Il vento del nord non soffia più?

Irisultati dei ballottaggi rendono molto più difficile ai media, ai politici e ai commentatori compiacenti dissimulare, frammentare e confondere il significato del primo rilevante pronunciamento elettorale dopo le elezioni del 2001. Lo scenario appare ora radicalmente mutato. Senza avviare analisi sofisticate, è sufficiente una lettura della geografia elettorale a livello nazionale e a Milano per cogliere problemi e tendenze che si sono espresse nel voto. Se si guarda la mappa delle province italiane che restano governate dalla Casa delle Libertà si possono cogliere immediatamente due opposte aree di forza del centrodestra. Al Nord una lunga striscia di province «padane-pedemontane», da Cuneo al Friuli, che coincide sostanzialmente con le aree in cui la Lega aveva conosciuto i maggiori successi nelle prima metà degli anni novanta. Oggi il partito di Bossi è stato in buona parte sostituito da Forza Italia e dai partiti alleati. La striscia di province appare d’altra parte sfrangiata e interrotta in diversi punti, in particolare in corrispondenza alle maggiori aree metropolitane (Milano, Torino e Venezia). All’altra estremità della mappa, tracciando una linea immaginaria che dalla Calabria, passando per la Sicilia, raggiunge la Sardegna, si percorre un’altra striscia di province governate dalla Case della Libertà, speculare rispetto a quella padano-pedemontana. Poche e disperse sono invece le province con un presidente di centrodestra nelle restanti aree territoriali. La geografia del consenso per la Casa delle Libertà ha un profilo che ricorda quello del 1994, ne richiama le radici ma anche i problemi irrisolti che appaiono oggi aggravati.

Berlusconi aveva ottenuto un grande successo elettorale facendo leva sull’ondata di protesta che si era inizialmente espressa nel voto per la Lega Nord. Con la vittoria assicurata nelle regioni settentrionali era stata in grado di costruire un’ampia alleanza con gli eredi dell’Msi e della Dc, radicati soprattutto nelle regioni meridionali. La coalizione di centrodestra, vittoriosa nel 1994 e poi ricostruita nel 2000, aveva conquistato una larga maggioranza parlamentare nel 2001. I progetti del governo Berlusconi hanno però incontrato forti resistenze a livello sociale e politico. Le attese deluse, a volte per opposti motive, hanno suscitato frustrazione sia nelle regioni del Nord che in quelle del Sud, e messo in fibrillazione soprattutto la Lega. Il calo di consensi che ha investito soprattutto Forza Italia riduce drasticamente la capacità di Berlusconi di tenere unite le diverse componenti della coalizione, e di mediare fra gli interessi di aree territoriali e sociali molto lontane.

Milano: nel 1993 la città di antica tradizione riformista era stata conquistata politicamente dal centrodestra e da allora tenuta saldamente. Prima la Lega con Formentini, poi Forza Italia con la coalizione di centrodestra, erano diventati maggioranza non solo nei quartieri centrali della buona borghesia milanese, ma anche in quelli più periferici e popolari. Il partito di Bossi prima, e quello di Berlusconi poi avevano ottenuto un largo consenso non solo fra i piccoli e grandi imprenditori, fra i commercianti e nel «popolo della partita Iva», ma anche fra gli operai e i ceti popolari. A Milano come in tutte le regioni del Nord. La questione settentrionale aveva oscurato la questione sociale. L’adesione ai sindacati e alle loro iniziative restava elevata, ma non si traduceva più in scelte di voto sinistra. Qualcosa è cambiato nelle recenti elezioni. E’ riapparsa una netta spaccatura fra alcuni quartieri centrali milanesi, con una forte prevalenza del centrodestra, e i quartieri periferici, che hanno attribuito già al primo turno la maggioranza dei voti al centrosinistra. Fascino del candidato? Oppure si può dire che ricompare la questione sociale anche nelle scelte elettorali? E si possono ritrovare gli effetti delle molteplici mobilitazioni promosse dai sindacati negli ultimi due anni contro la politica del governo, dall’articolo 18 alle pensioni alla riforma della scuola. Le ricerche sul disagio sociale a Milano hanno d’altra parte messo in luce che una percezione di impoverimento familiare e di vulnerabilità sociale è diffusa in ampi settori del lavoro dipendente.

Gli elettori ritornano a interessarsi di politica e abbandonano l’antipolitica? Invertendo la tendenza al declino della partecipazione elettorale, sono aumentati quasi ovunque i votanti sia al primo che al secondo turno. C’è stata in molte località un’estesa azione di attivisti volontari sul territorio. Effetto di una più efficace strategia d’azione dei partiti politici? Difficile crederlo. Come osservava ieri Ilvo Diamanti su Repubblica, il sistema partitico italiano conosce tuttora gravi e irrisolti problemi di identità e modello organizzativo. E in particolare, i partiti i centrosinistra sembrano suscitare nel loro complesso meno attrazione elettorale della coalizione (e dei candidati comuni). I sondaggi hanno d’altra parte messo in evidenza che l’interesse per la recente campagna elettorale è stato inferiore rispetto a quello del 2001. Nella partecipazione al voto e nell’attivismo esteso di molti elettori di centrosinistra si può ritrovare in buona parte l’effetto delle mobilitazioni sociali promossa da sindacati, reti associative e movimenti, che hanno coinvolto settori sociali molto diversi negli ultimi anni. Nuove forme di azione e di aggregazione che hanno riavvicinato alla politica – anche se non ai partiti – le nuove generazioni. E più in generale hanno rivitalizzato e innovato la vita democratica in una società sempre più individualizzata e mediatizzata. Alcuni studiosi hanno definito la fase attuale come la transizione da una «democrazia dei partiti» a un «democrazia del pubblico». Sono state perciò importanti tutte le iniziative e le mobilitazioni che hanno cercato di impedire al «pubblico» di restare soltanto seduto di fronte a uno schermo televisivo. Le forti motivazioni ideali messo in campo (la pace, la legalità, la solidarietà a livello transnazionale, i diritti) hanno d’altra parte lacerato in molti punti il quadro interpretativo dell’antipolitica e il velo della questione settentrionale.

Ancora una volta la Lega – anche senza la guida di Bossi – ha mostrato di avere antenne sensibili sul territorio, e di cogliere in anticipo frustrazioni, disagi e dissensi popolari nei confronti del governo di centrodestra. Per questo motivo, il partito ha deciso di presentare candidati e liste propri alle recenti elezioni, anche a rischio di danneggiare e compromette i successi della coalizione. La Lega da sola ha recuperato almeno una parte dello spazio elettorale del passato (soprattutto in Lombardia e nel Veneto). Ma ha reso più difficile la convergenza dei propri voti sui candidati della coalizione al secondo turno, in particolare a Milano. Sembra riproporsi così lo stesso problema politico del 1994. La Lega, per salvare il proprio spazio politico ed elettorale, in un contesto segnato da proteste, malumori e disaffezione nei confronti del governo di centrodestra, è spinta ad accentuare la propria autonomia dalla coalizione, fino a minacciare la rottura. Oggi il partito è molto più debole e non può fare affidamento sulla leadership di Bossi. Ma può innescare tensioni e problemi che possono creare gravi difficoltà a Berlusconi. Il vento del nord non gonfia più le vele di Arcore.

*Docente di sociologiaall’Università Milano Bicocca