Il Tremonti europeo che piace ai social-liberisti

La solerte disponibilità di alcuni esponenti del Pd provenienti dai Ds (a partire dal segretario Bersani) nel promuovere Tremonti a premier di un nuovo governo va oltre i tatticismi che da due decenni caratterizzano gli ormai anziani dirigenti provenienti dall’ex Pci. Prima della sua breve conversione al populismo antifinanziario, Tremonti ha rappresentato la versione politica di quel neoliberismo che non si preoccupa della definizione di regole che dovrebbero garantire la connessione tra concorrenza ed utilità sociale. I neoliberisti non credono in questo nesso né pongono limiti all’intervento dello Stato pur di far avanzare privatizzazioni unilaterali volte a nuove concentrazioni monopolistiche. Sono invece i social-liberisti a credere che, in un contesto di leggi e norme fondate sulla trasparenza e sulla garanzia di una rete di protezione sociale basata sul dovere di dare qualcosa in contropartita piuttosto che sul diritto, la competitività, ottenuta anche attraverso le privatizzazioni, produrrebbe risultati duraturi e socialmente validi.
La crisi ha spazzato via le tesi social-liberiste, per cui il Pd è oggi completamente privo di idee. Inoltre basta leggere il Financial Times per constatare che la ripresa dei profitti (non dell’occupazione, dei salariati e delle pensioni) e delle banche si fonda sulla deroga e sull’allentamento delle regole. Il centro di gravità dei rapporti economici è oggi formato da quella che Yanis Varoufakis dell’università di Atene ha definito «trapezocrazia» (in greco trapeza significa banca).
La crisi non ha però distrutto il neoliberismo: la privatizzazione dell’acqua nel campo dei beni comuni in Italia e la monetizzazione pubblica delle perdite delle banche private da parte di quelle centrali, iniziata sotto Bush, ne costituiscono una prova significativa. Il neoliberismo può sopravvivere sia in condizioni di tagli che di espansione della spesa pubblica.

Con la crisi greca creata e ampliata dalla Germania, Tremonti ha abbandonato ogni velleità populista e si è messo alacremente a distruggere, su direttive europee, il bilancio pubblico italiano. Nello spazio di poche settimane si è trasformato nell’uomo che applica le regole «europee», ed è per questo che è diventato digeribile anche al partito dei social-liberisti, da settori del Pd a Repubblica e perfino al Fatto quotidiano. Sul piano economico la cosa sinistra è proprio questa: l’accettazione delle regole «europee» come necessarie per il risanamento della finanza pubblica, mentre invece portano allo sfascio sociale.