Il totem della sicurezza

Le bombe di Londra hanno inaugurato una nuova fase – nuova e più dura – del dopo-11 settembre. Mentre Bush marcia inarrestabile verso l’instaurazione di una dittatura del presidente (legge «sull’apocalisse», nuovo Patriot Act) e altri paesi europei accrescono i margini di autonomia delle forze di polizia, l’Italia – ripiombata nel clima dell’unità nazionale – vara «misure urgenti» contro il «terrorismo internazionale» che riducono le garanzie, aggravano la già insostenibile (e anticostituzionale) legislazione contro migranti e richiedenti asilo e rinsaldano i già robusti semi di razzismo insiti nelle menti dei nostri concittadini. Il clou sono finalmente le dichiarazioni del premier britannico in tema di diritti umani e la sua decisione di istituire tribunali speciali per i «sospetti terroristi». A meno di un mese dal giovedì nero, Blair ha snocciolato un catalogo di misure che vanno dalla riconsegna coatta degli immigrati ai paesi d’origine (anche se notoriamente adusi alla tortura) al perseguimento di reati di opinione; dal rifiuto dell’asilo a chiunque risulti coinvolto in attività terroristiche (anche quando ad affermarne il coinvolgimento è un paese retto da un regime dispotico) all’estensione della custodia cautelare sino a tre mesi. Il tutto in aggiunta a una legislazione draconiana (l’Anti-Terrorism Act, varato all’indomani dell’11 settembre) ispirata alle leggi di Bush. Il tutto – così almeno vorrebbe Blair – con valore retroattivo. Le decisioni di Blair segnano un salto di qualità, come hanno riconosciuto tutti tranne Livia Turco (che discorre di «misure estreme ma da condividersi») e Gianni Riotta (che vi coglie nientemeno che accenti dettati da «malinconia illuminista»). Un salto di qualità, proprio per l’esplicita subordinazione dei diritti umani (nel nome dei quali durante gli anni Novanta si sono benedette alcune guerre) a un valore sommo – quello della «sicurezza» – che oggi costituisce il nuovo totem insindacabile e onnipotente. Se questo è vero, un salto di qualità dev’essere compiuto anche da parte di quanti osservano sgomenti quanto sta accadendo e si pongono il problema di porvi rimedio. O saremo in grado di prendere in mano noi, a modo nostro, il discorso sulla «sicurezza», o verremo letteralmente travolti dalla destra, che è riuscita sin qui a imporre la propria egemonia ideologica e la propria agenda.

Non si tratta di dire che la «sicurezza» non è un nostro problema, né soltanto di accusare l’avversario di strumentali drammatizzazioni. Al contrario, occorre ampliare il discorso. Finché ci si limita alle risposte (le sedicenti norme «anti-terrorismo»), il discorso resta in mano alla destra, che ne ha deciso da tempo ordine e contenuto. Bisogna invece attaccare sulle cause della paura, quindi mettere in discussione il significato stesso della parola «sicurezza».

C’è il terrorismo, indiscutibilmente, chiunque ne sia di volta in volta il mandante. Su questo terreno c’è solo da augurarsi che quanti pensano che il terrorismo sia figlio della guerra (un atroce feedback della violenza coloniale che da sessant’anni sconvolge il Medioriente) non si lascino intimidire e seguitino a sostenere tenacemente le ragioni della pace e dell’indipendenza dei popoli. Ma non c’è soltanto il terrorismo. Le ansie, il sentimento della aleatorietà del nostro vivere, l’ossessione della precarietà e della imprevedibilità di ogni stato di cose, tutto questo (che ha poi molto a che fare con il risorgere di fremiti religiosi) nasce anche altrove, e oggi l’autonomia culturale e politica della sinistra e di tutte le forze di progresso si misura proprio sulla capacità di sostenere questa verità e di farla diventare senso comune.

Se viviamo in società assetate di sicurezza, ciò discende soprattutto dalle condizioni reali in cui si svolge la nostra vita quotidiana, dall’incertezza del e nel lavoro, dalla impossibilità materiale di progettare il futuro per sé e per i propri figli, dalla coscienza che dopo il collasso della social security un incidente o una malattia possono da un momento all’altro sconvolgere definitivamente i nostri piani di vita. Di questo si tratta, in realtà. Anche se, per un meccanismo tipico della coscienza, accade che la conseguenza venga scissa dalla causa e ricondotta a una origine diversa.

O il discorso sulla sicurezza sarà portato su questo terreno (sì da indurre risposte concrete in materia di politiche economiche e sociali, a cominciare dalla legislazione sul lavoro e dalla ricostruzione dei sistemi pubblici di welfare), o sarà inevitabile cooperare all’attuale deriva. Che non soltanto alimenta l’ansia (le leggi «anti-terrorismo» materializzano lo stato di guerra e giovano al prestigio di tutti gli integralismi), ma, per ciò stesso, fornisce sempre nuova linfa a quella perversa «filosofia della pazienza» che è il più micidiale dei veleni oggi in circolazione nel corpo delle nostre società. Le torture e le «estradizioni speciali»? Pazienza, è necessario sconfiggere il mostro terrorista. Le menzogne sulle armi di distruzione di massa? Pazienza, Saddam era un tiranno e comunque ormai siamo in ballo. L’assassinio del povero Jean Charles de Menezes, colpevole solo di non aver pagato il biglietto del metrò (oltre che di avere la pelle di un colore sospetto)? Pazienza, a mali estremi… I diritti umani, le Costituzioni, le garanzie, l’autonomia dei Parlamenti e delle magistrature? Pazienza, non siamo forse in guerra?

La storia, com’è noto, non si ripete, ma resta il fatto che la catastrofe del Novecento si verificò quando si riuscì a incanalare il consenso della massa (ceti medi e vasti strati popolari) a sostegno di politiche reazionarie, razziste e belliciste. Anche allora fu un fatto di paura, di ansie diffuse da un intreccio di crisi economica, politica e morale. Oggi si ha l’impressione che, certo in forme diverse, quel passato voglia tornare, e che il «secolo breve» intenda vendicarsi di tante precipitose sentenze di archiviazione. «Il sentimento della gente sta cambiando» ha osservato Ian Blair, capo della Metropolitan Police di Londra, rallegrandosi del favore con cui l’opinione pubblica ha accolto le nuove misure «anti-terrorismo». Proprio per questo è urgente affrontare da un punto di vista critico la questione della sicurezza. Il compito, va da sé, spetta in primo luogo alla sinistra di alternativa, a quelle forze – per parlare del nostro paese – che non hanno contribuito alla approvazione del «pacchetto Pisanu» e che, d’altra parte, hanno coscienza del nesso che lega la paura alla guerra e alle devastazioni del cosiddetto liberismo. Escano, queste forze, allo scoperto, lascino finalmente perdere le liti sui leader e le liste, e cerchino convergenze avanzate sul terreno dei progetti e degli impegni concreti. C’è un solo modo per uscire dall’incubo in cui la «rivoluzione conservatrice» ci ha scagliati oltre vent’anni or sono: ridare spazio alla speranza di un’altra società, diversa dal capitalismo, ritrovare il coraggio di dire che il mercato è solo uno strumento e che non è più il tempo del colonialismo e della guerra. Se non ora, quando?