Il «Veltrinotti» scricchiola

Strappare per poi ricucire. Sparigliare per poi ripartire su basi nuove. In fondo se era una costante per il Fausto Bertinotti sindacalista e segretario di partito lo è anche per il presidente della camera e maieuta della «cosa rossa» che verrà. In un’intervista a Repubblica, l’ex segretario del Prc («il capo di Rifondazione e vero leader della sinistra radicale» secondo il quotidiano diretto da Ezio Mauro) parte da una presa d’atto «definitiva»: «Questo centrosinistra ha fallito, la grande ambizione dell’Unione non si è realizzata…». Ma la fine di una strategia di avvicinamento a Prodi iniziata tre anni fa non è altro che la premessa per un’altra svolta strategica della «cosa» a sinistra del Pd. «Una sinistra – dice Bertinotti nel passaggio chiave – che viva nel tempo lungo e si ponga l’obiettivo dell’autonomia. Alla fine riconosco al Pd il diritto di allearsi con chi vuole ma voglio garantire a noi il diritto di tornare all’opposizione».
E’ un de profundis al governo che seppellisce definitivamente la vecchia stagione del «Prodinotti» e guarda direttamente alla delicatissima partita della riforma elettorale, dove l’apertura di credito del presidente della camera verso Walter Veltroni è totale, incluso il via libera alla trattativa con Berlusconi. Intesa in cui Romano Prodi non può pensare di farsi scudo dei «partiti piccoli» per uscirne in chiave bipolare e, forse, perfino maggioritaria come fa presagire il vertice dell’Unione convocato dal Professore per l’inizio della prossima settimana. Parole forti, rumorose. Tanto che il sospetto e il malumore si propagano come un macigno nella palude della «cosa rossa», della maggioranza e del governo. Tanto che in serata lo stesso Veltroni è costretto a lanciare un avviso perentorio: «Penso che in questo momento creare difficoltà al governo significa anche indebolire la prospettiva delle riforme istituzionali ed elettorali. Il governo continui il suo lavoro e il parlamento faccia le riforme». Un doppio binario che non può saltare pena la fine di tutto. E va bene l’asse di ferro con il Prc su una legge elettorale proporzionale senza premio di maggioranza ma oltre un certo limite per il leader del Pd non si può andare. Perché parte integrante di
quell’accordo è che le riforme le gestisce questo governo é non un altro, anche se di natura istituzionale.
A pochi giorni dall’assemblea «della sinistra e degli ecologisti», dopo tutte le tensioni con il Pdci, Bertinotti pare rompere anche
con Sinistra democratica. Dire che Fabio Mussi non abbia gradito le esternazioni mattutine del presidente della camera è un pallido eufemismo. Tenuto all’oscuro dell’intervista a Repubblica, il coordinatore di Sd risponde a distanza: «Dare per finito il governo e morta l’Unione vuol dire offrire un’occasione d’oro ai teorici delle ‘mani libere’ e ai cultori del bipartitismo. Può capitare – spiega Mussi in una nota al vetriolo – che una grande forza politica debba stare all’opposizione, per forza di numeri o per libera scelta. Ma non esiste, voglio dirlo a Fausto Bertinotti, grande forza politica che non parta sempre da un’ambizione di governo. Che sinistra vogliamo cominciare a costruire l’8 e il 9 dicembre? Certamente non residuale o protestataria. Nel qual caso, non basta la denominazione ‘alternativa’ per salvarla dalla irrilevanza». I due si sono sentiti, e lo stesso hanno fatto Mussi e Giordano per tutto il giorno. Al segretario di Rifondazione è toccato smussare gli spigoli, spiegare. «La sinistra deve avere la capacità di legare il governo all’ipotesi di trasformazione dell’esistente».
Le ferite non sono definitive. Per Bertinotti non è né la richiesta di una svolta né l’annuncio di una rottura. La semplice presa d’atto che una tappa è finita. E la sinistra, Mussi compreso, farebbe bene a prenderne atto.
A partire dal percorso unitario che si annuncia difficile anche se si farà finta di niente. Stamattina ultimo (?) vertice tra Pecoraro, Diliberto, Mussi e Giordano. Sul tavolo simbolo e modalità dell’assemblea di sabato e domenica. Ma è difficile dire che non si discuterà della «verifica» a gennaio. Bertinotti i paletti li ha già posti: difesa dei contratti nazionali, restituzione del fiscal drag, lotta alla precarietà, detassazione dei salari. Al di là delle apparenze, la trattativa con il governo potrebbe essere perfino già partita.