Il velo del referendum

Giulio Tremonti ne parla apertamente in tv, Silvio Berlusconi ne parla dietro le quinte coi suoi: come volevasi dimostrare, gli sconfitti sono pronti a prendere al balzo la palla della rivincita che il referendum sulla Costituzione gli offre. Certi di farcela, tanto per non perdere l’abitudine di «pensare positivo» come comanda lo spirito di Arcore: perché gli italiani non dovrebbero premiare «l’innovazione » di cui la loro riforma costituzionale è portatrice, e bloccarla andando dietro al «conservatorismo » quarantottesco del centrosinistra? Molto colpevolmente l’appuntamento referendario è stato occultato durante la campagna elettorale, come si trattasse di una questione spinosa. O rimosso, come si trattasse di una vittoria scontata. A essere sicuro di farcela, infatti, fino a l’altro ieri era il centrosinistra: un referendum senza quorum si vince facilmente, quando si è certi della capacità di mobilitare il proprio elettorato.
Senonché a dimostrarsi pronto alla mobilitazione, e a una mobilitazione ideologica, è stato l’elettorato di centrodestra, accorso a votare senza defezioni per salvare il capo dai comunisti che lessano i bambini e mettono le tasse. Figurarsi se si tratta non di salvarlo ma di resuscitarlo: tutti alle urne, come alla messa di Pasqua. Mentre nella metà campo di centrosinistra, finora, non si sente circolare un solo argomento che spinga qualcuno ad andare al seggio invece che al mare. Prodi accennò al referendum come «completamento dell’opera » la notte dei risultati elettorali, mentre cantava troppo trionfalmente vittoria. Poi non se n’è sentito più nulla, come prima. E nei comitati per la difesa della Costituzione circola voce che i vertici del centrosinistra puntano al rinvio, o peggio a fare di un nuovo patteggiamento sulla riforma la carta da mettere sul tavolo del «dialogo» possibile fra le famose «due metà del paese». Converrà essere chiari e andare al sodo, della forma e della sostanza. Qui non c’è in gioco una conferma o un ribaltamento del risultato elettorale – che già non sarebbe cosa da poco. C’è in gioco un passaggio storico e istituzionale, prim’ancora che politico, di primaria grandezza. Proviamo infatti a immaginare lo scenario che si aprirebbe nello sciagurato caso di una vittoria del centrodestra al referendum. Sul piano formale, sarebbe davvero insostenibile una situazione che vedesse gli eredi della Costituzione archiviata al governo e i padri della Costituzione «nuova» all’opposizione: la cesura costituzionale azzererebbe i giochi ordinari della politica e lo scioglimento delle camere sarebbe inevitabile. Sul piano sostanziale, l’Unione si ritroverebbe ad aver vinto (di misura) le elezioni e ad aver perso la transizione italiana tutt’intera: se è vero com’è vero che la sua vera posta è, da quindici anni in qua, precisamente la riscrittura del patto fondamentale, lo sradicamento delle radici antifasciste della Repubblica, la rottura della sua unità territoriale, l’archiviazione liberista dei suoi principi egualitari, l’introduzione di una forma di governo presidenziale che renda pleonastico il ruolo del parlamento. Ovvero il progetto che dal ’94 tiene incollata la destra tricipite italiana e che la riforma costituzionale varata in parlamento e sottoposta a referendum realizza perfettamente e coerentemente. Non è credibile che i vertici dell’Unione non abbiano contezza di questo scenario. A che si deve allora il silenzio che avvolge il referendum, se non alle divisioni che da sempre solcano il centrosinistra sui destini della Costituzione, ben più radicali di quelle sui destini della legge 30 o dei Pacs? Il velo del silenzio serve a coprire la frattura fra chi vuole dire di no alla riforma del centrodestra per salvare e rilanciare la Costituzione del ’48, e chi vuole dire no per modificarla subito dopo in termini più moderati ma non opposti a quelli della Cdl, anzi nella stessa direzione della Cdl, anzi con la Cdl. Dove porti questa strada lo sappiamo già. E del resto Berlusconi non ha alcuna intenzione di percorrerla. A radicalizzare lo scontro ci penserà lui, e nessuno dei suoi alleati, checché ci speri l’Unione, pensa di sfilarsene.