Il torturato di Abu Ghraib: Italia vergogna

Dopo il visto negato, da Amman Haj Ali parla di decisione «sconcertante, gravissima e inaspettata». «Nel mondo arabo mi muovo liberamente, perché non posso venire in Italia a raccontare che cosa mi hanno inflitto i miei carcerieri?»

Da Amman parla di decisione «sconcertante, gravissima e inaspettata». «Nel mondo arabo posso muovermi liberamente, perché non posso venire in Italia a raccontare le torture e le umiliazioni che mi hanno inflitto i miei carcerieri statunitensi?», si chiede Haj Ali, il simbolo dei torturati iracheni a cui l’altroieri l’ambasciata italiana in Giordania ha negato il visto. «Una decisione vergognosa», dice Ali. Secondo la sinistra radicale il bavaglio messo dal governo Berlusconi ad Ali, il simbolo dei torturati di Abu Ghraib, mira ad evitare che gli italiani conoscano la condizione di cobelligeranti dei nostri soldati in Mesopotamia. E la scelta di negare il visto per Roma all’uomo finito sulle prime pagine di tutto il mondo grazie alle foto dei suoi aguzzini statunitensi che lo ritraevano nel carcere di Baghdad incappucciato e con elettrodi legati ai polsi, è attribuibile alla volontà del ministro degli esteri, Gianfranco Fini, di accreditarsi sempre più come esecutore fedele della linea Usa all’interno di Palazzo Chigi.

Dalla Farnesina smentiscono seccamente questa impostazione e parlano di procedure burocratiche rispettate al 100%. «Abbiamo applicato la normativa vigente: Ali non è residente legalmente ad Amman (la capitale giordana presso la quale all’inizio di settembre aveva richiesto il visto presso l’ambasciata italiana, ndr) e quindi non abbiamo potuto concedergli quel permesso, che andava cercato a Baghdad», fanno sapere dal ministero. Ma per i «Comitati Iraq libero», che avevano invitato l’uomo a testimoniare l’esperienza delle torture subite nel corso una serie d’iniziative che si terranno a partire da domani, questa giustificazione è «semplicemente assurda».

Tutti sanno che il requisito della residenza nel Paese di stanza dell’ambasciata, escogitato infatti all’ultimo momento, non è affatto necessario per il rilascio del visto», dichiara Leonardo Mazzei, portavoce dei Comitati. «Haj Ali dovrebbe semplicemente recarsi alla rappresentanza diplomatica italiana a Baghdad, all’interno cioè della Green Zone, la fortezza americana nel cuore della città. In pratica – conclude Mazzei – si arriva a chiedere al torturato di andare dai torturatori, naturalmente per ricevere un altro no o magari qualcosa di peggio». Già a fine agosto la Farnesina aveva negato l’accesso in Italia a sei esponenti dell’opposizione irachena – tra loro Jawad al Khalesi, Ahmed al Baghdadi, Ibrahim al Kubaysi – tutti personaggi pubblici in Iraq e partecipi del dibattito politico sui media di mezzo mondo (americani compresi) ma tenuti lontani dal nostro paese con vaghi riferimenti alla tutela «dell’ordine pubblico e della sicurezza». Adesso si nega il visto ad Ali – proprio mentre il conflitto in Iraq assume forme sempre più drammatiche e nei giorni in cui un giudice americano dà il via libera alla pubblicazioni di altre imbarazzanti immagini di sevizie nel penitenziario di Baghdad – che assieme agli altri iracheni avrebbe dovuto partecipare alla «Conferenza internazionale a sostegno della resistenza irachena» prevista per domani a Roma.

Non crede all’impedimento burocratico Luigi Malabarba, senatore di Rifondazione comunista e vicepresidente del gruppo misto a Palazzo Madama: «Ci sono due modi di affrontare il problema – spiega Malabarba -. Uno è quello di segnalare all’interessato eventuali difficoltà nella concessione del visto e proporre strade alternative. L’altro, quello usato in questo caso dal governo, è quello di negarlo improvvisamente, con un atteggiamento di chisura netta». Secondo il senatore di Rifondazione quest’episodio è «l’ennesimo segnale della subalternità di Fini all’amministrazione statunitense».

Per il verde Paolo Cento il visto negato ad Ali «rappresenta una pagina vergognosa della storia del nostro paese che non può essere derubricata a un fatto amministrativo». Secondo il deputato si tratta di «una scelta, tutta politica, di Fini che vuole essere più realista del re nei confronti dell’amministrazione Bush».

Per Jacopo Venier, responsabile esteri dei Comunisti italiani (Pdci), «la vicenda si inquadra in un contesto in cui è sempre più frequente che l’Italia neghi i visti d’ingresso a esponenti politici che si battono contro le politiche del governo statunitense».