsteen sa come nessun altro descrivere il rovescio del sogno americano, e l’inquietudine si insinua anche nell’amore, aleggia nella vita domestica: «Tu stiri, io lavo i piatti / Chi piange quando i desideri non si avverano?». La storia è fatta di tante storie comuni; gli eroi sono in realtà la gente comune. La gioia, l’amore, sono a volte intrisi di una tristezza che sconsacra la finzione: «Tu dici che sei felice e che tutto va bene / Vai avanti, tesoro, ho un sacco di tempo / Gli occhi tristi non mentono mai / Gli occhi tristi non mentono mai». Nel quotidiano si insinua l’ironia verso i rigidi conservatori: «Hanno processato un poveraccio in questi Stati Uniti / per aver insegnato che l’uomo discende dalle scimmie / avrebbero potuto risolvere il caso senza tante storie / se mi avessero visto inseguirti, tesoro, nella giungla l’altra notte».
La tragedia dell’11 settembre incide profondamente su quello che chiamerei il paesaggio dei testi di Springsteen; The Rising, la rinascita o il risorgere, scandito nel grande concerto newyorchese per le vittime, unisce la speranza al terrore, in un ambiente urbano caro a lui non meno dei grandi spazi, dello snodarsi delle autostrade. L’invocazione quasi profetica – «let it rain, let it rain, let it rain», che piova, si allarga a tutto il mondo. Qualcuno ha scorto qui, non a caso, un rapporto con il primo Bob Dylan, quello della memorabile A Hard Rain’s a-Gonna Fall, una dura pioggia sta per cadere. Era il 1963, e Dylan aveva ventidue anni, essendo nato nel ‘41. A parte la simbologia, il rimando ha senso in quanto tutto quel Dylan si caratterizzò e ottenne un immenso successo assai più che generazionale per il suo impegno civile: la guerra, la minaccia nucleare. Ma una differenza sostanziale esiste, al di là, appunto, dell’impegno e dell’incontro tra Folk e Rock, senza dimenticare il substrato culturale ebraico di Robert Zimmerman, il nome di famiglia di Dylan. Essa tra Dylan e la linea Seeger-Springsteen (a parte la circostanza non casuale che Dylan, in un momento cruciale della sua carriera, si è trasferito per incidere a Nashville, luogo privilegiato di Springsteen) sta nella visionarietà, nel simbolismo acceso di Dylan, nel suo individualismo. Così, se lo avvicinano a Springsteen testi come Highway 61 Revisited, con il motivo dell’autostrada, e il folgorante Desolation Row, il vicolo della desolazione, la visionarietà toccherà un culmine struggente, di chiara impronta psichedelica, in Sad-Eyed Lady of the Lowlands, la signora dagli occhi tristi della pianura, quella pianura, in contrasto con una dimensione urbana in qualche modo memore di Springsteen (ma ecco gli «occhi tristi» di Springsteen), «da cui il profeta occhi-tristi dice non venga mai nessuno». Dylan si è sempre dichiarato poeta, e ha scritto poesia (proprio in questi giorni da Feltrinelli è uscita la raccolta Lyrics, che contiene i versi e i testi delle sue canzobni dal 1962 al 2001). E allora, i suoi testi, quelli di Seeger e di Springsteen, vanno letti esclusivamente in funzione della musica? Io penso di no, e non mi pare che regga il paragone con i libretti del melodramma, sui quali, comunque, il discorso rimane aperto. Prende «il vicolo della desolazione», con il suo gioco su Cenerentola, su Romeo, e l’astuto, ironico riferimento a due poeti canonici, Ezra Pound e T.S. Eliot, sul ponte del Titanic che affonda, e capirete la deliberata letterarietà di simili testi, una letterarietà genuinamente se stessa. Lasciamo stare il suggerimento provocatorio di attribuire a Dylan il Nobel per la letteratura; pensando a lui, a Seeger, a Springsteen, forse lo studente di Yale non aveva poi completamente torto.